Mps, si dimette da consigliere Di Stefano, indagato per insider trading
MILANO – Stefano Di Stefano fa un passo indietro. Il consigliere di Monte dei Paschi di Siena in carica dal 2022 – nonché uno dei direttori generali del ministero dell’Economia e delle Finanze – ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica di amministratore non indipendente della banca “con decorrenza immediata, per ragioni personali e in relazione all’avvio di indagini a suo carico”.


L’ipotesi di insider trading
La notizia, resa nota dallo stessa Mps, segue l’iscrizione nel registro degli indagati del consigliere da parte della Procura di Milano con l’ipotesi di insider trading per aver acquistato azioni di Mps e di Mediobanca a cavallo dell’Opas della prima sulla seconda. L’indagine sarebbe partita da una segnalazione di un’operazione sospetta rilevata dall’intermediario utilizzato da Di Stefano per compiere gli acquisti e comunicata all’Unità di Informazione Finanziaria della Banca d’Italia (Uif). La “sos” sarebbe poi stata trasmessa dalla Uif al Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, per poi arrivare infine ai pm milanesi.
Di Stefano è accusato di aver sfruttato informazioni riservate, per via del suo ruolo di responsabile della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli attivi strategici, per acquistare titoli delle due banche e guadagnare dal lancio dell’offerta pubblica di scambio del 24 gennaio 2025. In particolare, tra il 2 e il 21 gennaio dello scorso anno il dirigente del Mef avrebbe acquistato 33mila euro in azioni di Mps e 120mila euro in azioni di Mediobanca, per poi rivenderle il 28 gennaio, incassando poco meno di 9mila euro per sé e poco più di mille euro per il figlio.
Ad aprire l’inchiesta è stato il procuratore aggiunto Roberto Pellicano e i pm del pool reati economici. Secondo quanto ricostruito, il telefono del consigliere era stato sequestrato lo scorso novembre dalla Gdf nell’ambito dell’inchiesta sul risiko bancario, contestandogli già il reato di insider trading, prima ancora di avere accesso al dispositivo.
L’indagine di Milano e l’ipotesi di “concerto”
Non è la prima volta che la scalata di Montepaschi a Mediobanca finisce sotto i riflettori della giustizia. Lo scorso novembre Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri (ad della cassaforte dei Del Vecchio, la Delfin) e l’amministratore delegato di Siena, Luigi Lovaglio, sono stati iscritti nel registro degli indagati dalla Procura di Milano per aggiotaggio e ostacolo alle Autorità di vigilanza. L’ipotesi dei magistrati è che Caltagirone e Delfin, due soci rilevanti in entrambe le banche, si siano mossi insieme a Mps in maniera coordinata per andare alla conquista dell’istituto milanese.
Il filone di indagine su Di Stefano procede parallelamente e in autonomia rispetto all’inchiesta principale sul presunto “patto occulto”, in cui lui non è iscritto.


“Piena integrazione”, ma sul delisting ancora nessuna decisione
Mentre i pm milanesi cercano di fare luce sul risiko bancario, Siena accelera sulle attività che la porteranno a una “piena integrazione” di Piazzetta Cuccia. Sul possibile delisting della controllata, invece, l’ad Luigi Lovaglio glissa in occasione dei conti, rinviando la risposta alla presentazione del piano industriale, fissata per il 27 febbraio. “Stiamo finalizzando la struttura migliore possibile” per massimizzare le sinergie, ma “il cda non ha ancora preso tutte le decisioni”.
Di certo c’è che Mediobanca resterà una “legal entity”, cioè una società separata “focalizzata sulle attività di corporate & investment banking e private banking di alta fascia” e che la “struttura del gruppo” sarà “pienamente allineata al razionale industriale” dell’Opas – che tra i suoi obiettivi includeva anche la revoca delle azioni Mediobanca da Piazza Affari – “e orientata alla massimizzazione della creazione di valore”. Su questo fronte Lovaglio ha espresso “la certezza” di raggiungere e, forse anche battere, l’obiettivo di 700 milioni di sinergie a regime.
In attesa del piano, i conti standalone di Mps evidenziano ricavi saliti dell’1% a 4,07 miliardi, con le commissioni e il trading che compensano il calo del margine di interesse, costi sotto controllo (+0,8%), un calo delle rettifiche su crediti del 20% e un utile in crescita del 41% a 2,75 miliardi, grazie a oltre un miliardo di euro di benefici legati alle Dta, più che raddoppiati sul 2024. Il Monte, che ha iniziato a contabilizzare i risultati di Mediobanca a partire dall’ultimo trimestre dell’anno, stacca un assegno da 2,6 miliardi ai propri azionisti.
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