Nucleare, partita da 700 miliardi: il ritorno dell’atomo passa dal debito
La rinascita del nucleare europeo passa dai mercati finanziari. E, soprattutto, dal debito. Serviranno fino a 700 miliardi di euro solo per costruire nuovi impianti entro il 2050, a cui si aggiungono circa 70 miliardi per l’estensione della vita delle centrali esistenti, spesso oltre i 60 anni e con orizzonti che in alcuni casi arrivano fino a 80.
A scriverlo è S&P Global Ratings nel rapporto The Key Role Of Debt Markets In Funding The European Nuclear Renaissance, dedicato al ruolo chiave dei mercati del debito nel ritorno dell’atomo nel mix energetico europeo. Secondo l’analisi, il potenziale del continente si colloca tra 75 e 135 gigawatt di nuova capacità, mentre l’obiettivo della European Nuclear Alliance — il gruppo di Paesi nato nel 2023 per promuovere il nucleare — è arrivare a 150 GW entro il 2050, combinando nuovi impianti ed estensioni di vita.
A trainare questa nuova stagione saranno soprattutto la Francia, impegnata a rilanciare l’intera filiera, i Paesi dell’Europa centrale e orientale — Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria — e alcune economie del Nord Europa, a partire dalla Svezia. Ma l’interesse si allarga anche agli small modular reactor (Smr), considerati più flessibili, meno onerosi e più adatti a una diffusione graduale. Tra i Paesi che guardano a questa tecnologia ci sono, oltre a Francia, Svezia, Polonia e Romania, anche l’Italia, che pur non avendo oggi una produzione nucleare attiva torna a considerare la nuova generazione di reattori come una possibile opzione industriale ed energetica.
La scala degli investimenti rende inevitabile il ricorso ai mercati del debito. Il nucleare è infatti un settore ad altissima intensità di capitale: richiede esborsi iniziali enormi, tempi di costruzione lunghi e ritorni distribuiti su decenni. Di conseguenza, il costo del capitale diventa il fattore determinante del prezzo finale dell’elettricità, più del combustibile o della gestione.

I numeri aiutano a capire la dimensione del problema: i costi stimati per i nuovi impianti si collocano tra 10.000 e 15.000 euro per kilowatt installato, con un singolo reattore che può richiedere tra 10 e 15 miliardi di euro di investimento. Al contrario, l’estensione della vita degli impianti esistenti risulta molto più economica — intorno ai 1.000 euro per kW — e rappresenta quindi una leva più immediata e meno rischiosa.
A pesare non sono solo i costi, ma anche i tempi. I principali progetti europei hanno registrato ritardi significativi: Flamanville 3 (Francia) ha richiesto 17 anni per arrivare a piena potenza, Hinkley Point C (UK) supera già i 13 anni di costruzione e Sizewell C (UK) non entrerà in funzione prima della metà del prossimo decennio. Ridurre i tempi è cruciale: più lunga è la fase di costruzione, storicamente segnata da ritardi e sforamenti di budget, più aumenta il costo del capitale senza generare ricavi. Tradotto: la disponibilità del finanziamento tramite debito dipenderà dalla capacità di ridurre i rischi lungo tutto il ciclo di vita dei progetti. S&P avverte che senza garanzie pubbliche, condivisione dei rischi e maggiore certezza sui tempi, difficilmente il capitale privato potrà affluire in misura sufficiente.

Il tema dei ricavi è altrettanto delicato. In mercati elettrici sempre più influenzati dalla volatilità dei prezzi e dalla crescita delle rinnovabili, gli investitori chiedono certezze di lungo periodo. Per questo stanno assumendo un ruolo crescente strumenti come i contratti per differenza (CfD), che stabilizzano i flussi di cassa e migliorano la bancabilità dei progetti. In alternativa, modelli regolati come il regulated asset base (Rab), già adottato nel Regno Unito, permettono di riconoscere ritorni già durante la fase di costruzione.
In questo quadro si inserisce anche un altro elemento chiave: la compatibilità del nucleare con la finanza sostenibile. Secondo S&P, le attività di generazione nucleare possono soddisfare i requisiti dei green bond, a determinate condizioni, soprattutto sul fronte della sicurezza e della gestione delle scorie. L’inclusione del nucleare nella tassonomia europea come attività “di transizione” apre quindi la porta a nuove fonti di capitale, in particolare da parte di investitori istituzionali sempre più vincolati a criteri Esg.
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