Friuli Venezia Giulia

Nuovo ordine Medio Oriente: le sfide attuali

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06.11.2025 – 17.20 – L’ordine regionale del Medio Oriente si sta evolvendo rapidamente, ma con grandi incertezze. Marc Lynch, professore di Scienze politiche alla George Washington University, autorevole esperto delle tematiche mediorientali, ha recentemente affermato che la spinta del presidente americano Donald Trump per porre fine alla guerra a Gaza ha certamente portato a una tregua che, al momento, ha interrotto la tragedia di Gaza. In tale cornice merita evidenziare che, se l’accordo raggiunto riuscirà a impedire sia l’espulsione dei palestinesi da Gaza sia l’annessione della Cisgiordania da parte di Israele, molti governi arabi potrebbero essere nuovamente desiderosi di esplorare la normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv. Tuttavia, secondo Lynch, il rischio di un possibile fallimento dell’accordo, al di là del futuro di Hamas e della stessa ANP, risiederebbe nell’errata convinzione di Israele di aver stabilito una superiorità strategica permanente sui suoi avversari. Se dovesse consolidarsi e prevalere nel governo israeliano una tale convinzione, peraltro errata, assisteremo all’adozione di misure sempre più provocatorie da parte di Tel Aviv che, però, questa volta metterebbero direttamente in discussione gli obiettivi strategici della Casa Bianca nell’area.

Per tali motivazioni, secondo questo analista americano, gli Stati del Golfo appaiono attualmente meno preoccupati di confrontarsi con l’Iran e dubbiosi che la strada per Washington possa passare da Tel Aviv. In tale contesto, inoltre, Israele sembra non comprendere pienamente la portata delle affinità di Trump con gli Stati del Golfo. Merita ricordare, per onor del vero, che questo ordine regionale è nato con il primato globale americano a seguito del crollo dell’Unione Sovietica. Durante la Guerra fredda, i Paesi della regione avevano la possibilità di giocare a vicenda contro le due superpotenze, mentre Washington e Mosca si preoccupavano della possibile perdita di preziosi alleati e delegati locali. Dopo il 1991, tutte le strade passavano per Washington. La questione cruciale divenne se i Paesi rientrassero o meno in quell’ordine. Quelli all’interno – Israele e la maggior parte degli Stati arabi – godevano di garanzie di sicurezza, accesso a istituzioni e finanziamenti internazionali e protezione diplomatica. Quelli all’esterno – Iran, Iraq, Libia e Siria – si trovavano ad affrontare sanzioni paralizzanti, frequenti bombardamenti e interventi segreti, e una demonizzazione sistematica. Non c’è da stupirsi che Libia e Siria abbiano trascorso gran parte degli anni ’90 e dei primi anni 2000 cercando di rientrare nelle grazie di Washington e nell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti.

Tuttavia, il primato americano, indebolito dal fallimento delle operazioni in Iraq e Afghanistan e dalla crisi finanziaria globale del 2008, non appare più così saldo come nei decenni precedenti. Malgrado ciò, la tanto decantata multipolarità rimane, al momento, una prospettiva lontana nella regione in questione. La Russia aveva un solo alleato nella regione: il regime indebolito del presidente Bashar al-Assad in Siria. Ora, dopo la sua cacciata nel 2024, non ne ha più. L’inesorabile ascesa economica della Cina e la sua impressionante serie di accordi strategici con le potenze regionali non sembrano essersi tradotte in una seria sfida all’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti. Al momento, pertanto, nell’intera regione mediorientale non sembra emergere alcuna alternativa al consolidato primato statunitense.

Sulla scia della guerra a Gaza, tuttavia, i regimi arabi hanno nuovamente riscoperto il loro interesse per la questione palestinese. Non si tratta di un interesse diretto verso le popolazioni palestinesi, bensì del timore di possibili diffusioni nei propri Paesi di nuove ondate di rivolte popolari. I leader arabi della regione sono profondamente consapevoli dell’indignazione pubblica per la devastazione di Gaza. La riaffermazione saudita dell’Iniziativa di Pace Araba, che presuppone la pace con Israele nella cornice della creazione di uno Stato palestinese, dimostra quanto questo cambiamento sia stato profondo. Tale cambiamento si è riflesso nei termini del cessate il fuoco a Gaza, che escludevano l’espulsione dei palestinesi e l’annessione israeliana del territorio, condizioni più in linea con le preferenze del Golfo che con quelle di Israele. In tale contesto, però, secondo Lynch, Israele sembra ancora convinto che l’ordine possa essere imposto con la forza e che i leader arabi siano talmente intimiditi o deboli da non rischiare mai di rispondere.

Israele, inoltre, continua a ignorare il diritto internazionale in tutte le sue declinazioni. In altre parole, per Tel Aviv è la legittimità che suggerisce l’azione e non certo la norma internazionale. Secondo diversi analisti internazionali, Israele sembra preferire una regione dove la forza fa il diritto, dove nessuno Stato egoista sacrificherebbe i propri interessi per i palestinesi, dove il diritto internazionale non ha valore vincolante e dove il potere militare regna sovrano. Attualmente, però, la distruzione di Gaza e le mosse verso l’annessione della Cisgiordania stanno modificando il sentire profondo degli attori regionali. Ricordiamo che, ancor prima che gli attacchi israeliani decimassero la potenza militare regionale dell’Iran, l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo si stavano muovendo verso un riavvicinamento con la Repubblica Islamica. Dopo l’attacco a Doha, per molti attori regionali Israele potrebbe rappresentare una seria minaccia anche alla propria stabilità, tanto quanto un Iran indebolito.

Certamente, il predominio militare di Israele nella regione è reale, ma rimane contingente. Israele ha potuto sostenere la sua guerra a Gaza solo con il sostegno continuo degli Stati Uniti. Il “conflitto dei 12 giorni” con l’Iran ha, tra l’altro, rivelato carenze significative negli apparati di difesa israeliani. Gli attori regionali hanno sicuramente preso atto di questa potenziale vulnerabilità in caso di un conflitto prolungato. La presa di Israele sulla politica americana continuerà a persistere indefinitamente, anche se attualmente la maggioranza dei democratici statunitensi sembra simpatizzare maggiormente per i palestinesi che per Israele. Forse solo in funzione anti-Trump. Una visione diversa, un futuro decisamente incerto.

Il nuovo ordine in Medio Oriente: dimenticare i vecchi cliché e l’incognita Hamas.

In tale contesto così complesso, Fiamma Nirenstein, nota esperta delle dinamiche mediorientali, ha affermato: “È ora di smetterla di dire che gli Stati Uniti agiscono nell’interesse di Israele o di affermare che Netanyahu prende ordini da Trump”. Cerchiamo di capire il perché di queste dichiarazioni, sicuramente irrituali. Nirenstein ha dichiarato che la relazione tra Washington e Tel Aviv ha superato quelle formule obsolete. Ciò a cui stiamo assistendo ora è un autentico allineamento di interessi: una partnership costruita non sulla dipendenza, ma su uno scopo comune. Il suo nome è pace.

Questa strategia in evoluzione è complessa e a lungo termine, e richiede pazienza e una visione più ampia della trasformazione regionale in corso. Le notizie secondo cui Israele dovrebbe ottenere l’approvazione americana prima di intervenire militarmente a Gaza sono false; in realtà, entrambe le nazioni riconoscono le stesse minacce e spesso agiscono per obiettivi sovrapposti. Stati Uniti e Israele sono uniti nel perseguire un ordine post-Gaza che coinvolga l’Arabia Saudita e persino attori lontani come l’Indonesia, nell’ambito di una visione ampliata degli Accordi di Abramo. L’Egitto si è rivelato un partner chiave, bilanciando le ambizioni della Turchia e contribuendo a facilitare gli sforzi umanitari e di recupero, inclusa la restituzione delle spoglie degli ostaggi per una degna sepoltura.

Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ribadito la sua influenza, chiedendo l’immediato ritorno dei restanti 13 ostaggi israeliani e avvertendo Hamas delle gravi conseguenze per qualsiasi ulteriore ritardo. La sua posizione non riflette mera politica, ma un principio di rispetto, anteponendo la chiarezza morale alla convenienza diplomatica. I contorni di una seconda fase del piano di Trump sono già visibili: disarmare Hamas, rimuovere la sua leadership e avviare la ricostruzione sotto una “forza di stabilizzazione” coordinata dagli Stati Uniti, probabilmente guidata dall’Egitto e supervisionata dall’ex primo ministro britannico Tony Blair. Gli Stati arabi moderati sono pronti a finanziare la ricostruzione di Gaza, ma solo una volta che Hamas se ne sarà andato.

Certamente, come ha recentemente affermato il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs, Hamas, nonostante il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi, non sembra aver modificato i suoi obiettivi fondamentali. Hamas continua, in sintesi, a sfruttare l’attuale cessate il fuoco per riaffermare il suo controllo sulla Striscia di Gaza, sfruttando la tregua nei combattimenti per eliminare l’opposizione interna e reprimere i palestinesi che si oppongono. Le esecuzioni pubbliche e le campagne intimidatorie di Hamas sono diventate strumenti per imporre il rispetto delle leggi e scoraggiare il dissenso. Questa campagna di terrore all’interno di Gaza, unita al silenzio della comunità internazionale, ha incoraggiato Hamas ad agire impunemente. L’assenza di condanna invia un messaggio pericoloso ai palestinesi: la resistenza al governo di Hamas non sarà sostenuta e la coesistenza con Israele rimane un tabù. La leadership di Hamas continua a ribadire che non riconoscerà mai il diritto di Israele all’esistenza, considerando l’iniziativa di pace di Trump solo come una pausa temporaneahudna – prima di una nuova ondata di violenza. In tale contesto, analisti israeliani e arabi concordano nell’affermare che Hamas si stia opponendo fermamente al disarmo e stia sfruttando il periodo di cessate il fuoco per ricostruire la propria infrastruttura militare e regolare i conti con i clan armati che hanno resistito al suo dominio e collaborato con Israele.

Inoltre, fonti di sicurezza israeliane dubiterebbero della capacità di Washington di far rispettare la clausola sul disarmo, nonostante le ripetute dichiarazioni del presidente Trump. Questi funzionari della sicurezza israeliana traccerebbero parallelismi con il fallimento americano nel disarmare Hezbollah in Libano: “Sono trascorsi otto mesi dal raggiungimento dell’accordo di cessate il fuoco e né gli Stati UnitiIsraele sono riusciti a implementare la Risoluzione ONU 1701, che richiede il disarmo di Hezbollah da parte del presidente, del governo e dell’esercito libanese. Anche la leadership libanese non è stata in grado di mantenere le promesse. Sebbene il governo libanese abbia approvato un piano militare per disarmare Hezbollah, lo status quo sul campo rimane invariato. Hezbollah detiene ancora le sue armi e ha persino iniziato a produrle autonomamente”. In tale cornice, a Gaza, Hamas rimane l’autorità sovrana e nessuna forza interna è in grado di privarlo delle sue armi. Inoltre, Nirenstein ha ribadito che Turchia e Qatar rimangono attori dirompenti. La distribuzione di bandiere turche a Gaza da parte di Erdogan sotto la bandiera dei Fratelli Musulmani sottolinea la sua ostilità verso Israele e le sue ambizioni regionali. Queste sfide metteranno alla prova sia la cautela di Netanyahu sia la visione di Trump. Tuttavia, la strada da seguire è chiara. Il nuovo patto regionale si baserà su cinque pilastri: il ritorno di tutti gli ostaggi, la rimozione delle armi, l’espulsione di Hamas, il rispetto del confine di sicurezza e la deradicalizzazione a lungo termine. In gioco c’è la creazione di un nuovo Medio Oriente plasmato da interessi di sicurezza condivisi, piuttosto che da divisioni ideologiche. I vecchi criteri sono ormai superati. Al loro posto c’è un’intesa pragmatica e duramente conquistata: la pace attraverso la forza, la cooperazione regionale attraverso la chiarezza e il progresso attraverso la pazienza. Una visione ancora diversa. Un clima di estrema fragilità.

Conclusione

Sono trascorsi oltre due anni dal famigerato 7 ottobre 2023. In poco tempo abbiamo assistito, tra l’altro, a un ridimensionamento dell’Iran, all’orrore di Gaza e a una Siria e a un Libano che appaiono quasi sospesi tra una fragile sovranità e nuove dipendenze. Tuttavia, malgrado “la ricerca della pace attraverso la forza”, filosofia statunitense nell’area che non sembra convincere, sembra tornata di grande attualità la diplomazia, cioè l’arte di perseguire percorsi politici dopo il fallimento dell’opzione militare. Come ha affermato recentemente l’ambasciatore Pasquale Ferrara: “Non ci si può illudere che nel prossimo futuro si creino condizioni di collaborazione basate su un diffuso clima di fiducia, ma si può almeno sperare che tutti gli attori puntino a ottenere un obiettivo minimalista eppure, in questo contesto, assai ambizioso: una coesistenza pacifica, di portata assai più vasta rispetto a quella evocata nel piano Trump come obiettivo limitato tra israeliani e palestinesi.”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]




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