No Static At All – Gli anni d’oro dell’AOR (1976-1986)

Cosa resta oggi di quell’hard rock melodico e sofisticatissimo che, nato in America nella seconda metà degli anni ’70, ottenne enormi successi in tutto il mondo almeno fino alla fine del decennio successivo? Più di quanto si potrebbe pensare. L’Adult Oriented Rock, noto anche con la sigla AOR, ha segnato intere generazioni con le sue chitarre ruggenti, i suoi synth scintillanti, le sue melodie appiccicose e tonnellate di ritornelli epici e muscolosi, capaci di stamparsi in testa dopo pochissimi ascolti.
Ai puristi del rock ha sempre fatto storcere il naso. Per loro, band da milioni di dischi venduti come Journey, Toto, Boston, Asia e REO Speedwagon puntavano solo alla perfezione tecnica e all’impatto del singolo da lanciare come hit. Un sound patinato, levigato all’infinito in studio, con i suoi strati di tastiere, sintetizzatori e cori impeccabili: stucchevole, privo di anima e di spontaneità, pensato per spegnere lo spirito selvaggio del rock e trasformarlo in un prodotto di massa.
Musica innocua, borghese e rassicurante: rock aziendale, o corporate rock come si suole definirlo, concepito per ingrassare le casse delle grandi case discografiche. L’esatto contrario di punk, post-punk e delle sottocategorie più di nicchia del metal, da sempre considerati bastioni di purezza in un deserto artistico dominato dalle multinazionali del pop.
Eppure, come era accaduto qualche anno prima con il bubblegum pop, fu proprio quell’aspetto pulito e perbene, quasi confortante, ad attrarre stuoli di ascoltatori che dal rock si aspettavano solo melodie e hook facilmente assimilabili.
L’immediatezza che sta alla base di tanti brani contenuti nel box set “No Static At All” della Cherry Red Records, interamente dedicato all’AOR nel decennio d’oro 1976-1986, fu l’ingrediente segreto che permise a molti artisti di costruirsi un futuro economico stabile e sereno.
Quando, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, l’esplosione del grunge spazzò via l’hair metal, discendente lascivo e degenerato del corporate rock, i protagonisti dell’AOR avevano già messo al sicuro il loro bottino, mentre i loro eredi più sguaiati si ritrovarono quasi da un giorno all’altro fuori dal mercato.
Come l’araba fenice, tuttavia, anche l’AOR rinasce regolarmente dalle proprie ceneri. Le grandi band del passato si riuniscono e tornano in tournée imperiose che riempiono arene e palazzetti; sample e loop vengono pescati dagli antichi classici per fare da base ai produttori di hit contemporanei, loro sì semplici macchiette al servizio del capitalismo radiofonico; la Frontiers Records, etichetta italiana nata a Napoli nel 1996, offre a tanti vecchi e dimenticati esponenti del filone (e non solo) la possibilità di incidere nuova musica.
Oltre il disprezzo e i pregiudizi, l’hard rock melodico anni ’70 e ’80 vive come autentico fenomeno di costume transgenerazionale. Basti pensare alla colonna sonora di “Rocky IV”, imprescindibile per ogni appassionato di action movie (nel box set c’è “No Easy Way Out” di Robert Tepper), o alla celeberrima “Don’t Stop Believin’” dei Journey – canzone così famosa da essere diventata patrimonio collettvo, popolare nell’accezione più nobile del termine.
“No Static At All” non è un triste monumento funebre al vecchio rock mainstream, ma la celebrazione della sua capacità di restare rilevante nonostante l’invecchiamento precoce della sua ricetta. Un omaggio ai tanti talenti artistici e tecnici che, quando i dischi si vendevano ancora, hanno fatto palate di soldi. Non tutti, però, si sono arricchiti: ecco a voi cinque deep cuts per ricordare gli eroi dimenticati inclusi nel cofanetto.
I-TEN
I Don’t Want To Lose You
Progetto effimero di due grandi songwriter come Tom Kelly e Billy Steinberg, portato avanti con l’aiuto di sessionmen provenienti da Toto, Mr. Mister e Journey. I REO Speedwagon ripresero il brano nel 1988, cinque anni dopo l’uscita della versione originale.
STRAIGHT LINES
I’m Talking To You
La Epic puntò forte su questa band canadese originaria di Vancouver. Qualche successo significativo in madrepatria tra il 1980 e il 1981, infine l’oblio. I membri del gruppo sono finiti a fare i sessionmen e a lavorare per cinema e TV.
TERENCE BOYLAN
Where Are You Hiding?
Soft rock di classe per questo cantautore statunitense, compagno di studi di Walter Becker e Donald Fagen degli Steely Dan. Tre album pubblicati tra il 1969 e il 1980, un contratto importante con l’Asylum Records ma zero successi.
BALANCE
In For The Count
AOR corposo e “metallico” per questa promettente band newyorchese nella quale militava anche il chitarrista Bob Kulick, famoso per il suo lavoro con Kiss, Meat Loaf e W.A.S.P. Gli ingredienti per il successo c’erano tutti, ma le potenzialità commerciali del disco vennero affossate da una profonda crisi che colpì la CBS tra il 1982 e il 1983.
DAKOTA
Runaway
Gruppo dalle alterne fortune che, tra il 1980 e il 1984, produsse un paio di album di buon AOR in stile Journey, potendo inoltre contare sul prezioso supporto di prestigiosissimi ospiti (spiccano Bill Champlin dei Chicago e Steve Porcaro dei Toto). Il loro maggior successo resta il ruolo di opening act per il The Game Tour dei Queen.
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