Natale e Fede: Omelie dell’Arcivescovo

Un’omelia per la celebrazione nottura e l’altra per quella diurna. Monsignor Riccardo Lamba ha celebrato il Natale in duomo, ricordando ai fedeli l’importanza e l’unicità dell’evento. Ecco le sue parole.
Messa in nocte di Natale
Cari fratelli e care sorelle,
il Natale è uno dei due cardini della nostra esperienza di fede, insieme alla Pasqua. Da una parte la nascita, dall’altra la passione, la morte e la risurrezione di nostro Signore Gesù Cristo. Sappiamo che non si tratta solo di due eventi puntuali, storicamente posizionati, come l’evangelista Luca cerca di farci capire con il brano di Vangelo che abbiamo appena ascoltato, riferendosi a Cesare Augusto, al governatore Quirino, al censimento, oppure a Pilato: persone ed eventi, appunto, storicamente puntualizzati. Ciò che il Natale mette in rilievo è la condizione dell’umanità: ciascuno di noi si trova davanti a Dio stesso grazie all’evento dell’Incarnazione. Da questo punto di vista ci è di grande aiuto – anzi: è illuminante – ciò che afferma l’inizio del capitolo 9 del Libro del profeta Isaia, che abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse” (Is 9, 1). Ma anche nel Vangelo, quando l’angelo del Signore si presenta ai pastori che di notte vegliavano il loro gregge, si dice che la gloria del Signore li avvolse di luce.
Che cosa significano queste espressioni? Esse dicono che la condizione dell’umanità – quindi anche nostra – è una condizione di oscurità, di tenebra, di incertezza sociale e nel futuro, di minaccia percepita per i conflitti (anche quelli in atto), di degrado ambientale, di precarietà del lavoro, di incertezza delle relazioni interpersonali, nelle famiglie, tra i ragazzi, tra i giovani.
Ma proprio in questa situazione di oscurità si rende presente una luce, l’unica in grado di penetrare nelle tenebre che ci avvolgono. È la luce che viene da un bambino, che si offre a noi fragile, debole, povero, indifeso, impotente, pur davanti a tutte queste oscurità.
È proprio questo il bambino che ci viene donato: solo lui è in grado di fugare le nostre paure, i nostri timori. Solo lui è in grado di disarmare le nostre mani, le nostre parole, i nostri pensieri, i nostri sentimenti così tanto aggressivi. Solo lui è in grado di riaccendere la speranza di una vita oltre la morte, ma anche – e soprattutto – in questa vita. Solo lui ci dice che noi siamo amati da sempre e per sempre: qualunque cosa abbiamo potuto commettere, qualunque crimine un uomo possa aver compiuto, lui ama senza doppi fini. Solo lui è in grado di riaccendere la speranza che anche noi siamo resi capaci da lui di amare gratuitamente, proprio come lui ci ha amato, ci ama e sempre ci amerà.
Nella liturgia, nelle grandi solennità come quella di oggi, si sottolinea con forza l’attualizzazione del mistero celebrato con un avverbio: “Oggi è nato il Salvatore”; oppure il giorno di Pasqua, “Oggi il Signore è risorto”. O il giorno dell’ascensione: “Oggi Gesù è asceso al cielo”. È proprio oggi che noi vogliamo augurarci gli uni gli altri che la semplicità, l’umiltà, la povertà, la luce – che irradiano da questo bambino – possono diradare le tenebre che sono presenti nei nostri cuori, nelle nostre famiglie, nella società civile, in tanti luoghi di conflitto.
Che Lui possa diradare queste tenebre e dare, come solo Lui è in grado di fare, l’esperienza di una pace vera, non prodotto di alleanze temporanee né di compromessi, ma quella che viene da Lui, “Principe della pace”. E a noi, una speranza viva per un futuro che, se animato dalla sua presenza, diventa qualcosa di reale e veritiero, capace di essere trasmesso. Proprio come la luce.
Omelia nella Messa del giorno di Natale
Cari fratelli e care sorelle,
Credo che più di una volta a tutti quanti noi sia capitato di ascoltare riflessioni sul Santo Natale, sia nell’ambito ecclesiale sia nell’ambito civile. Forse abbiamo cercato testi per nutrirci, per cogliere il senso profondo di questo mistero. Credo che anche voi abbiate più volte avuto la sensazione che molti discorsi sono il frutto di una forma di conformismo pseudoreligioso piuttosto che espressione di una consapevolezza del significato autentico dell’evento, che di fatto è un unicum nella storia: Dio che si incarna in un luogo e in uno spazio ben definiti e, nella sua umanità, si relaziona con gli uomini e le donne che ha incontrato nel suo tempo per far sperimentare loro una novità assoluta.
E qual è questa novità assoluta? La relazione fra Dio e l’uomo grazie a Gesù Cristo, una relazione assimilabile a quella di un padre con un figlio.
Potremmo dire che, nel Natale, tutti quanti siamo chiamati a vivere non solo come uomini e donne con nome, cognome, data di nascita e professione, ma siamo chiamati a vivere come figli e figlie. Chi ha fatto esperienza della paternità – non solo materiale, ma soprattutto morale e spirituale – sa bene che questa relazione è caratterizzata dal fatto che è focalizzata sul figlio. Il padre è colui che si prende cura del figlio, quindi tutte le attenzioni sono sul figlio, anche quando costa fatica o porta a rimandare propri programmi, attese, gratificazioni. Vengono fatte tante rinunce da parte di coloro che, in qualche modo, sono padri: il focus è sul figlio, è di lui che bisogna prendersi cura. Tutto il resto va in secondo piano. È il padre che nell’accettazione della realtà del figlio qual è, non di meno gli indica ciò che dovrebbe essere per vivere nella verità, nella bontà, nella bellezza, nella vita piena.
Il padre ha questo compito di indicare al figlio la strada, ma è il figlio che deve camminare su questa strada. È il padre che prepara il figlio a essere a sua volta desideroso di generare e di estendere la relazione sperimentata come vera, bella, autentica anche ad altri. È il padre che prepara il figlio a diventare a sua volta padre di nuove creature.
Il padre che fa tutto questo, lo fa con amore e per amore. Proprio per questo, la sua paternità viene vissuta garantendo la libertà, perché crede nella forza dolce e convincente dell’amore, l’unica capace di suscitare una risposta amorosa da parte del figlio verso di lui e verso gli altri, in un senso che potremmo definire di fraternità.
Credo che il mistero del Natale sia tutto qui.
Il Padre ha riversato tutto nel suo Figlio Gesù Cristo, perché il Figlio potesse sperimentare questo amore capace di generare e di costituire gli altri come fratelli. Il mistero del Natale è, quindi, scoprire con stupore che siamo stati pensati da sempre come figli nel Figlio di Dio, Gesù Cristo. È scoprire con gioia di avere un Padre che nel Figlio Gesù ci ha salvati dal peccato, cioè da tutto ciò che rischia continuamente di dividerci da lui e dagli altri nostri fratelli e sorelle.
Il mistero del Natale è scoprire proprio nella fatica, nell’oscurità della vita, che la sua paternità è capace di rigenerarci sempre e ci dà la possibilità di sperimentare una vita nuova capace di misericordia nei confronti degli altri. È grazie al mistero del Natale che noi possiamo continuare a sperare in lui, nel Padre, perché avendoci donato il Figlio ci ha dato il modello della vera figliolanza.
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