Non si giudica più la direzione, ma il direttore: perché il caso Venezi riguarda tutti
26.01.2026 – 17.30 – C’è un articolo di Dagospia, uscito oggi, che racconta il ritorno in Italia di Beatrice Venezi come si racconterebbe una farsa di fine Ottocento: con i cattivi già assegnati, i buoni riconoscibili dal colore politico e il pubblico ridotto a comparsa inconsapevole. È un pezzo scritto con mestiere, va detto, perché Dagospia sa usare il sarcasmo come pochi. Ma proprio per questo merita di essere preso sul serio. Non per ciò che dice, bensì per ciò che rivela. Secondo quel racconto, il direttore d’orchestra non sarebbe semplicemente tornato a dirigere, ma sarebbe rientrato in patria come parte di un’operazione. Applausi sospetti, claque organizzata, stampa amica pronta a titolare. Tutto troppo perfetto per essere vero, dunque — nella logica del sospetto permanente — necessariamente falso. Il successo, in Italia, è sempre colpevole finché non prova il contrario.
Dagospia non contesta la Carmen di Bizet. Non discute la direzione, non entra nella musica, non azzarda una valutazione artistica. Si limita a insinuare che quegli applausi non valgano, perché provengono dalle persone sbagliate. È un vecchio riflesso nazionale: non importa cosa accade, ma chi lo guarda e chi lo approva. Così il teatro diventa una sezione di partito, il pubblico una milizia, la platea un plotone. Il Verdi di Pisa non è più un luogo di spettacolo, ma una scena del crimine. Dieci minuti di applausi diventano una prova indiziaria. Eppure la realtà, come spesso accade, è molto meno romanzesca. Beatrice Venezi è tornata in Italia perché aveva dei contratti da onorare. Punto. Una Carmen a Pisa, poi Trieste, dove dirigerà L’ascesa e caduta della città di Mahagonny di Weill e Brecht. Non una passerella, ma un’opera difficile, scomoda, politicamente corrosiva. Altro che conforto ideologico. Ma questo dettaglio, nell’articolo di Dagospia, conta poco. Perché la vicenda non viene raccontata come una questione artistica, bensì come un capitolo della guerra culturale italiana. Venezi non è più un direttore d’orchestra: è un simbolo. E come tutti i simboli, va demolito o idolatrato. Mai ascoltato.
La protesta dell’orchestra della Fenice — seria, legittima, articolata — diventa così lo sfondo ideale per una narrazione più semplice: da una parte gli “inermi lavoratori”, dall’altra la “bacchetta nera”. Una formula efficace, ma pericolosa. Perché nel momento in cui si smette di discutere del lavoro e si comincia a discutere delle etichette, la cultura perde il suo terreno naturale. Il paradosso è che Dagospia, nel tentativo di smascherare una presunta strumentalizzazione politica, finisce per farne una propria. Ogni gesto viene letto in chiave ideologica: la spilla, la battuta ironica, persino gli applausi. Non esiste più la possibilità che qualcosa accada semplicemente perché funziona. E così il teatro, che dovrebbe essere il luogo dell’ambiguità, del dubbio, della complessità, viene ridotto a tribunale morale. Si emette la sentenza prima ancora che si alzi il sipario. Beatrice Venezi, nel frattempo, continua a fare ciò che ha sempre fatto: dirigere. Mentre attorno a lei si discute di profili, di opportunità, di simboli, lei affronta partiture. Non risponde con comizi, ma con prove. Non con slogan, ma con musica. Una difesa antica, forse ingenua, ma ancora la più dignitosa. A Trieste, tra pochi giorni, dirigerà Mahagonny: un’opera che prende in giro il moralismo, smaschera il conformismo e mostra come spesso le indignazioni pubbliche servano più a chi le proclama che a chi le subisce. Brecht avrebbe sorriso davanti a questa vicenda. Forse anche Weill. E forse la lezione è tutta qui: in un Paese che ha trasformato la cultura in un campo di battaglia permanente, l’unico vero atto sovversivo rimasto è fare bene il proprio lavoro. Anche quando qualcuno decide che non dovrebbe piacere.
[f.v.]




