Non c’è stata piena consapevolezza di ciò che si chiedeva di votare

«È stata una battaglia che forse più di altre valeva la pena di combattere! Campagna referendaria di civiltà e di democrazia quando a partecipare sono i cittadini come hanno dimostrato le percentuali di voto. È stata un’occasione per ascoltare i cittadini e incontrarli nei loro territori».
Commenta così l’assessore regionale alle Attività Produttive, Tiziana Magnacca, l’esito del quesito referendario sulla giustizia che ha visto prevalere il No.
La Magnacca prosegue: «Il responso del referendum ci consegna due valutazioni: la partecipazione alta ci rincuora rispetto alle passate elezioni (che pure avrebbero dovuto coinvolgere maggiormente gli italiani) dove l’astensionismo ha toccato punte storiche. Il No alle modifiche costituzionali – che va rispettato – è stato il frutto di un insieme di circostanze che poco hanno a che fare con il merito della riforma, talora neppure letta, come appare evidente dalle esternazioni pubbliche a cui abbiamo assistito. Se è vero che la partecipazione consente di constatare un buono stato della democrazia partecipativa, dall’altro canto non possiamo tacere che la stessa non è conseguita a una piena consapevolezza di ciò che si chiedeva di votare, ma frutto di posizioni ideologiche contaminate da una campagna di odio e di offese. Attacchi spesso personali quanto fuori luogo, con posizioni troppo radicate per poter definire adulto e maturo il confronto politico».
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La valutazione di Magnacca prosegue così: «Va tuttavia dato atto al governo Meloni di aver fatto il proprio dovere: aver portato a compimento parlamentare un iter di riforma costituzionale su cui il Premier si era impegnato con gli elettori. Non è questo che chiediamo sempre ai nostri rappresentanti politici? Il fatto che molti di coloro che hanno votato quel programma poi non abbiano votato per confermare la riforma ci induce a pensare a quante variabili siano intervenute nel dirigere il voto altrove, variabili esterne ed esogene alla riforma. Non è stata una vittoria politica, dunque! Ma per nessuno. Non per il centro destra. Sicuramente non è una vittoria delle opposizioni, divise al loro interno e dimostratesi, a partire dalla ferocia verbale alla infondatezza delle tesi portate avanti, non all’altezza di fornire una valida alternativa al governo di centro destra, sebbene abbiano subito archiviato la Costituzione e chiesto le dimissioni della premier».
Magnacca poi pone un quesito: «È stata forse la vittoria politica di Anm? Forse sì, sancendo la definitiva presenza nel nostro ordinamento di una capacità di condizionamento di quest’ultima che poco ha a che fare con la separazione dei poteri (questa di prevista dalla Costituzione) e con un ordinamento democratico compiuto. Ma tant’è’. Forse con tale forza riuscirà magari a riformarsi dal suo interno ed evitare che si debba scomodare la Costituzione. Il percorso referendario è stato, in ogni caso, una battaglia di civiltà, di libertà e di riconoscimento della meritocrazia come principio costituzionale, che non poteva non essere portato avanti da tutti gli uomini e le donne che credono in questi valori costituzionali e che a essi ispirano la propria vita. Grazie dunque a tutti i magistrati, agli avvocati, ai giuristi accademici, e a tutti coloro che hanno mostrato il coraggio delle idee e la forza di difenderle. Restano oltre 12 milioni di italiani che chiedono di modificare lo status quo. È seme che una volta piantato potrà dare frutti preziosi alla democrazia ma in una stagione più mite e con un terreno più fertile. Alla fine è stata persa solo una battaglia, ma non la guerra».
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