monopattini nel fango sotto l’Isola Tiberina
Una domenica di relax, decine di cittadini a spasso nel centro storico e… monopattini spuntati come relitti sul Tevere.
È la scena che si è vista nel pomeriggio di domenica 1° marzo lungo le sponde del fiume nel tratto tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi: un susseguirsi di mezzi per la micromobilità — molti gestiti da Lime — abbandonati sul fango e tra i detriti lasciati dalle piene dei giorni scorsi.
Non sono nuovi a questo tipo di fine — già in passato bici e monopattini sono stati ritrovati nel fiume o sulle sue banchine, tanto che è stato necessario organizzare bonifiche per rimuovere i mezzi sommersi o abbandonati, un problema che aveva sollevato anche preoccupazioni ambientali legate alle batterie elettriche e al degrado delle sponde.
Una domenica di mobilità e improvvisa resa
L’ aria tiepida di domenica aveva spinto molti romani e visitatori a noleggiare monopattini per muoversi senza auto, soprattutto lungo la pista ciclabile che corre accanto al fiume, nei pressi dell’Isola Tiberina.
Un percorso amato perché permette di attraversare la città in sicurezza, lontano dal traffico. Ma tra Ponte Sisto e Ponte Garibaldi quello stesso tragitto si è trasformato in un labirinto di fango.
Le piene di febbraio hanno lasciato sulle banchine strati di terra e detriti: fango compatto, alghe, tracce di acqua.
Per molti utenti il passaggio è diventato impraticabile, e la scelta — forzata — è stata lasciare il monopattino lì dove si era fermato, cercando strade alternative per raggiungere casa o un autobus. Era, purtroppo, l’unica opzione possibile.

“La pista va curata, altrimenti si perde credibilità”
A scatenare la polemica è stato il consigliere capitolino Francesco Carpano (Forza Italia), che non ha usato mezzi termini: «L’ultima piena è stata 14 giorni fa. Quella pista è di Roma Capitale — attacca — se si vuole promuovere la mobilità dolce serve che le infrastrutture siano curate e funzionanti».
Il riferimento è chiaro: non basta incentivare trasporti alternativi se le piste su cui questi mezzi dovrebbero circolare restano ostacoli insidiosi per gli utenti.
La scena dei monopattini “sospesi” tra fango e acqua diventa così emblematica di una città che prova a cambiare pelle, ma si trova spesso con infrastrutture arretrate che vanificano la spinta verso la mobilità sostenibile.
Il problema vecchio (e mai risolto)
I casi di monopattini e biciclette gettati o abbandonati lungo il Tevere non sono isolati. Negli ultimi anni, decine di mezzi in sharing sono stati ritrovati sulle banchine o addirittura nelle acque del fiume, tanto da richiedere interventi di recupero coordinati tra municipio, vigili urbani e società titolari dei mezzi.
Il fenomeno non è solo un problema di decoro urbano, ma rischia di diventare un peso ambientale concreto: le batterie dei mezzi elettrici contengono materiali inquinanti, e il loro deteriorarsi nell’ambiente può avere effetti significativi se non gestito con cura.
Quando la mobilità dolce si arena sul fango
Quella di domenica scorso non è dunque una foto estemporanea ma una cartolina da un nodo più profondo: l’ambizione di una mobilità più pulita che si scontra con la realtà delle infrastrutture urbane.
I monopattini, simbolo della rivoluzione sostenibile, sono finiti impigliati nel fango di un’altra rivoluzione — quella di una città in lenta trasformazione.
E mentre qualcuno dei mezzi sembra emergere dal limbo, la domanda resta appesa: possono davvero i servizi in sharing diventare un’alternativa credibile se le condizioni del territorio non seguono il passo? Roma, ancora una volta, è chiamata a dare una risposta.
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