Liguria

Neonata morta durante il parto al San Martino, la perizia scagiona i medici: “Altre concause nel decesso”


Genova. La “mancata predisposizione tempestiva del taglio cesareo” rappresenta senza dubbio “una condotta omissiva”, e una “imperizia colposa” che avrebbe potuto causare un danno cerebrale reversibile forse solo parzialmente ma la morte della neonata durante il parto avvenuta il 27 aprile 2021 all’ospedale San Martino di Genova “potrebbe trovare giustificazione in un fattore e/o plurimi fattori, imprevedibili e imprevenibili, che si è interposto o si sono interposti, interrompendo di fatto una catena causale a tutta prima apparentemente semplice e lineare”.

Lo scrivono i periti Rita Celli, Amerigo Santoro e Nicola Ghione nominati dalla Corte d’appello di Genova per fare chiarezza sulle cause del decesso della neonata, che in primo grado aveva portato alla condanna di un medico e di un’ostetrica a un anno e sei mesi per omicidio colposo.

A chiedere e ottenere la perizia in appello era stato l’avvocato Antonio Rubino, visto che la condanna si era fondata sulla sola consulenza tecnica del pm. Per i periti “la condotta colposa omissiva” è sì “da porsi in nesso di concausalità con il decesso ma “da sola non soddisfa il criterio di giudizio penalistico” perché  “non è possibile escludere, con elevata probabilità prossima alla certezza, che l’evento morte sì sarebbe comunque verificato”.

In pratica, dicono i periti, di fronte alla “gravità della situazione rappresentata dal tracciato cardiotocografico”, anche se i due imputati avessero agito in modo tempestivo non si può escludere che le attività successive avrebbero potuto scongiurare la morte della piccola” visto che non è possibile escludere la presenza di una “condizione patologica polmonare che, in qualche modo, possa aver influito negativamente sul decorso della vicenda in esame”.

Oggi i periti sono stati sentiti in tribunale e avrebbero chiarito che se il ritardo nel cesareo rispetto a un feto che come rivelato dal tracciato cardiotocografico, avrebbe potuto creare un danno cerebrale alla piccola, non sarebbe la causa da solo della morte, imputabile piuttosto alle manovre di rianimazione che pur essendo state eseguite come previsto dal protocollo di intervento, avrebbero causato uno pneumotorace che l’ha portata alla morte. Quindi un evento imprevedibile e “straordinario” che potrebbe escludere la responsabilità penale del ginecologo e dell’ostetrica imputati, ferma restando la responsabilità civile, da valutare e quantificare in separata sede. Ma la battaglia giudiziaria non è ancora finita visto che i consulenti della famiglia sostengono invece che sia stato proprio il ritardo nel cesareo e il conseguente danno cerebrale a causare l’arresto cardiaco.

La madre della bambina aveva portato avanti la gravidanza senza problemi. Il 26 aprile erano arrivate le prime contrazioni ed era stato disposto il cesareo dopo parecchie ore quando i medici si erano accorti che la bimba aveva il battito cardiaco irregolare. Durante l’operazione la piccola era morta nonostante i tentativi di rianimazione messi in atto dal personale medico. I familiari della piccola, assistiti dall’avvocata Flora Foglino, avevano sottolineato sin da subito come nessuno dei medici avesse parlato di una situazione di pericolo o evidenziato il carattere di urgenza dell’intervento. Il processo è stato rinviato al 22 giugno per la discussione del pm e della parti civili. “Per noi il quadro – spiega l’avvocata Foglino – è quello emerso dalla consulenza e dal dibattimento di primo grado e non condividiamo le risultanze di questa perizia. La rianimazione ha fatto tutto quello che poteva per salvare il feto che tuttavia non presentava più nessuna vitalità, quindi spostare le responsabilità sulla rianimazione è a nostro avviso errato”.




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