Società

Nel cuore della Casa Bianca con Susie Wiles: la discreta ma potente capo di gabinetto del presidente Donald Trump (Parte 1 di 2)

Fino a che punto Trump può spingersi oltre i limiti di sicurezza della democrazia? Da quando Wiles è al suo fianco, la domanda è sempre la stessa: proverà mai a mettergli un freno? Ma quella davvero decisiva è un’altra: vuole davvero farlo?

QUANDO MANCANO 9 GIORNI
11 gennaio 2025

La nostra prima conversazione è avvenuta a poco più di una settimana dall’insediamento. Wiles ha chiamato dalla strada, mentre tornava da Mar-a-Lago a casa sua, a Ponte Vedra, in Florida, a bordo della sua BMW 530. Era di ottimo umore, ancora immersa nell’euforia per la vittoria di Trump. Non che avesse mai dubitato dell’esito. «Non ho mai pensato, neanche per un momento, che non avremmo vinto», mi ha detto. «Mai. Non nel profondo, né nel sonno, né nella mia parte razionale».

Quel giorno di gennaio, tuttavia, con il secondo insediamento presidenziale alle porte, l’obiettivo di Wiles era mostrarlo al mondo come un Trump nuovo. «L’ho detto a Hakeem Jeffries: “Vedrà un Donald Trump diverso, una volta arrivato lì”», mi ha raccontato. «Non l’ho mai visto lanciare oggetti, non l’ho mai visto urlare. Non ho visto quei comportamenti davvero orribili di cui si parla e che io stessa, anni fa, ho vissuto in prima persona».

L’infanzia di Wiles l’aveva preparata agli uomini difficili. È cresciuta a Stamford, in Connecticut, e a Saddle River, nel New Jersey, figlia maggiore di tre fratelli e unica femmina. È stato il padre famoso, Pat Summerall, a metterla sulla strada che l’avrebbe portata fino ai vertici del potere politico. Summerall era stato kicker dei New York Giants e, dopo il ritiro, aveva trasformato la sua competenza e il suo tono baritonale vellutato in fama e fortuna come «voce della NFL».

Seduta ai piedi del padre, la piccola Susie Summerall era diventata un’appassionata di football, capace di snocciolare bilanci di vittorie e sconfitte e statistiche dei giocatori come un John Madden in miniatura, dote che, a suo dire, condivide con Trump. «Il presidente, a quanto pare, ne è dipendente e ha un talento innato per le statistiche», racconta. «E anch’io ne ricordo parecchie». Da bambina, Susie assorbiva anche lo spirito del tempo della Manhattan anni Settanta dove si muoveva suo padre. «Molto di ciò che Donald Trump ricorda della New York di quegli anni io l’ho vissuto con mio padre», dice. «Per esempio, quando parla della guardia del corpo di Frank Sinatra, io so chi è». Steve Witkoff, amico immobiliarista di Trump diventato suo inviato speciale, sostiene che Wiles e Trump siano entrambi creature di quell’epoca ormai scomparsa: «Tutto quel mondo del Copacabana, di Sammy Davis Jr. e compagnia è esattamente il tipo di cose di cui lui ama parlare».

Stephen Miller

Stephen Miller

Photographer Christopher Anderson.

Il dono più prezioso che Susie ha ricevuto da suo padre è stato anche quello più faticosamente conquistato. Summerall era un padre assente e alcolizzato e Wiles aiutava la madre a organizzare interventi per convincerlo a entrare in terapia. (Summerall è rimasto sobrio per 21 anni, fino alla sua morte, nel 2013). «L’alcolismo fa cose terribili alle relazioni, e così è stato tra me e mio padre», ha detto Wiles. «Qualche psicologo clinico che ne sa senza dubbio molto più di me contesterà di sicuro quanto sto per dire. Ma gli alcolisti ad alto funzionamento, o gli alcolisti in generale, quando bevono non diventano persone diverse, è la loro personalità che si amplifica. E quindi io, con le personalità ingombranti, un po’ di esperienza ce l’ho». Wiles sostiene che Trump abbia «una personalità da alcolista». «Agisce partendo dall’idea che non esista nulla che non possa fare. Niente, zero, niente».


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