Noyz Narcos: «Mi affascina l’immaginario violento ma io non lo sono. Questo governo ha vinto perché nessuno lo ha contrastato. La musica? Mi ha liberato dai lavori pesanti, ma non mi vergognerei di tornare a farli»
Come vive il giorno dell’uscita dell’album?
«Male. Anche dopo aver ascoltato il disco tante volte, mi sembra di sentirlo sempre per la prima in occasione dell’uscita. Lì però non si può più correggere, e spesso noto alcune cose che non mi piacciono solo dopo la pubblicazione, è il momento in cui mi rendo conto del lavoro che ho fatto».
Cos’è per lei la violenza?
«Dipende da che punto di vista la si guarda. Non sono una persona violenta e la violenza non mi piace in nessuna forma. Però sono affascinato dall’immaginario violento: musica, immagini, atmosfere che scuotono più di qualcosa di armonioso. Non saprei dire perché, ma credo affascini tutti: succede con la cronaca nera per esempio. Ti smuove».
Perché?
«Perché è un qualcosa che nessuno ha il coraggio di mettere in atto, quindi ti incuriosisce anche se la rifiuti. Per me è impensabile anche quella degli allevatori quando sgozzano le galline, sono cose che non riuscirei mai a fare, ma comunque mi affascina».
È un fascino che ha da sempre?
«Sì, da bambino compravo Dylan Dog. Mi è sempre piaciuto di più quel mondo rispetto a quello delle cose ordinate. Ma non farei del male a nessuno: è pura immaginazione, non qualcosa che porterei nella vita reale. Lo collego molto spesso alla morte».
L’affascina anche la morte?
«Più della violenza. È sempre stata al centro del mio immaginario. La morte violenta colpisce ancora di più, ma il punto è che la morte è un mistero assoluto. Non sai cosa c’è dopo».
Ha mai provato a darsi una risposta?
«Essendo nato in un Paese in maggioranza cattolico ci insegnano che c’è il paradiso, l’inferno, il purgatorio e Dio. Puoi studiare religioni, culture, filosofia, ma non avrai mai la risposta. È l’ultima grande domanda e questo apre mille possibilità creative. Se poi dopo scoprissi che era tutta una finzione cos’avrei vissuto a fare?».
Come riesce a trasformare questo immaginario in arte senza renderlo morboso?
«In realtà è più semplice perché la morte ti obbliga a una riflessione. Per me è più facile costruire narrativa su temi scuri e poco chiari che su concetti già limpidi. La morte mi dà infinite possibilità: ci puoi scrivere mille cose, molto più che parlando di amore, guerra o politica».
A proposito, in un verso dice che l’attuale governo «ha trasformato questo Paese in un inferno e ha vinto». Quando lo dice, si sente rassegnato o sta constatando un dato di fatto?
«Per me è un dato di fatto del Paese in cui viviamo. È anche un rimprovero verso chi avrebbe dovuto contrastare certe cose, e verso me stesso che non sono mai andato a votare. Siamo tutti parte del problema. Oggi la gente guarda il telefono invece di vedere quello che succede intorno. Siamo chiusi in casa sopraffatti da mille cose futili, così siamo diventati innocui, non siamo più un problema e così hanno vinto loro, quelli del governo».
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