Nelle Preserre vibonesi come in “Gomorra”: clan spietati e vendette tra ragazzi
Le stradine di Soriano, Sorianello e Gerocarne non sono certo i vicoli del centro storico di Napoli. Nelle Preserre vibonesi le “paranze” sono solo una suggestione da serie tv. Eppure l’efferatezza di certi fatti, la violenza ricondotta a ordinarietà, la facilità con cui ragazzi a volte giovanissimi si lasciano travolgere in una spirale di odio e mentalità mafiosa, sembrano degne di “Gomorra”.
Di fatti, gravi o meno, impressionanti o meno, ce ne sono tanti nell’inchiesta della Dda di Catanzaro che nei giorni scorsi ha portato a decine di arresti tra presunti affiliati al clan Emanuele-Idà, per anni in conflitto con quello dei Loielo. L’atroce destino cui è andato incontro Filippo Ceravolo, ucciso a 19 anni solo perché si trovava in auto a fianco di uno di questi ragazzi, che altri coetanei del clan rivale volevano uccidere, è la ferita più grave inferta alla comunità delle Preserre dalla protervia ‘ndranghetista. Una ferita ancora aperta. Nelle carte dell’inchiesta, infatti, se ne fa più di un cenno, ma anche stavolta, dopo l’archiviazione di una precedente indagine sull’omicidio (avvenuto il 25 ottobre 2012), Ceravolo resta una vittima innocente e senza giustizia, perché tra le accuse contestate non figura quella relativa al suo assassinio.
Nei faldoni della Procura antimafia sono confluite risultanze che, secondo gli inquirenti, andrebbero in una direzione univoca, verso giovani “azionisti” del clan Loielo. Testimonianze su una “vedetta” che potrebbe aver avvertito i killer dell’arrivo della vittima designata, immagini delle telecamere di videosorveglianza, controlli delle forze dell’ordine nella fase immediatamente successiva al fatto di sangue, intercettazioni telefoniche e ambientali. Ma, per ora, il brutale omicidio resta impunito.
A testimonianza del clima che si viveva in quegli anni, specie tra le giovani leve dei clan in guerra, c’è nelle carte un altro episodio emblematico di cui emergono contorni inquietanti e finora ignoti. Nel novembre del 2015 tre ragazzi dei Loielo subiscono un agguato mentre sono in auto su una strada provinciale. Uno rimane ferito a un braccio, un altro al volto, il conducente resta illeso. La lettura incrociata delle fonti di prova consente agli inquirenti, però, di concludere che i tre stessero in realtà andando loro stessi a tendere una trappola mortale a uno dei giovani considerati nell’orbita degli Emanuele, per poi attirarne altri due a cui far fare la stessa fine. Una fonte privilegiata, perché interna al clan, ovvero il giovane pentito Walter Loielo, ricostruisce i contorni della vicenda. I tre Loielo vanno a prendere il ragazzo vicino agli Emanuele, con cui avevano avuto una lite, sotto casa, facendo bussare una terza persona. Vorrebbero portarselo via a casa loro «dove avremmo organizzato una trappola – dice il pentito – per attirare anche gli altri» e «ucciderli tutti quanti». Provano a caricare il ragazzo in macchina ma non ci riescono, dunque decidono di andare via, perché la madre sta per chiamare i carabinieri. Ma la loro vittima nel frattempo avvisa un cugino – «vieni che mi vogliono portare… mi vogliono prendere… sono venuti qua a casa» – il quale, a sua volta si mette sulle tracce dei giovani Loielo, raggiungendoli e facendo fuoco contro di loro. Così, nel gorgo mafioso delle Preserre, chi voleva tendere una trappola è finito per diventare, pochi minuti dopo, vittima di un agguato.
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