Norimberga: il film con Russell Crowe e Rami Malek indaga l’origine del male
Come si può capire, guardando un uomo negli occhi, quale sia la sua vera natura? È un malvagio manipolatore? Uno che ha semplicemente assecondato ordini imposti dall’alto? O è un pazzo inconsapevole? Se pensate che Norimberga, il nuovo film di James Vanderbilt, sia solo l’ennesima pellicola che racconta l’atroce periodo nazista, siete sulla strada sbagliata. Anche se ha tutti i crismi del film storico e riesce in qualche modo ad assumere anche un sottile valore documentaristico, il film con protagonisti Rami Malek e Russell Crowe sembra condurci verso una riflessione più accurata e profonda: non tanto su cosa sia stato il nazismo o su come i suoi fautori vennero processati, quanto su come una persona possa arrivare a essere malvagia e spregevole, e su come quella della cattiveria sia una condizione che potenzialmente potrebbe riguardare chiunque.
Ci troviamo nell’immediato dopoguerra. Adolf Hitler è morto, gli Alleati hanno vinto la Seconda guerra mondiale e i gerarchi nazisti sopravvissuti vagano per l’Europa nel tentativo di sfuggire all’esecuzione, data quasi per certa. Tra coloro che vengono catturati dall’esercito americano c’è Hermann Göring (Russell Crowe), ex braccio destro di Hitler e secondo uomo più potente della Germania nazista. Gli Alleati, guidati dal giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon), provano a istituire un tribunale internazionale affinché il regime nazista risponda dei propri crimini. Al tenente colonnello Douglas Kelley (Rami Malek), psichiatra dell’esercito americano, viene affidato il compito di tracciare un profilo psicologico dei ventidue imputati per crimini di guerra, tra cui lo stesso Göring. In realtà, il compito di Kelley non si limita alla sola psicoanalisi dei gerarchi: è suo dovere anche mantenerli in vita in vista del processo, evitando che possano suicidarsi come fecero Hitler, Goebbels e Himmler. Göring è il nazista con cui Kelley riesce a instaurare il rapporto più stretto, arrivando a ottenerne la fiducia. È un uomo profondamente narcisista e manipolatore, capace a tratti di invertire i ruoli di medico e paziente.
Norimberga offre molti spunti di riflessione. Innanzitutto riprende un meccanismo già rivelatosi efficace in La zona di interesse: mostrare il nazismo dal punto di vista dei nazisti, facendoci conoscere un loro lato umano che ovviamente non li riabilita, ma permette di comprenderli meglio. La rappresentazione del rapporto tra Göring e Kelley ci spinge a porci domande scomode, che vanno ben oltre il semplice giudizio morale. Il dialogo tra i due diventa il vero cuore del film. Göring non è mai rappresentato come una caricatura del mostro, bensì come un uomo affascinante e proprio per questo ancora più inquietante. L’ambiguità proposta da Norimberga porta a riflettere su come la crudeltà possa trovare terreno fertile in molti uomini di potere, che non necessariamente nascono con una follia innata, ma sono il prodotto dell’ambiente che li circonda. Il male viene messo in discussione, ed è lo stesso Göring a farlo notare, mettendo a confronto i crimini nazisti contro gli ebrei con quelli dei sovietici e degli americani contro tedeschi e giapponesi, evocando il sistema dei gulag e citando le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
James Vanderbilt fa sì che ambientazioni e dialoghi riflettano perfettamente lo stato mentale dei personaggi, intrappolati nelle loro celle. Russell Crowe offre una prova solida e magnetica, dando vita a un Göring inquietante proprio perché profondamente umano, mentre Rami Malek costruisce un Douglas Kelley ossessivo, progressivamente risucchiato dal male che sta studiando. Il loro rapporto evolve in modo tale che lo spettatore possa costruire un proprio pensiero, arrivando persino a smarrire i propri riferimenti morali.
Più che mostrarci la storia del processo ai nazisti, Norimberga compie un’indagine morale sull’origine del male, invitandoci a riflettere sulle condizioni che lo generano e su come esso sia ciclicamente ripetibile, anche ai giorni nostri. È una riflessione sulla responsabilità individuale e sull’illusione che il male sia sempre qualcosa di lontano da noi. Ed è proprio in questa capacità di mettere a disagio che il film trova la sua riuscita.
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