Myanmar, 2.700 morti e aiuti a rischio

Chiang Mai (Thailandia)
A cinque giorni dal terremoto che ha devastato il Myanmar, i morti sono oltre 2.700 e le speranze di trovare superstiti si affievoliscono di ora in ora. Il sisma di magnitudo 7,7, che ha colpito il Paese venerdì, ha cancellato intere comunità e aggravato una crisi umanitaria già drammatica.
Ieri, una donna di 63 anni è stata estratta viva dopo 91 ore sotto le macerie a Naypyitaw. Altre quattro persone sono state tratte in salvo da un complesso crollato a Mandalay, tra cui una donna incinta e un bambino di cinque anni. Due adolescenti sono riusciti a uscire autonomamente dalle macerie, guidando poi i soccorritori fino ai parenti intrappolati. Miracoli isolati che non bastano a invertire una situazione tragica.
Si parla di oltre 4.500 feriti e almeno 441 dispersi, mentre i dati reali potrebbero essere ben più alti. Molte aree, infatti, restano isolate, senza elettricità, senza strade percorribili, copertura telefonica e internet. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, più di 10mila edifici sono crollati o risultano gravemente danneggiati nel centro e nord-ovest del Paese. Gli ospedali sono al collasso, i farmaci mancano e l’accesso agli aiuti è ostacolato sia dai danni alle infrastrutture, che dalla sanguinosa guerra civile in corso.
L’Unicef, di ritorno da una delle aree vicine all’epicentro, parla di comunità spazzate via. «Le necessità aumentano di ora in ora. La finestra per salvare vite si sta chiudendo» ha dichiarato la vice rappresentante Julia Rees. L’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (Ocha) ha lanciato un ulteriore allarme.
Migliaia di sfollati ammassati in rifugi di fortuna, senza acqua, elettricità né servizi igienici, sono esposti a un alto rischio di epidemie, anche per via dell’assenza di vaccinazioni di base.
In un monastero di Mandalay, 50 monaci sono morti durante un esame religioso. In una scuola materna, sono stati 50 i bambini rimasti uccisi, assieme a due insegnanti. Mentre le scosse di assestamento continuano a colpire, costringendo migliaia di persone a dormire all’aperto, nel timore di nuovi crolli. A questo va aggiunta la paura per l’inizio della stagione dei monsoni, che rischia di trasformare i campi improvvisati in trappole igienico-sanitarie.
La guerra civile, esplosa dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021, complica ogni tentativo di intervento. Molte organizzazioni umanitarie stanno denunciando che l’esercito birmano continua a condurre attacchi aerei nelle zone anti-giunta anche dopo il sisma, mentre il governo clandestino, formatosi dopo il golpe, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per permettere le operazioni di soccorso.
Amnesty International teme che gli aiuti vengano bloccati o dirottati dalla giunta militare, che in passato ha già impedito l’accesso delle organizzazioni umanitarie in territori ostili. «È necessario un accesso immediato e senza ostacoli per salvare vite» ha avvertito il ricercatore Joe Freeman.
Ieri alle 12 in punto, il Myanmar si è fermato per un minuto di silenzio. È stato un gesto simbolico che, però, appare vuoto. Soprattutto alla luce dei continui attacchi contro obiettivi civili nelle aree controllate dai gruppi etnici in guerra con il regime, che in questi anni ha deliberatamente attaccato ospedali e scuole, mentre sul terreno si continua a scavare a mani nude.
La comunità internazionale guarda con apprensione. «In Myanmar l’obiettivo deve essere salvare vite, non toglierle» ha scritto su X Tom Andrews, relatore speciale delle Nazioni Unite.
Ma finché il conflitto continua e gli aiuti restano bloccati, la catastrofe naturale rischia di diventare una tragedia nella tragedia, in un Paese dove quattro anni di guerra civile hanno già causato decine di migliaia di morti e oltre tre milioni di sfollati interni.
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