Nessuno gli ha mai regalato nulla. La rivincita di Matthias Lodi, primo triestino nel Gran Turismo
02.10.2025 – 17:30 – La redazione ha intervistato Matthias Lodi, pilota triestino che ha scritto una pagina inedita per lo sport cittadino. La sua storia è quella di un atleta che non ha mai avuto nulla di regalato, che ha dovuto costruire ogni passo della carriera con fatica, sacrifici e determinazione. Quando la pandemia di Covid ha fermato le competizioni, gli sponsor sono spariti, gli investimenti si sono congelati e per molti piloti non professionisti come lui le porte si sono chiuse. Poi la guerra in Ucraina ha aggravato la crisi economica, facendo aumentare i costi e riducendo ulteriormente le opportunità. Per tre anni Lodi ha dovuto mettere da parte la sua passione, convinto che il ritorno in pista fosse quasi impossibile.
Eppure, senza scorciatoie né privilegi, è riuscito a tornare. “È una grande soddisfazione e un orgoglio aver conquistato questo titolo internazionale dopo tre anni di stop forzato per problemi economici legati anche alla guerra in Ucraina. Tornare a correre non era affatto scontato”, racconta. Nel 2025 ha rimesso il casco, ha ripreso il volante e ha conquistato il titolo internazionale nella GT4 Endurance, imponendosi in un campionato che premia resistenza, costanza e lucidità. Un successo che, secondo le cronache locali, lo rende il primo triestino a trionfare in una competizione di Gran Turismo, proiettandolo in un orizzonte sportivo più ampio e restituendo alla città un simbolo di passione e riscatto.
Tre anni vissuti nell’incertezza e nella fatica di tenere in vita un sogno. Poi il ritorno, inatteso e sorprendente, culminato con un titolo che segna una pagina storica per lo sport triestino. La vicenda di Matthias Lodi, classe 1986, non è soltanto quella di un pilota che ha vinto un campionato: è la parabola di un uomo che ha saputo riscattarsi, che ha deciso di uscire dalla propria comfort zone e di tornare a credere in se stesso.
Fin dalla prima gara della stagione, Lodi ha sentito che la sfida era possibile. “Fin dalla prima gara, in cui tutto era nuovo e c’era da formare la squadra, abbiamo fatto progressi costanti. Ci siamo resi conto fin da subito che il titolo era alla nostra portata: sulla carta i nostri avversari partivano favoriti, ma sul passo gara potevamo giocarcela”.
Il momento decisivo è arrivato al Slovakiaring, con una pole position e una gara gestita alla perfezione: “È stato un momento chiave: piani e strategia hanno funzionato alla perfezione, anche grazie al lavoro dietro le quinte e al supporto del mio braccio destro, l’ingegnere Diego Husu, che mi passava informazioni via radio. In pista siamo riusciti a mettere in pratica tutto ciò che avevamo preparato, senza deviazioni dal programma”.
La GT4 Endurance, a differenza delle gare sprint, premia la regolarità più che la velocità pura. È qui che Lodi ha costruito la sua vittoria. “La costanza ha fatto la differenza: non si trattava di una singola gara, ma di una competizione di durata, dove conta la regolarità. I nostri avversari erano forti sul giro secco, ma non sull’endurance”.
Non è stato un cammino lineare. Per motivi di budget, ha dovuto saltare due gare: un handicap enorme in un campionato che si gioca sui punti. “Dopo lo Slovakiaring avevamo matematicamente vinto il campionato, anche se all’ultimo momento è stata aggiunta una gara extra per recuperarne un’altra. Il budget era esaurito e ho dovuto mettere mano ai miei risparmi per correre: la parte più dura della stagione”.
Dietro al successo non c’è solo la guida, ma anche il rapporto umano con il team. “Un ruolo chiave lo ha avuto anche il rapporto umano con il mio compagno di squadra. La fiducia reciproca fuori dalla pista si traduce in feeling in gara: lui analizzava i dati e sapeva darmi risposte che potevo trasformare in prestazioni”.
La mente, oltre al motore, è stata determinante. “Le gare sono anche sfide psicologiche. Concentrazione e tenuta mentale sono decisive, perché i distacchi tra le scuderie si misurano in decimi. Vince chi è più forte di testa, chi riesce a snervare l’avversario e a mantenerlo sotto pressione”.
Il titolo non è soltanto un traguardo personale, ma anche un orgoglio cittadino. “L’obiettivo principale non era il titolo, ma col tempo ci siamo resi conto che nessun triestino aveva mai vinto nel Gran Turismo. Questo mi ha dato una carica speciale: un motivo d’orgoglio e di energia. Ho fatto un passo dove nessun altro a Trieste, e forse anche in regione, era mai arrivato”.
La sua macchina porta sul tetto l’alabarda, simbolo di Trieste: “Porto sempre l’alabarda sul tetto della macchina: è il mio modo di rappresentare Trieste nelle competizioni internazionali”. E l’affetto ricevuto lo conferma: “A prescindere dall’ambito, sportivo, personale o lavorativo che sia, avrai sempre chi ti rema contro o chi rema insieme a te. L’affetto ricevuto sui social e durante la stagione è stato enorme“.
Un ritorno che assume il valore di un messaggio alle nuove generazioni. “Spero di aprire la strada ad altri triestini appassionati di motorsport. Io ho iniziato da bambino, quando ancora esistevano talent scout pronti a investire sui giovani. Oggi questo è diventato uno sport mercenario: bisogna avere disponibilità economica. Per questo cerco, attraverso i social, gli eventi e i track day, in cui gli interessati possono provare le macchine, di trasmettere alle nuove generazioni l’idea che sia ancora possibile inseguire questo sogno”.
Il ritorno alle corse non è stato un gesto di calcolo, ma un atto di fede nella passione. “La passione viene prima di tutto. Senza passione non si fa nulla. Molti mi dicono che avrei potuto spendere quei soldi in altro, ma questa è la mia strada”.
Una determinazione che non è mai venuta meno. “Non ho mai pensato di mollare. Ogni gara, anche quelle andate male, l’ho vissuta come esperienza. Non con l’ossessione della vittoria, ma con la voglia di godermi il campionato. Continuerò finché avrò sponsor al mio fianco”.
Lo sguardo adesso è già rivolto al futuro. “Il prossimo anno correrò quasi certamente con la stessa macchina, ma in un altro campionato. Abbiamo nuovi sponsor interessati: appena avremo certezze nero su bianco decideremo quale competizione affrontare”.
La scelta della GT4 è stata dettata anche dal realismo. “È la categoria più accessibile del Gran Turismo. Servirebbero però sponsor importanti, capaci di coprire una parte consistente del budget. Oggi anche le assicurazioni pesano molto: avere supporto in questo senso potrebbe fare la differenza”.
Dietro al casco c’è un uomo che non dimentica la fatica quotidiana. “Non è facile conciliare tutto. È un Tetris continuo, tra impegni e lavoro. Ora lavorerò all’Innoway dopo l’esperienza in Wärtsilä, quindi riesco a gestire meglio le corse”.
E c’è un valore che lo accompagna sempre: il rispetto. “Il rispetto e la fiducia reciproca sono fondamentali, sia verso la mia squadra, che considero una seconda famiglia, sia verso gli avversari. All’estero c’è più spirito di collaborazione: anche tra rivali ci si aiuta in caso di necessità. Ricordo una gara in cui uno dei meccanici di un team concorrente ha lavorato tutta la n
otte per aiutare i miei a risolvere un problema tecnico. Qua da noi ti augurano bene e successo, però quando li superi a loro dà fastidio”.
[f.v.]



