Morto Robert Mueller, l’ex capo dell’FBI che indagò sul Russiagate. E Trump esulta
Robert S. Mueller III, storico direttore dell’FBI e procuratore speciale dell’inchiesta sul Russiagate, è morto all’età di 81 anni. Figura centrale della sicurezza nazionale americana per oltre mezzo secolo, guidò il Bureau negli anni successivi all’11 settembre e, più tardi, l’indagine sulle interferenze russe nelle elezioni del 2016 che coinvolse il presidente Donald Trump. La sua carriera, segnata da rigore istituzionale e forte reputazione bipartisan, lo ha reso uno dei funzionari più influenti e discussi della politica statunitense contemporanea.
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( Donald J. Trump – Mar 21 2026, 1:26 PM ET )Robert Mueller just died. Good, I’m glad he’s dead. He can no longer hurt innocent people! President DONALD J. TRUMP pic.twitter.com/igcib8TMXb
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Il direttore dell’FBI dell’era post-11 settembre
Mueller nacque a New York nel 1944, in piena seconda guerra mondiale. Veterano decorato della guerra del Vietnam e laureato a Princeton e alla University of Virginia, aveva costruito la sua reputazione come procuratore federale e dirigente del Dipartimento di Giustizia, distinguendosi per uno stile riservato e metodico. Uno dei pochi direttori dell’FBI a ottenere dal Congresso una proroga speciale oltre il limite dei dieci anni, segno della fiducia bipartisan di cui godeva a Washington, diventando il direttore dell’FBI più longevo dai tempi di J. Edgar Hoover.
Fu nominato direttore dell’FBI nel settembre 2001, pochi giorni prima degli attentati dell’11 settembre, evento che trasformò radicalmente il ruolo dell’agenzia. Durante il suo mandato, durato fino al 2013, riorganizzò il Bureau spostandone le priorità dalla lotta al crimine tradizionale al contrasto del terrorismo e alle minacce alla sicurezza nazionale, rafforzando la cooperazione con intelligence e agenzie federali. La sua leadership è stata decisiva nel trasformare l’FBI in un’agenzia più orientata all’intelligence e alla prevenzione, capace di affrontare nuove minacce come il terrorismo internazionale e la cyber-sicurezza.
Il funzionario silenzioso simbolo delle istituzioni
Riservato, poco incline alla ribalta mediatica e considerato prima di tutto un servitore dello Stato, Mueller ha incarnato per molti l’idea di un apparato federale guidato da regole e non da appartenenze politiche. Un uomo di disciplina quasi militare, segnato dall’esperienza in Vietnam, convinto che l’indipendenza delle istituzioni fosse il fondamento della democrazia statunitense.
Negli anni ’80 e ’90, Mueller ha alternato incarichi presso studi legali e al Dipartimento di Giustizia. Nel 1982, è diventato assistente procuratore federale in Massachusetts, scalando le gerarchie fino a diventare assistente procuratore generale per la divisione penale del Dipartimento di Giustizia nel 1990. Durante il suo incarico ha supervisionato diversi processi di alto profilo, tra cui le condanne di Manuel Noriega e di John Gotti. Ma fu l’indagine sull’attentato di Lockerbie il caso che ebbe maggiore impatto sulla sua carriera.
Negli ultimi anni aveva iniziato a soffrire di Parkinson, malattia resa pubblica nel 2025, che lo aveva progressivamente allontanato dalla vita pubblica. Nonostante ciò, il suo nome è rimasto legato a due momenti chiave della storia recente degli Stati Uniti.
Il Russiagate e lo scontro politico con Trump
Nel 2017 Mueller tornò al servizio pubblico come procuratore speciale incaricato di indagare sulle interferenze russe nelle elezioni presidenziali del 2016 e sui possibili legami con la campagna di Trump. L’indagine durò quasi due anni, portò a numerose incriminazioni e confermò che Mosca aveva tentato di influenzare il voto, ma non stabilì l’esistenza di una cospirazione penale tra la Russia e il team del futuro presidente.
Tuttavia, Mueller non ha dimostrato che la campagna di Trump abbia cospirato con la Russia. Ha però preso la controversa decisione di non incriminare Trump per ostruzione alla giustizia, pur avendo le prove necessarie, affermando di non aver potuto nemmeno prendere in considerazione tale accusa poiché Trump era il presidente in carica all’epoca dei fatti.
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