Salute

Nulla da festeggiare questo 8 marzo, quindi un piccolo appello: liberateci almeno dei cliché sulla menopausa!

Come sempre ogni anno, l’8 marzo è buono per ribadire, lo abbiamo detto e ridetto, che da festeggiare non c’è proprio nulla. Abbiamo più welfare? No. Abbiamo avuto il congedo paritario? Neanche. La parità di genere negli stipendi e nelle pensioni è stata raggiunta nei fatti? Neanche per sogno, anzi le donne sono una delle categorie più povere del paese. E anche nell’immaginario persiste ancora, con rare eccezioni, l’associazione tra maschio, bianco anziano e potere. Sanremo docet. L’anno prossimo sarà condotto da un giovane. Sempre maschio, però.

Vorrei allora fare un piccolo appello. Almeno, liberateci dagli stereotipi su un tema non secondario: la menopausa.

Primo stereotipo, punto di vista maschile-patriarcale. La donna in menopausa è una donna infertile, relativamente anziana, dunque poco attraente. Gli uomini italiani – che nulla sanno del tema – associano la parola all’assenza di desiderio. Si tratta di una forma particolare di ageismo, che nel nostro paese si rivolge soprattutto alle donne, risparmiando sovente gli uomini.

Ora, a cinquant’anni sicuramente non si è giovani, ma se si è anziani lo sono anche i cinquantenni, che pure si ritengono ragazzini. Se poi i cinquantenni si sentono tranquillamente a loro agio ad avere rapporti sessuali con trentenni, dovrebbe valere anche per noi, anche perché onestamente fare l’amore con un ragazzo giovane e riccioluto sarebbe un’esperienza decisamente fantastica, rispetto a portarsi a letto uno stempiato e canuto. Ma figuriamoci: se la prima cosa è normalissima (Muccino tristemente docet), la seconda resta scandalosa (oppure si può solo a pagamento: vedi la serie tv Inganno).

Secondo stereotipo, punto di vista medico-commerciale-patriarcale: la donna in menopausa soffre di una serie di disturbi, dalla secchezza ai dolori nei rapporti, all’assenza di desiderio e molto altro. Questi disturbi sono di tipo medico e dunque sempre un approccio super medicalizzato. Al di là della eventuale decisione soggettiva di intraprendere una terapia ormonale sostitutiva, alle donne viene ricordato – decine e decine sono gli articoli di giornale, i post sui social etc – che occorre prendersi cura della zona genitale, per renderla “sana”, idratata, flessibile, insomma giovanile e pronta (ovviamente, serve inoltre fare ancora più sport, mangiare ancora meglio, sottoporsi a una sfilza di esami medici etc etc).

Non esistono reportage e articoli analoghi per i genitali maschili. A loro nessuno consiglia di idratare il proprio pene, usare creme di ogni tipo, renderlo perfetto per un rapporto sessuale. Mentre per noi il ‘dover essere’ si allarga alle zone intime, gli uomini possono invece presentarsi con un pene malridotto a loro piacimento. Anche questo è uno schema patriarcale, anzi capitalistico e patriarcale.

Terzo stereotipo, psicologico-patriarcale anch’esso. Il desiderio sessuale in menopausa può scemare. Serve allora assolutamente farlo tornare. Una donna senza desiderio non è una donna, e nessuna società contemporanea accetta donne che non desiderino, che non siano dunque pronte ad avere rapporti. Un tempo in ogni famiglia c’era una suora o una persona che veniva destinata a vita consacrata, la cosa era molto più accettabile e anzi persino ben vista.

Perché scrivo questo? Non è forse il desiderio sessuale una cosa importante? Dipende. Il desiderio deve essere una scelta libera, non imposta da una società che adotta un punto di vista maschile. Se esiste un momento in cui il divario tra uomini e donne si allontana è proprio la menopausa. E’ un fatto anzitutto biologico: il desiderio sessuale, principalmente, serve per procreare e quando non si può più farlo è normale che in parte o del tutto diminuisca.

Ma c’è un secondo motivo, molto più importante, legato all’aspetto biologico ma che diventa al tempo stesso qualcosa di esistenziale e profondo. I cinquant’anni sono un momento in cui, cessata la pressione per la riproduzione, si può finalmente pensare a quali sono le cose importanti della vita. Relativizzare una vita che diventa più corta per aumentarne la qualità.

Questo può significare, certo, avere rapporti sessuali liberi dal fatto di fare figli, ma può anche significare, che so, che del sesso possiamo tranquillamente fare a meno perché abbiamo voglia di occuparci di altro. E di altri. Prendere un’altra laurea, oppure dedicarsi al volontariato, fare più esperienze possibili, oppure farne meno possibile per concentrarsi sulla meditazione e la preghiera. Questo eventuale fare a meno del sesso, questo archiviare il desiderio è lo scandalo definitivo, agli occhi di quelli che pure, comunque, ci considerano meno desiderabili delle altre.

In pratica dovremmo essere desideranti, ma pronte a non essere desiderate da uomini che del desiderio continuano ad essere schiavi, ma in maniera zeppa di cliché e stereotipi misogini. Forse, non ci interessa proprio.

Allora fateci un regalo – uomini, ma anche l’intero sistema editoriale e mediatico – per questo 8 marzo: archiviate tutti questi cliché sulla menopausa. Conviene a tutti. A noi, certamente. Ma soprattutto agli uomini anche perché, per fortuna, tra i giovani la parità di genere è un po’ più diffusa e oggi una ventenne considera un cinquantenne “un vecchio”.

Così, tra cinquantenni libere dal desiderio e ventenni che snobbano quelli di mezza età, il rischio è che il povero cinquantenne resti a bocca asciutta. Gli toccherebbe dedicarsi al volontariato, alla cura degli altri, alla meditazione, agli approfondimenti culturali. Magari ne uscirebbe migliore, chissà. E potremmo celebrare una festa dell’uomo finalmente “non allupato”. Con tanto di fiore, magari un candido giglio bianco.


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