Trentino Alto Adige/Suedtirol

Notti magiche a Don Bosco. «Quando il calcio ci univa» – Bolzano



BOLZANO. Non c’era Firmian, Casanova neppure disegnata a matita su qualche lucido degli uffici dell’urbanistica. Druso Ovest? Solo un viale che moriva tra i cipressi verso Ponte Adige. Nel mentre, via Montecassino, cuore di Don Bosco si sentiva il centro del mondo in quella Bolzano ancora piena di gente per strada nelle notti d’estate. Con i suoi quartieri popolari dove il popolo si faceva sentire in un campetto 60 per 20 per 17. L’altoparlante avrebbe scandito i nomi: in porta Toldo, l’eroe della semifinale europea contro l’Olanda, quella del “cucchiaio” di Totti; poi Fanna, l’ala fantasmatica della Juve, Maniero, Galderisi il bomber in formato mignon, Barbadillo il fulmine nero. In un certo giorno anche Josè Altafini. E poi via, campione dopo campione. Che ci facevano lì? «Ce li ho portati io», dice oggi Silvano Cassini (nella foto piccola). Notti magiche a Shangai, altroché il mundial. «È stato – aggiunge – un momento che non tornerà più, troppo cambiate le cose, tutto più complicato…». Quelle notti erano percorse dal “Città di Bolzano” un torneo estivo che detto così sembra una cosa da niente. In realtà trascinava in quel rettangolo neanche a norma gente a migliaia, attirava calciatori nostri e loro, inteso quelli con le maglie delle grandi squadre di serie A. Perché? Perché si divertivano. Ognuno giocava come faceva da bambino, quando spingeva un pallone tra i sassi di un oratorio di paese, con unico premio l’abbraccio del parroco e del papà che non si sarebbe perso un istante di quelle partite. Tornar ragazzi tra persone comuni, giovani bolzanini che avevano appena finito il loro campionato dilettanti in squadre ormai mitiche: Imperal, Bolzanese, Stella Azzurra, Oltrisarco. «Ora non ci sono più, sparite. Anche per questo estati come quelle del “Città di Bolzano” non torneranno più», sorride con un gran velo di malinconia Cassini. Lui è stato per 36 anni in Comune come gestore dei campi sportivi e, insieme a Arrigo De Biasi, si è inventato un evento che ha fatto la – anche se piccola – storia di una città ancora in cammino, fiera delle proprie identità di quartiere e attaccata allo sport come pratica leale e giocosa. Oggi Silvano Cassini, dopo essere stato vicepresidente del consiglio di circoscrizione Oltrisarco è anche presidente provinciale dell’associazione nazionale bersaglieri. Sempre di corsa.

Bersagliere? 

Sì, perché non serve averlo fatto, basta avere un genitore, un parente che ha indossato il cappello con le piume. Il principio delle mostrine cremisi è che il frutto non cade mai lontano dall’albero.

Poi e anche prima, però, c’è il calcio?

Quello mai mollato. Nel ’71 sono stato anche vice campione nazionale juniores. Col Bolzano.

Quel Bolzano?

Sì quello. Adesso anche lui è sparito. Peccato.

Ma resta il “Città di Bolzano”, quel torneo estivo era più di un torneo no?

Arrivavano tutti. All’inizio in quel campetto in via Montecassino c’erano pochi scalini, e quelle erano le tribune. Ma la gente si accalcava. E dopo un po’, ai nostri si sono aggiunti i campioni che venivano da fuori. Una festa.

Partito in che anno?

Era il 1981 e anch’io ero un ragazzo. L’idea è stata: rianimiamo Don Bosco e il resto dei quartieri perché non si sa mai cosa fare. Poi c’era la questione del campo.

Cioè?

In via Montecassino era un 60-20-17 come misure. Un rettangolo. In quegli anni le partite di quel tipo si giocavano a sette. Solo che lì non ci stavano, troppi. Ci siamo detti: togliamo un giocatore. Così siamo finiti a fare partite a sei.

Il che, visto in prospettiva, è stato l’uovo di Colombo perché quel format ha sfondato, come si dice no?

È stato così. Abbiamo fatto di necessità virtù, solo che così abbiamo inventato quello che non c’era e che poi tutti hanno copiato.

Com’è stata che dopo un po’ sono arrivati anche i grandi calciatori?

Tutti ne parlavano di quel torneo. E d’estate tanti avevano voglia di giocare. Poi il passaparola, anche messo in giro dai nostri più bravi che giocavano nel Bolzano. Sembrava un mondiale…

Addirittura.

Beh, metta insieme Fanna e Galderisi, Toldo e Barbadillo e una sfilata di altri bravi tra serie A e B, condita dai nostri giovani e no, che venivano da squadre che hanno fatto la storia di Bolzano.

Perché poi è finita?

Come sono finite le nostre più belle società, dalla Stella Azzurra alla Bolzanese all’Imperial. Vere fucine di calciatori. Ma soprattutto luoghi in cui i ragazzi avevano un’alternativa alla strada. In quegli anni e non parlo di secoli fa, i bambini giocavano nei campetti dietro le parrocchie.

All’ombra dei campanili

Appunto. O nei cortili. Oppure bastava il parcheggio lasciato libero dalle auto nei quartieri. Così nascevano anche i campioni. E avevano vivai senza fine le nostre squadre di città. Anche il Bolzano.Sparito anche quello. Resta la Virtus ma manca tutto quel tessuto popolare. E poi le federazioni erano meno rigide.

Le federazioni?

Oggi ci sono norme restrittive per ogni cosa. Impossibile un “Città di Bolzano” come il nostro.
Cosa manca ancora?

È una Bolzano più chiusa in se stessa. Per quel tipo di sport così spontaneo e felice manca la partecipazione. Anche le associazioni non sportive, vedo, soffrono. È come se mancasse la linfa per tutto questo.

E lei?

Sto nei bersaglieri perché mi sembra di tenere viva una bella cosa. Ma non c’è malinconia per quelle estati, semplicemente le cose sono cambiate. Nessuno si sognerebbe più di starsene in quelle tribune di allora, che però poi ho ingrandito io stesso con i tubi Innocenti. O di giocare su quei campetti. Mah, forse è meglio così…




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