Nell’Umbria che invecchia l’unica arma per salvare la crescita economica è la produttività
A causa della dinamica demografica negativa, l’Umbria rischia, tra il 2023 e il 2035, di perdere il 9,3 per cento del Pil, più della media nazionale. Il fattore demografico potrebbe così diventare un elemento di ulteriore divisione tra le regioni, «comportando il rischio di una decrescita più disuguale». A tratteggiare questo scenario è l’Agenzia Umbria ricerche, in un’analisi di Elisabetta Tondini dedicata all’impatto del declino demografico sulla crescita economica.
C’è una sola opzione Lo studio evidenzia come nemmeno un forte aumento del tasso di occupazione potrebbe salvare la regione: le uniche opzioni per mantenere il Pil ai livelli del 2023 sarebbero un innalzamento dell’età pensionabile, misura decisamente poco popolare, oppure un significativo incremento della produttività, che rappresenta ormai da lungo tempo il problema strutturale più grave dell’economia umbra.
Invecchiamento L’Umbria, come il resto del Paese, non sta solo invecchiando: sta perdendo la propria base attiva e con essa la capacità di generare valore economico. Il fattore demografico così, spiega l’Aur, da semplice variabile di contesto si configura ormai come un vincolo strutturale alla crescita, «la cui portata è paragonabile a quella dei grandi mutamenti tecnologici o degli shock esogeni». La relazione tra demografia ed economia è oggi più evidente che mai: se da un lato la crescita economica influenza le dinamiche della popolazione, dall’altro la struttura demografica condiziona in modo decisivo le prospettive di sviluppo dei territori. Le disuguaglianze regionali tendono così ad amplificarsi: le regioni che crescono attirano e trattengono popolazione giovane e attiva, mentre quelle già fragili perdono proprio la componente più dinamica, innescando un circolo vizioso che riduce ulteriormente la capacità di crescita e rende più difficile invertire la tendenza.
Pil e occupazione Tra il 2018 e il 2023 il Pil italiano è cresciuto mediamente in tutte le regioni, a eccezione della Basilicata, sostenuto da un aumento del tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni e da una maggiore presenza di lavoratori over 64. Il calo della popolazione e della quota di persone in età attiva ha però rappresentato un freno strutturale alla crescita, dal quale solo la Lombardia è risultata indenne. In Umbria, l’incremento dell’occupazione e il modesto miglioramento della produttività hanno sostenuto una lieve crescita economica, ma l’assottigliamento della base demografica ha agito in senso opposto, frenando l’economia regionale.
Le stime Le previsioni demografiche dell’Istat indicano che, nei prossimi anni, la popolazione italiana tenderà a diminuire quasi ovunque, con un calo particolarmente marcato nella fascia 15-64 anni. In Umbria entro il 2025 si stima una perdita del 3,4 per cento della popolazione complessiva e dell’8,9 per cento di quella in età attiva. Come sottolinea l’analisi, «in alcuni territori, come il Mezzogiorno ma anche l’Umbria, la questione demografica aggraverebbe quella economica, prefigurando un’ulteriore marginalizzazione strutturale». Le proiezioni al 2035 mostrano che il solo fattore demografico comporterebbe una flessione diffusa del Pil: il calo sarebbe dell’8,0 per cento in Italia e del 9,3 per cento in Umbria, superiore a quasi tutte le altre regioni.
Le opzioni Per mantenere il Pil ai livelli del 2023, sarebbe necessario aumentare la produttività del lavoro dell’8,7 per cento a livello nazionale, pari a circa lo 0,7 per cento annuo. In Umbria l’incremento richiesto sarebbe del 10,2 per cento, cioè circa lo 0,8 per cento all’anno. Diversi scenari mostrano le conseguenze delle possibili misure per contrastare la flessione. Un aumento del tasso di occupazione femminile di cinque punti porterebbe la perdita di Pil in Umbria dal 9,3 al 5,6 per cento, un miglioramento significativo ma non sufficiente. Aggiungendo un incremento anche dell’occupazione maschile di tre punti, il calo si ridurrebbe al 3,5 per cento, mentre a livello nazionale la contrazione sarebbe dell’1,8 per cento.
Le pensioni L’innalzamento dell’età pensionabile potrebbe dare ulteriori benefici. Portando l’età pensionabile a 69 anni, le simulazioni mostrano effetti compresi tra un aumento dello 0,9 per cento del Pil umbro e un calo del 3,1 per cento, a seconda delle condizioni locali, con la stima più plausibile collocata verso il primo scenario. Nonostante questi interventi, l’analisi evidenzia come la vera leva strategica sia la produttività del lavoro.
La produttività Un aumento strutturale della produttività è considerato indispensabile per compensare l’impatto della transizione demografica, sostenere il reddito e mantenere la competitività. Gli strumenti principali per ottenerlo sono investimenti in capitale umano, formazione continua, aggiornamento delle competenze e diffusione dell’innovazione tecnologica nei processi produttivi. In conclusione, contrastare la transizione demografica – spiega l’Agenzia – richiede un approccio integrato: da un lato, attivare tutto il potenziale di lavoro interno e favorire l’apporto di lavoratori in età attiva provenienti dall’estero; dall’altro, migliorare significativamente la produttività. Solo l’azione combinata di queste leve può sostenere la crescita economica dell’Umbria e del Paese nel medio-lungo periodo ed evitare che il calo demografico sfoci in recessione.
Source link




