Nel breve periodo l’economia fa più paura dei conflitti
Le crisi internazionali e i vari fronti di guerra continuano a occupare uno spazio centrale nel dibattito pubblico, ma la percezione che ne hanno i cittadini europei si sta progressivamente spostando dalla paura militare a quella economica. In tutti i Paesi del campione intervistato per il Sole 24 Ore del Lunedì (Italia, Francia, Germania, Regno Unito e Danimarca), la quota di cittadini che associa la guerra a conseguenze economiche negative supera nettamente quella di chi teme un coinvolgimento militare diretto. Le crisi internazionali vengono collegate soprattutto all’aumento delle tasse, alla riduzione della spesa pubblica, al rallentamento dell’economia e alla perdita di stabilità finanziaria. È una paura meno spettacolare, ma più concreta, che si innesta in un contesto già segnato da inflazione, caro energia e incertezza diffusa.
I timori di Francia, Germania e Regno Unito
In Francia questa sensibilità assume una connotazione sociale particolarmente marcata. Le tensioni geopolitiche sono percepite come un elemento che riduce i margini di intervento dello Stato, mettendo sotto pressione il modello di welfare e aumentando il rischio di nuove fratture sociali. L’attenzione si concentra meno sugli scenari militari e più sulla capacità delle istituzioni di continuare a sostenere famiglie e imprese.
In Germania il nesso tra guerra ed economia appare ancora più strutturale. I conflitti vengono interpretati come un rischio sistemico per il Paese, in grado di incidere sulla competitività industriale, sull’export e sulla stabilità economica complessiva. Una lettura che si ritrova anche nel Regno Unito, dove alle preoccupazioni legate allo scenario internazionale si sommano fragilità interne, dall’inflazione al costo della vita, in un contesto reso più complesso dal post Brexit. Anche qui il timore economico prevale nettamente su quello militare.
Danimarca e Italia
La Danimarca rappresenta un caso in parte distinto. La solidità del welfare e l’elevata fiducia nelle istituzioni contribuiscono a contenere l’ansia immediata, ma non eliminano la percezione del rischio. È il Paese in cui emerge una maggiore attenzione anche alla dimensione strategica e territoriale, in particolare in relazione alla Groenlandia, percepita più come una potenziale area di tensione futura che come una crisi attuale. Tuttavia, anche in questo caso, la preoccupazione dominante resta legata agli effetti di medio e lungo periodo sull’economia nazionale.
Inoltre, le crisi internazionali non vengono percepite come un fattore automaticamente capace di rafforzare l’Unione europea. Anzi, per molti cittadini l’effetto principale è quello di mettere in evidenza fratture politiche e divergenze tra Stati, più che di favorire una risposta comune. Tranne che per i danesi, che forse in questi giorni sono rassicurati da un’Europa vicina e compatta nella difesa della Groenlandia, in Italia come in tutti gli altri Paesi analizzati prevale l’opinione che le crisi in atto rendano l’Unione più divisa e più fragile. L’immagine che emerge è quella di un’Europa che fatica a trasformare le emergenze in occasioni di coesione.
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