Nothing – A Short History Of Decay
Nati nell’ormai lontano 2010 nella cameretta del frontman Domenic Palermo a Phildelphia come suo progetto solista, i Nothing arrivano ora al quinto LP, che segna anche il loro debutto su Run For Cover.
La band della Pennsylvania si presenta con una nuova line-up con gli arrivi di Zachary Jones (MSC, Manslaughter 777) alla batteria, di Bobb Bruno (Best Coast) al basso e di Cam Smith (Ladder To God, Cloakroom) alla chitarra, mentre Palermo in queste nuove nove canzoni affronta temi come l’invecchiamento, la malattia e il peso dei ricordi con sorprendente lucidità.

Questo nuovo album, a quanto ci dicono le note stampa, è il loro lavoro più ampio dal punto di vista sonoro e più diretto dal punto di vista emotivo, una riflessione su grande schermo sul tempo, la verità e il lento disfacimento del corpo.
Scritto e prodotto da Domenic insieme al chitarrista dei Whirr Nick Bassett (già bassista dei Nothing tra il 2013 e il 2018) e registrato al leggendario Sonic Ranch in Texas, “A Short History Of Decay” arriva dopo poco più di due anni da “When No Birds Sang”, l’album post-metal insieme ai Full Of Hell, e oltre cinque anni dal loro disco precedente, “The Great Dismal“.
“Never Come Never Morning” apre il disco e ci porta su territori sonori inaspettati con chitarra acustica e perfino arrangiamenti di fiati curati da Jesus Ricardo Ayub Chavira (conosciuto proprio allo storico studio texano durante un party): il tono è decisamente meditativo e Palermo si apre nel suo songwriting tanto che possiamo percepire il suo dolore e la sua malinconia. Il drumming di Jones è comunque ben presente e anche le tre chitarre si fanno sentire, ma a prevalere, per gli oltre tre minuti e mezzo del pezzo, è comunque un sentimento di tristezza.
Torniamo nel mondo più intenso e cattivo dei Nothing subito dopo con il principale singolo “Cannibal World” che ci colpisce per la durezza industrial delle sue sonorità: pur rumoroso ed energico, comunque il pezzo nei vocals non riesce a nascondere , una sensazione dolce-amara all’interno della sua cattiveria e aggressività strumentale.
Proprio in mezzo al disco ecco quella che senza dubbio è la nostra canzone preferita di questo quinto lavoro sulla lunga distanza dei Nothing, “Purple Strings”: la loro musica, sempre dai toni cupi, va ad arricchirsi di vari archi (tra cui la preziosa arpa della sempre incredibile Mary Lattimore), rimanendo sempre calma e lasciando trasparire la sofferenza.
Dopo la folle e rumorosa aggressività shoegaze, costruita con la potenza delle tre chitarre, di “Toothless Coal”, i toni si fanno più riflessivi in “Ballet Of The Traitor” con aperture sognanti e delicate.
Emotività e vulnerabilità sono ancora una volta presenti nel songwriting di Palermo, ma ciò che ci fa più piacere è la varietà sonora di questo nuovo album dei Nothing, che magari non piacerà a tutti i vecchi fan del gruppo statunitense, ma che definisce senza dubbio un ottimo e ulteriore passo avanti nel loro cammino: sebbene Domenic abbia definito “A Short History Of Decay” come la fine di un capitolo (ma non la fine del suo gruppo), noi siamo certi che ancora tanti altri molto interessanti potranno essere scritti nel loro futuro.
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