Nel mondo di Sonia: «Scrivo qui, a San Vito»
Sonia Serazzi, scrittrice candidata al Premio Strega, ha scelto di vivere a San Vito sullo Ionio, senza social né tv. «Qualcuno pensava di trovare una scimmia allo zoo»
Sonia Serazzi ha riabitato casa di nonna Antonia, il cui padre carbonaio se ne andò a San Paolo del Brasile senza tornare più. «Si chiamava Carmine, dicono fosse un bell’uomo, aveva una calligrafia chiara». Lei vive a San Vito sullo Ionio e fa la scrittrice: il suo libro “Una luce abbondante” è stato presentato per il Premio Strega da Romana Petri. Dove la luce è naturalmente quella jonica «affilata, qui come a Monasterace. Taglia nettamente i contorni, si confonde solo chi vuole».
Certi giorni San Vito ha un coperchio umido, una nebbia che cancella la montagna. Si arriva da Soverato attraverso cinquanta sfumature di verde, i fichi d’India che proteggono gli ulivi, le ginestre che si riprendono lo spazio. In tanti vendono uova fresche, altro che l’America con gli scaffali vuoti: si passa in pochi chilometri dagli stabilimenti glamour della costa, dalla cittadina sempre ai vertici del reddito in Calabria, a questo grappolo di paesi delle Pre-Serre a prova di navigatore.
Che ci sia il sole o la nebbia di montagna, Sonia Serazzi li percorre a piedi, e saluta tutti. E tutti in qualche modo entrano in quello che scrive. L’altro giorno è comparsa in tv, e una signora le ha portato un mazzo di fiori. Un’apparizione rara: la kermesse mondana dello “Strega”, la serata di Valle Giulia, gli equilibri e le alleanze salottiere dei grandi editori sono un altro mondo. «Ma io sono felice per la squadra Rubbettino, per tutti quelli che lavorano intorno a un libro: ma so che è un gioco, e quindi dura poco».
Eccoci allora qui, con la solita controindicazione: mai conoscere gli scrittori i cui libri hai apprezzato, potrebbero deluderti. Ma l’identikit è irresistibile: vive appartata, non sta sui social quando si sa che il successo arriva soprattutto così, basta la parola di un influencer. Pochissime foto sue in giro, mai in posa: nella sua casa, che poi è una stanza con un bagno e un ripostiglio, non c’è la tv. L’essenziale visibile agli occhi. «Qualcuno è venuto a trovarmi pensando di trovare la scimmia allo zoo».


Si è laureata in filosofia a Perugia con una tesi sulla rivolta in Albert Camus, che peraltro sta ancora sul suo tavolo di lavoro. «Impossibile non amarlo, aveva le scarpe bucate e camminava strisciando per non farle vedere, era povero ed elegante, aveva un bellissimo rapporto con la nonna. Il giorno del Nobel ringraziò il suo maestro, aveva convinto i suoi genitori a farlo studiare. Erano poverissimi». Non ha le immagini del giorno della laurea: «Ricordo che mandai il fotografo fuori dalla sala. I miei non vennero, perché i soldi erano finiti. Mi hanno sempre sostenuto, riempito la casa di enciclopedie. E io leggevo, anche con mia nonna analfabeta che mi regalava i cataloghi d’arte, e li guardava con me».
Verrebbe da dire che il suo social network si chiama San Vito, il posto dove ha scelto di tornare nel ’95, a 24 anni: e si sa che il Santo ha due cani che è meglio tenersi buoni. Lei dice no: il suo tessuto di relazioni va oltre il digitale, oltre il paese: anche se l’ultima volta che è andata in giro è stato in Umbria, ai primi di novembre. Non ha la patente, una volta ha provato a prendere una supplenza a Catanzaro, ma si doveva svegliare alle quattro del mattino. Quindi vive solo di libri, ma pubblica poco, più o meno uno ogni quattro anni, e quindi la domanda è obbligata. “Si può vivere di scrittura?”.
«Certo che si può, ma con molti sacrifici. E qui penso alla radice latina, sacer, facere. Qualcosa di sacro, nessuna connotazione negativa. Come diceva Nietzsche? Non così fu, ma così volli che fosse». Bisogna anche aprire una parentesi sulle citazioni, perché con Serazzi può capitare che ricordi una fiaba di Kierkegaard al bar, a due passi da un animato tavolo di tressette. “Il giglio selvatico vive in pace. L’uccello lo seduce promettendogli che lo porterà nei prato dei gigli reali, ma strappandolo dal suo campo gli toglierà la vita”. Il fatto è che lei ha sempre ricopiato a mano i brani amati, proprio come metodo: «Ho spesso studiato sui libri in prestito, dovevo restituirli e quindi cercavo di tenere per me i passi significativi. E poi ho amici che mi aprono le loro stanze e i loro scaffali, qualcuno vorrebbe che in cambio diventassi un animale al guinzaglio, un gatto sul divano».
Eccola quindi la stanza di Sonia, dove non c’è spazio per librerie ostentate, manca la tv, c’è un tavolino piccolo e una stufa. «Se ne attacco due, salta la luce». Qui nascono i suoi personaggi. Storie finte che sembrano vere. Amori che vogliono dire libertà. Figli malati di sogni che cercano di respingere l’assalto degli assistenti sociali, attenti perfino a quello che scrivono sui temi a scuola. Mamme supplenti, ragazze che fanno da madri ai genitori. Formiche senza sentieri di fuga, senza una fila da seguire per terra. Mani deboli che stringono altre mani deboli, per formare un’altra famiglia, forte e nuova. Lei la definisce «una Calabria scartavetrata, l’unica che so raccontare. Rami secchi che vanno tagliati, germogli silenziosi. Non posso fare romanzi sui ricchi perché non li conosco, questa è la mia vita da generazioni. Sempre poveri, mai tamarri».
Le sue pagine sono percorse da nomi strani: Marinzaina e Francabbù, Marsol e Sarsì la sfiatata. «Sono nomi che nascono dalla mia esperienza, incroci. Marinzaina per esempio arriva dalla mia parte sarda, altri sono contrazioni, ricordi, esperienze. In uno volevo ci fosse la parola “aria” dentro. Ho chiamato Silverio un mio personaggio, in onore di un libraio di Cosenza, il cui nome la prima volta avevo dimenticato. Poi me lo sono scritto sulla mano, come fanno i bambini, un modo per dire: mi sei caro». Il paese Sacravento è senz’altro San Vito, del resto il vento in Calabria è paesaggio, gli ulivi resistono a tutto e lei un po’ controvento ci va: «Non sono capace di fare libri alla moda, racconto solo di sfigati, una categoria che non fa mercato. Ho potato alcune parti perché non le sopportavo, piangevo. Ma sono felice di avere mano libera dall’editore. Si sa che i libri sono spesso prodotti di marketing, quando si prende uno del Sud è spesso per condannarlo a scrivere storie truculente e assassine. Lo scrittore meridionale nelle grandi case è la quota Apache, anche quando si chiamavano Sciascia o La Cava. Con i cercatori di bestseller non potrei mai starci, mi sentirei come una Moto Ape sull’autostrada».
E quindi, il segreto qual è? «La vita è camminare feriti, feriti e felici. La libertà è quella di liberarsi, amare, andare oltre i fallimenti. Chi legge “Una luce abbondante” vedrà che vince chi si regala: chi si trattiene, marcisce. Come l’acqua che finché scorre è viva. Io sono qui perché mia nonna mi comprava l’enciclopedia dell’Espresso a fascicoli, perché papà mi disse che dovevo andare a Perugia. E quando i miei compagni di corso mi chiedevano: ma come fai con trecentomila lire, io rispondevo chiaro. Non chiederti come vivo io, chiediti come fanno i miei genitori».
«Mia mamma diceva che ero storta, una volta mise in vaso un girasole e lo steccò per non farlo crescere curvo, pensava a me. Tendo sempre all’incornata come forma di autodifesa, non nego di essere attenta anche alle virgole. Oggi mi sgridano se vado troppo addosso alle persone, ma la durezza che vede in me è quella di un fiore». Ci sono bambini dritti e bambini a zig-zag, come in un libro di Grossman. E “Stai dritta, cammina dritto” era una specie di ordine che percorreva tutte le famiglie di una volta: provoca una punta di nostalgia ritrovarlo sulle pagine di Serazzi.
La madre è mancata nel 2020, era sarda. il padre Guido era un carabiniere e la conobbe in servizio, quando la Costa Smeralda non esisteva ancora. Ora vive dall’altra parte del muro e mostra le foto della sua Antonietta, che era bella e pettinata con la riga in mezzo. Suona la tastiera, mette sul tavolo la ricotta di capra e le olive, parla orgoglioso delle sue piante, guarda il tg insieme alla figlia. Poi Sonia torna nella sua stanza, dove c’è un posto per le foto del cuore. E qui si scopre Anna Giannatiempo. «Una docente generosa, amica e madre, dai tempi di Perugia». I maestri si ringraziano sempre. «E lei mi accompagna, dice che sono vera. La vado a trovare, la sento. Io al concetto di verità ci tengo. Non scrivere di cose che non si conoscono, non raccontare bugie. Se l’ho fatto, non ne ero consapevole. Quello che ricordo di Anna sono le carezze, la testimonianza di fede. Apriva la sua casa a noi studenti».
Poi si va in giro per il paese, si incrocia il ragazzo Mohamed che ora si fa chiamare Christian. Gli stranieri ripopolano San Vito, vendono vestiti, anche porta a porta. Un paio di bar, una dimensione quasi analogica, un circolo pensionati per i professionisti e le panchine per gli altri. Ci sono due palestre, un asilo, una scuola elementare e una media, c’era anche il cinema. San Vito era famosa per la fiera del Bestiame che era una calamita per la gente. «Oggi bisogna avere la fortuna di star bene, c’è chi è morto sul bus, perché andava a fare un controllo».
Il paese aveva sei fontane, ma adesso a tavola si beve l’acqua industriale, perché le tubature sono vecchie e scassate. C’è tanto silenzio «da dove nasce la parola» dice lei, assicurando che dietro quelle finestre c’è ancora gente. Certo, non mancano i vendesi e le dimore diroccate. Una sembra abbandonata ieri, nell’urbanistica innocente a spina di pesce, lungo la strada verso il monte Cenadi, dove si trovano i funghi, compreso il Boletus Satanas, bello e velenoso. «Quelle stanze appartenevano a emigrati, le hanno tenute sempre ammobiliate nella speranza di tornare, ma poi è crollato tutto». Almeno Sonia ne ha salvata una, ed è molto felice del risultato. Le piacerebbe metterne a posto un’altra, di casa, dieci metri più su. È preoccupata da un albero di fico che traballa. «Il professor Teti parla di Restanza, io mi definisco radicata. Io sto qui, le mie radici stanno in cielo, io abito negli occhi delle persone che amo. Sono apparentemente isolata, invece vivo nella forza delle relazioni. Quando vado in Umbria so dove dormire, solo che il viaggio dura un giorno. Non potrei vivere né scrivere in un altro posto».
Ecco il parroco, erano insieme al Liceo: «Abbiamo fatto lo Scientifico, perché il Classico a Soverato era privato. Lei non era poi così brava in matematica». Don Roberto ha restaurato la facciata e tenuto i conti in attivo, già questo lo rende speciale. Si va nella cappella sotterranea. «Mia nonna diceva che qui sotto scorre il Fiume Giordano». La statua del Santo viene portata in processione in ottobre e a giugno. La chiesa si affaccia su un belvedere di campi coltivati, e qui viene fuori un’altra sorprendente verità. La scrittrice dice di essersi convertita a quarant’anni: «Prima non avevo bisogno della fede, poi mi è entrata una sensazione bellissima. Se c’era uno sguardo più grande del mio che vedeva le nostre verità, non ne avrei avuto bisogno di altri». Quindi il giudizio altrui è relativo? «Di sicuro, ma vale anche il contrario, anche il mio su di loro». E quindi l’evoluzione della vita di Sonia Serazzi comporta ora il suo impegno nell’Azione Cattolica come presidente, oltre che come consigliera diocesana, una carica provinciale. Un giorno la nipote le ha chiesto: perché mi devo inginocchiare. E lei: «Perché non dovrai farlo in nessun altro luogo». Ha anche una rubrica sul mensile di Frate Indovino, quello dei calendari appesi in milioni di case. Ha scritto di Luca Carboni, Cesare Cremonini e della canzone dedicata alla madonna bolognese di San Luca. «Il senso incandescente di ogni pellegrinaggio, la speranza di camminare la luce. Ed è bello che due cantanti brizzolati ci istruiscano, con delicata umanità, sul valore di certi passi orientati dalla Madre, capace di aprire teneramente il nuovo dell’andare ogni giorno».
A proposito di cantautori, torna in mente quello che Brunori ha detto tempo fa sulla Calabria. «Siamo l’ultima regione anti-consumista, possiamo vivere di sobrietà». Sonia Serazzi sgrana gli occhi e comincia a raccontare le processioni domenicali verso i centri commerciali di Catanzaro e Lamezia. «Una volta qui c’era lo struscio, adesso lo vanno a fare davanti ai negozi in franchising». Esprimo sottovoce il mio dissenso: una volta Chiara Mosciatti, un’artista umbra che si è trasferita a Camini, luce jonica anche quella, mi disse: «In questo paese chi va a comprare uova e arance al supermercato è un disadattato». E quindi resiste una forma di libero scambio e riconoscenza reciproca. «Quello sì – risponde Serazzi – ma non basta più. Sono frammenti».
È il momento dei saluti in piazza. Si vedono altre due persone. «Non ho le ruote, ma non sento la mancanza del mondo. Ne ho abbastanza qui, solo che non sempre abbiamo gli occhi per vederlo. Il mio mondo è Cesarina, anni 93, che chiede informazioni se non mi vede per qualche giorno. Ma se c’è la luce accesa, sanno che sto studiando. I miei libri nascono così, solitudine e libertà».
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