«Nessuno di noi ha il coltello, tutto sommato siamo bravi ma piazza Garibaldi è nostra»

«Oi… Non siamo una baby gang e siamo tutti amici e nessuno di noi ha il coltello». Il messaggio, accompagnato da un video temporaneo, uno di quelli che come in un film di James Bond si autocancella una volta visto (e non permette screenshot), arriva alle 22.22 di mercoledì sera. Musica trap di sottofondo e immagini di ragazzini con il volto coperto, di notte, in diretta da una piazza. Pochi secondi. Prove di contatto ravvicinato 2.0, forse anche 3.0 vista la sematica combinata dell’approccio, tra i cosiddetti bulli di Senigallia, quelli che nei giorni scorsi avrebbero tentato di pestare un giovanissimo coetaneo fuori dalla scuola Fagnani, in piazza Garibaldi, e la redazione online del Corriere Adriatico.
Il canale di comunicazione usato non è il telefono ma la direct, o DM se preferite, di Instagram, il social in cui l’apparenza spesso prevale sulla realtà, dove il culto dell’immagine è tutto anche se molte volte si tratta solo di una copia di una copia di una copia (per citare Fight Club, romanzo capolavoro di Chuck Palahniuk). «Solo perché siamo in tanti – si legge nel secondo messaggio – allora la gente dice che siamo pericolosi però non è così, tutto sommato siamo bravi», dove in quel «tutto sommato» si cela un mondo a parte.
Sincero stupore (quasi)
Parole che sembrano quasi di sincero stupore per quanto il Corriere ha raccontato nei giorni scorsi, compresi i timori della madre del ragazzino che, senza giri di parole, ha denunciato: «Mio figlio di 13 anni spintonato e minacciato. Adesso esce scortato». Capito bene: un ragazzino di 13 anni che, per uscire di casa, deve essere scortato.
Perché i bulli volevano i suoi soldi. «Lunedì l’hanno avvicinato fuori dalla scuola con una scusa – ha raccontato la madre – lui nemmeno li conosceva, non frequentano la Fagnani. Gli hanno chiesto dei soldi ma non glieli ha dati, così l’hanno spintonato dicendogli che se non li avesse portati giovedì se ne sarebbe pentito perché l’avrebbero picchiato. Lui me l’ha raccontato, così sono andata a prenderlo insieme a mio fratello. C’erano altri genitori e loro sono rimasti in disparte. Erano lì ad aspettarlo: se non ci fossimo stati noi, non oso immaginare cosa sarebbe accaduto».
Storie di ordinaria deriva
Alcuni sono già stati individuati dalla polizia. I più piccoli frequentano le scuole medie, i più grandi le superiori. Sia italiani che non. Storie di ordinaria deriva in una società in cui, ormai è evidente, si è creato un cortocircuito sociale. Con i social – che non sono l’unico male ma sicuramente una parte di esso per come normalizzano gli eccessi e deformano la realtà – eletti, allo stesso tempo, specchio delle brame, acquario per invidiare e parodiare gli altri e, ora, pure metodo per rivendicare senza filtri la propria posizione interagendo direttamente con un organo di informazione main stream. «Sincero, non ci sta diffamarci così nei giornali» è l’ulteriore commento da cui sembra filtrare quasi doloroso risentimento, forse un po’ di amor proprio. Invece? Tutto accartocciato da un nuovo messaggio, di un altro utente, verosimilmente appartenente allo stesso gruppo: «Piazza Garibaldi zona nostra, soldi e paura mai avuti, prenderemo piazza Garibaldi». Slogan già visti, chiari ma in fondo solo una copia di una copia di una copia.




