Ninna Quario: «Mia figlia, Federica Brignone, si sente la meno talentuosa di casa, questo le ha portato grande determinazione. L’infortunio? Sta lavorando da sette mesi per tornare»
Rifarebbe tutte le sue scelte?
«Sì, tanto indietro non si può tornare: è passato non si può cambiare».
La cosa più bella dello sci per lei?
«Il senso di dominio di un elemento come la neve che vale a tutti i livelli perché hai la libertà di sceglierti la tua traccia».
Mai avuto paura?
«Io avevo paura della discesa libera. Ai miei tempi c’erano sci poco stabili e ci voleva più coraggio di ora. Per i miei figli ho avuto un po’ paura, ma è una cosa che non deve essere trasmessa».
Ci sono stati due gravi incidenti nella squadra azzurra quest’anno: la morte di Matilde Lorenzi e quella di Matteo Franzoso. Nel libro lei racconta la tragedia di Leonardo David che tornò a sciare dopo una caduta, cadde di nuovo e rimase per anni in uno stato di coma vigile da cui non si è mai risvegliato.
«Nello sci questi sono casi che fanno notizia, ma ci sono ragazzi che hanno incidenti e infortuni gravi ogni giorno. Questa è la vita. Io non credo che un genitore debba tenere un figlio seduto su un divano, magari con un cellulare in mano. La vita va vissuta».
Io suoi figli non sembra che siano mai stati fermi. E neanche lei a leggere il libro e guardare il suo profilo Instagram.
«Tutti iperattivi. Tanto sport, ma non solo visto da giornalista ho fatto lavoro sedentario raccontando lo gare degli altri. Tutti siamo grandi lettori».
Scrive: «Non si può fare un progetto per la vita dei propri figli». Le avranno chiesto infinite volte come è stata costruita la carriera di sua figlia.
«Ci sono sempre di più nel mondo dello sport atleti di altissimo livello gestiti o allenati o organizzati dalla famiglia. Queste programmazioni maniacali non riescono in tutti i casi. Chi fa questo percorso e non arriva al successo sportivo ha delle ripercussioni: odiano lo sport, odiano i genitori. Nel nostro caso è stato tutto un gioco e un divertimento e Federica è diventata la numero uno al mondo. Ci vuole talento e si devono fare pochi errori. Si possono crescere campioni senza questa programmazione maniacale, si creano appassionati di sport e si stabiliscono rapporti con i figli».
Federica non era la migliore a livello giovanile e Davide vinceva più di lei. Non un caso di campionessa bambina. Bisogna aspettare gli atleti?
«Davide era chiaramente più dotato, riusciva in tutti gli sport. Federica in casa si sente la meno talentuosa, forse per questo suo arrancare le ha dato tanta determinazione. Specie in campo maschile i campioni bambini non arrivano. Fra le ragazze è più facile, ma Federica arrivava 50esima alle gare nazionali, nessuno la conosceva. Al momento del salto di qualità, a 15 – 16 anni, c’è stata la svolta».
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