Puglia

Neonato morto in culla, don Antonio Ruccia patteggia un anno

Ha patteggiato un anno di reclusione (pena sospesa) don Antonio Ruccia, il 63enne parroco della chiesa di San Giovanni Battista, al quartiere Poggiofranco di Bari, accusato di omicidio colposo per la morte del neonato lasciato nella ‘culla per la vita’ attigua alla parrocchia il 2 gennaio 2025.  Inizierà invece il 3 giugno dinanzi alla giudice Giovanna Dimiccoli il processo con il rito ordinario al 46enne tecnico elettricista Vincenzo Nanocchio, che risponde dello stesso reato e ha scelto il rito ordinario.

Il parroco, assistito dall’avvocato Salvatore d’Aluiso, è ritenuto “ideatore, realizzatore e gestore della culla”, il tecnico difeso dagli avvocati Giuseppe Giulitto e Giovanni De Leo è considerato “ideatore ed esecutore materiale del sistema collegato, ideato e realizzato al fine di assicurare l’anonimato dei genitori ma privo dei requisiti di sicurezza che sarebbero stati necessari per garantire la sopravvivenza del neonato”. Il piccolo, di una o due settimane di vita, sarebbe stato lasciato da una persona mai identificata, nella notte tra il 1 e 2 gennaio, ma il congegno che avrebbe dovuto dare l’allarme sul telefonino del parroco non aveva funzionato, così come il sistema di riscaldamento della stanzetta, e il corpo del neonato morto per ipotermia era stato ritrovato la mattina del 2 gennaio dal titolare di un’agenzia di pompe funebri.

Numerose le cause di malfunzionamento della culla, a cominciare dal ‘tappetino’ sotto il materassino come quello che si usa come antifurto dinanzi all’ingresso delle abitazioni. E ancora, il sistema di riscaldamento viene giudicato “inadeguato” perché collegato a due sensori e in assenza di movimento si spegne dopo 9 minuti, ma non solo: quella notte, le cui temperature erano già molto basse, erogava aria fredda per una perdita di gas dal compressore. A carico del parroco anche l’accusa di aver affisso un poster all’esterno della culla e pubblicato sul web nel quale si davano “false precisazioni che la culla fosse ‘termica’ e che era presente un collegamento diretto tra l’allarme generato e il locale Policlinico”.




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