Nick Storring – Mirante: Il Brasile immaginario di un Mike Oldfield del terzo millennio :: Le Recensioni di OndaRock
Componente da quasi vent’anni, in qualità di violoncellista, della formazione canadese di folk-rock cameristico Picastro, dalle tinte post-rock e slowcore, Nick Storring vanta anche da tre lustri una ricca carriera da compositore elettroacustico. Capace di padroneggiare, da solo, un arsenale virtualmente illimitato di strumenti, convenzionali o meno, tradizionali o da lui stesso costruiti (qui la lista di quelli impiegati nel lavoro in esame), il musicista basato a Toronto tesse nelle composizioni contenute in “Mirante” un arazzo intricato, al tempo stesso limpido ed enigmatico. Due intuizioni ugualmente paradossali vi convivono in equilibrio prodigioso: far percorrere statici panorami ambientali da una microscopica frenesia vitale; racchiudere la festosità di un carnevale tropicale nella bolla di un intimismo meditativo.
Una splendida intervista concessa da Storring ci lascia immaginare le fasi della genesi del disco. Dapprima vediamo il polistrumentista aggirarsi nel labirinto-giocattolo da lui stesso concepito, scegliendo dagli scaffali, con la pazienza dell’artigiano, le tessere del suo nuovo mosaico sonoro. Questo, pur espandendosi senza apparente piano strutturale, risulta stavolta innervato da un leit-motiv emergente: frammenti di percussioni incastonati gli uni negli altri, battiti stratificati. Poi, la presa di coscienza: quelle che si stanno facendo strada nel processo compositivo sono reminiscenze dei ritmi di una terra mai visitata, manifestazioni di subconsci echi brasiliani. Ecco, allora, il musicista finalmente in viaggio verso São Paulo, di cui avvista la costa da un belvedere – in portoghese, mirante – tendendo l’orecchio per carpirne i ritmi finora mai uditi dal vivo. Eccolo, infine, di ritorno nel natio Ontario, abbracciare una volta per tutte, alla luce dell’esperienza sudamericana, la propulsione pulsante naturalmente emersa nel flusso creativo e arricchire i suoi brani strumentali con nuovi timbri, i buffi vagiti della cuica, gli acuti cinguettii delle corde del cavaquinho.
Da questo dialogo circolare attorno al patrimonio musicale brasiliano, in parte assorbito tramite gli ascolti, in parte immaginato, in parte vissuto, con cause ed effetti che si scambiano posto senza requie, prende forma l’incanto di “Mirante”. Quando la prima sezione della tripartita “Roxa”, dopo aver fatto spegnere e accendere nel silenzio miraggi di tastiere, lascia scaturire il frinire infinitesimale delle percussioni e spande come nebbia l’illusione di un canto corale, non si può non pensare al respiro palpitante che sorregge la “Music for 18 Musicians” di Steve Reich. Tuttavia, laddove il capolavoro del compositore statunitense procede per moduli minimalisti, eternamente rigenerantisi in virtù di un’inerente legge strutturale, le pièce di Storring mutano sinuosamente secondo una prassi un po’ new age, un po’ progressiva, come un Mike Oldfield cresciuto nel terzo millennio a pane e Quarti Mondi à-la Jon Hassell.
Tra la conclusione di “Roxa I” e l’apertura di “Roxa II”, certi ostinati di Rhodes, certe corde stoppate dalle movenze quasi funk, certe figure melodiche di xilofono riportano alla mente perfino i momenti più serafici dei Tortoise degli anni Novanta. E nei suoi nove minuti abbondanti, la title track ingloba senza soluzione di continuità guizzi metallici, bizzarri ticchettii, radure di field recordings oceanici e impennate batucada.
La produzione cristallina conferisce alle sette tracce di “Mirante” una patina di alta definizione talmente tirata a lucido da lambire, in apparenza, le architetture high tech del “Mirror Guide” di Keith Rankin nel suo alias Giant Claw. Ma non è che l’ennesimo gioco di specchi approntato da Storring, che si diletta, per sua stessa ammissione, a simulare l’elettronica con mezzi puramente acustici ed elettrici. Nonostante, in alcuni tratti, vortici di voci disincarnate e accelerazioni fantasmatiche sembrino preludere a delle esplosioni digitali che in realtà non si verificano mai, e fatta eccezione per la leggera inquietudine post-industriale che sottende il balletto androide di “Terra De Garoa”, le sensazioni trasmesse dall’album risultano molto più umane che post-umane; il suo approccio appare in più punti divertito, niente affatto serioso. A testimoniarlo, l’asciutto eppure toccante lirismo della chiusura rappresentata da “Roxa III”, in cui coesistono adagio sinfonico e tambureggiamenti da giungla equatoriale.
Abbandonarsi a “Mirante” può significare farsi cullare dalla sua anima più riflessiva, perdersi a contemplare gli anfratti corallini dei suoi intarsi, sintonizzarsi sulla vibrazione primigenia che lo muove: proprio nella coesistenza tra queste suggestioni risiede la fascinosa peculiarità del nono lavoro di Storring. Se ne potrà anche intraprendere l’ascolto come fosse un viaggio: tanto avventurosa esplorazione di lontani paesaggi sognati, quanto immersione interiore verso un continente sommerso molto più vicino, che non si sapeva di custodire.
05/12/2025




