Piemonte

«Nel Terzo Settore lavoratori di serie B». Dal profit alla Consulta, lo sguardo di chi arriva da fuori – Torino Oggi


La CPD – Consulta per le Persone in Difficoltà è un’organizzazione di volontariato nata a Torino nel 1988, che lavora su due fronti: la disabilità e la povertà. Offre accompagnamento solidale con mezzi attrezzati, sportello sociale, Mercato Solidale e distribuzione alimentare, e promuove iniziative culturali come il DisFestival e il Premio giornalistico “Paolo Osiride Ferrero”. Nel 2025 ha raggiunto 16.996 beneficiari diretti, di cui 8.899 minori, con 3.487 servizi di accompagnamento solidale, 3.279 interventi dello sportello sociale e 596 nuclei familiari sostenuti dal Mercato Solidale. Alle attività hanno contribuito 152 volontari, e alla rete aderiscono 69 associazioni.

Alla guida della Consulta, da giugno 2025, c’è Maurizio Montagnese, con un passato nell’industria, nelle banche e negli enti pubblici. Il suo percorso inizia nel 1978 in Fiat Auto, poi entra in Olivetti dove diventa direttore del personale. Ricopre poi lo stesso ruolo alla Cassa di Risparmio di Torino-Verona-Treviso (UniCredito Italiano) e in Sanpaolo IMI. È stato presidente di Sagat, la società dell’aeroporto di Torino, e di Turismo Torino e Provincia. Ha guidato l’innovazione del gruppo Intesa Sanpaolo presiedendo l’Innovation Center.

Come è arrivato un uomo di impresa, finanza e istituzioni, alla Consulta per le Persone in Difficoltà?

Ho conosciuto il fondatore, Paolo Osiride Ferrero, tanti anni fa. Mi sono ritrovato qui grazie al figlio, Gianni, il direttore della Consulta, che è il vero motore instancabile di questa realtà: mi ha chiesto se volevo fare un po’ di volontariato. Da lì, dopo un periodo da volontario e da vicepresidente, sono diventato presidente a tempo pieno.
 

Cosa porta alla CPD dal mondo del profit?

Porto un’esperienza: sono stato per anni direttore del personale. Olivetti mi ha segnato: in quegli anni trasudava ancora il concetto «bene della persona, bene dell’azienda». Deve essere un rapporto paritetico, do e ricevo. Ho imparato a gestire organizzazione, pianificazione, controllo di gestione, pubbliche relazioni e rapporti istituzionali, un bagaglio che ho portato pari pari qui. L’esperienza all’Innovation Center di Intesa Sanpaolo mi ha poi permesso di vedere come la tecnologia può essere utile a questi mondi.
 

Chi sostiene realtà come la CPD?

Noi viviamo in un mondo dove non si può fare a meno delle istituzioni: la Regione, il Comune, ma anche il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Dall’altra parte abbiamo rapporti molto consolidati con il mondo dei sostenitori, sia attraverso i bandi, che sono la nostra fonte principale di sostentamento, sia con donazioni vere e proprie. Da questo punto di vista le fondazioni bancarie sono sicuramente il primo posto della nostra lista di sostenitori, in particolare la Fondazione CRT e Compagnia di San Paolo, ma anche banche come Intesa Sanpaolo e Banca del Piemonte. Poi ci sono i donatori privati, sia attraverso il 5×1000 che con donazioni vere e proprie.
 

Che ruolo ha il Terzo Settore in Italia?

Il terzo settore è una gamba fondamentale dell’economia italiana, senza la quale ci sarebbero parecchi problemi anche nella gestione dei numeri dello Stato. Ogni giorno quasi un milione di persone ci lavora prendendosi cura di ciò che rende una società davvero civile, eppure continuiamo a considerarle lavoratori di serie B. Ci ricordiamo del loro valore solo quando arriva un’emergenza: durante la pandemia il terzo settore è stato decisivo, poi, finita l’emergenza, tutto è tornato come prima.
 

Cosa si potrebbe migliorare?

Si lavora senza un contratto nazionale unico, e questo è un tema che andrebbe sottolineato: c’è una dispersione contrattuale non da poco e un’attenzione relativamente bassa alla remunerazione. Tutta la parte apicale, a cominciare dal presidente, non può essere remunerata. Se non ci fossero forme alternative di sostegno non potrei permettermi di fare questo mestiere. Anche gli stipendi degli operatori, qui come in tutto il territorio nazionale, non hanno un grande riconoscimento, e quindi non c’è attrattività per certe competenze e professionalità: è un settore poco attraente.

Nel mondo privato c’è una piramide di differenziazione in base a competenze, professionalità, retribuzione e sviluppo di carriera; qui è abbastanza piatto, e manca la dimensione per una scalabilità del settore. Il terzo settore dovrebbe avere un contratto collettivo nazionale capace di diventare uno dei migliori del mondo del lavoro italiano. Ma non può ricadere solo sugli enti: è qui che dovrebbe intervenire lo Stato, con agevolazioni, incentivi alle assunzioni, adeguamento delle tariffe dei servizi e finanziamenti coerenti con il costo del lavoro. Il terzo settore non chiede privilegi: chiede che venga riconosciuto il valore del lavoro che ogni giorno tiene insieme l’Italia.

Lei parla spesso di cambiamento culturale. Da dove si parte?

Prima di venire a contatto con questo mondo facevo delle cose per le persone in difficoltà, ma erano cose che fai a spot. È facile, se te lo puoi permettere: dai un contributo e ti sei dimenticato del problema. Se ci vieni a contatto, se ci vivi quotidianamente, comincia a prendere coscienza di quello che ti sta intorno, e cambia il paradigma, perché ti senti molto più coinvolto.

Il problema culturale va dal rendersi conto che non devi parcheggiare nel posto dedicato al disabile, anche se ti viene da dire «sto solo portando il bambino a scuola, mi appoggio un attimo». Quello è un errore micidiale. Dici «tanto sono pochi minuti», ma è lì che parte la differenza di approccio culturale: non girarsi dall’altra parte.

Nella nostra società, per chi sta bene, il problema è un po’ quello: non è un problema mio, è di qualcun altro. Serve un approccio a tenaglia. Da una parte le istituzioni come alleate, perché hanno una potenza di comunicazione fondamentale. Dall’altra stiamo cercando, a fatica e lentamente, di fare cultura anche tra i beneficiari: spieghiamo che un servizio gratuito per loro costa in realtà una cifra che non pagano perché non ne hanno la possibilità, ma che devono saperlo, altrimenti non c’è presa di coscienza.

Cosa fate per provare a cambiare questo punto di vista culturale, la narrazione sulla disabilità e lavorare sul linguaggio?

Noi comunichiamo più che possiamo per far sapere cosa si fa effettivamente per cercare di migliorare la vita di queste persone, nel mondo della disabilità come in quello della povertà. Io e il direttore, che è molto prolifico dal punto di vista della comunicazione sui media, ci chiediamo spesso: non stiamo esagerando? Però, a volte è necessario alzare la voce perché attraverso questi altoparlanti cerchiamo di far arrivare alle istituzioni e al pubblico, aziende e non, che cosa fa il terzo settore, in particolare noi. Va in questa direzione anche il premio giornalistico «Paolo Osiride Ferrero», che da diversi anni premia chi riesce a cambiare la narrazione e il linguaggio sui temi della disabilità nei media nazionali. 
 

Che ruolo e impatto può avere la tecnologia su questi temi?

Ci sono tecnologie che oggi possono davvero aiutare in maniera determinante le persone disabili e non. Le paure legate all’intelligenza artificiale e alla robotica sono reali, ma nel campo della disabilità esiste anche un’altra possibilità: usare le macchine non per sostituire le persone, ma per permettere a più persone di lavorare, comunicare, muoversi e vivere con maggiore autonomia.

In Giappone esiste già un bar nel quale alcuni camerieri sono robot, ma dietro quei robot ci sono persone vere che, a causa di una disabilità o di una malattia, hanno grandi difficoltà a uscire di casa e attraverso i robot possono lavorare a distanza, parlare con i clienti, muoversi nel locale. Il robot non sta togliendo il lavoro a una persona, ma sta permettendo a una persona che altrimenti ne sarebbe esclusa di lavorare.

Una parte di questa rivoluzione è già avvenuta. Una persona cieca, oggi, grazie a screen reader, sintesi vocali, smartphone e applicazioni che riconoscono testi e oggetti, può leggere un’e-mail, consultare un sito, ascoltare un giornale. Per le persone sorde ci sono sottotitoli automatici, trascrizione in tempo reale, riconoscimento vocale. E poi carrozzine sempre più evolute, domotica, comandi vocali e oculari, protesi ed esoscheletri.

L’unico vero problema sono gli investimenti e il costo di queste tecnologie in settori che non hanno un ritorno immediato, perché vanno a beneficio della società. La società però ne trae beneficio e, in alcuni casi, può evitare altre problematiche e quindi dei costi. Sono ancora nel consiglio di amministrazione dell’Innovation Center di Intesa Sanpaolo e abbiamo spesso a che fare con progetti che hanno un impatto sul sociale: pensi a tutta la robotica. Abbiamo un ottimo rapporto con la banca e, attraverso il Centro per l’innovazione, con istituti che si occupano di ricerca nel settore: le università, ma anche l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova, all’avanguardia nel mondo della robotica, con cui l’Innovation Center lavora. Di conseguenza c’è un vantaggio anche per noi.

La tecnologia non è inclusiva per definizione: lo diventa se viene progettata per aumentare autonomia, possibilità di scelta e partecipazione. Servirebbe un luogo dedicato al rapporto tra tecnologia, robotica, intelligenza artificiale e disabilità: un osservatorio, o meglio ancora un consorzio, che metta insieme aziende tecnologiche, università, centri di ricerca, startup, istituzioni, non profit e persone con disabilità. Forse la domanda non è quanto diventeranno intelligenti le macchine, ma quanto saremo intelligenti noi nel decidere per cosa usarle. 
 

Come evolverà la CPD?

Intanto ci sposteremo, speriamo nella tarda primavera del prossimo anno, in un ex asilo del Comune di Torino, a Mirafiori. Il Comune lo ha messo a bando e noi lo abbiamo vinto: dobbiamo solo ristrutturarlo per renderlo operativo. È in una zona molto bella di Torino, con un bel giardino, e saremo di nuovo tutti insieme, perché oggi siamo divisi su due piani. La zona si presta anche al nostro tipo di attività, soprattutto per l’assistenza agli anziani: nel quartiere ci sono parecchie persone over 65.

Poi guardiamo oltre i confini cittadini e regionali. Abbiamo da poco aperto un punto a Roma, in casa di Opes, un altro ente del settore, che ci dà più visibilità a livello nazionale. A livello internazionale puntiamo sul turismo accessibile: l’anno scorso abbiamo portato al Lingotto il convegno internazionale, una tre giorni con delegati di oltre 30 Paesi. È un settore in grandissima crescita, un mercato vero: non lo si fa per pietismo o beneficenza, ma perché è un business. Di recente abbiamo presentato al TTG di Rimini l’ultimo rapporto sul Turismo Accessibile da cui emerge la fotografia di un settore che vale 9,8 miliardi di euro con circa 9 milioni di arrivi e 38,6 milioni di presenze. Bisogna vedere la persona disabile come un turista a tutti gli effetti.

L’ideale sarebbe che non si parlasse più di disabilità. Diciamo spesso, ed è uno slogan nostro e non solo nostro, che in un mondo perfetto la CPD non dovrebbe esistere.




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