Monica Gori, la ricercatrice che aiuta i bambini non vedenti a tornare a giocare: «Mi dissero che non ero abbastanza brava per il liceo, mi sono sempre sentita un pesce fuor d’acqua»
Riproponiamo questa intervista di Veronica Bianchini a Monica Gori, pubblicata lo scorso 7 febbraio, tra le più apprezzate del 2025.
«Mi sono sempre sentita un pesce fuor d’acqua». Qualche volta, anche nelle scienze, a vincere sono il pensiero laterale e uno sguardo diverso. Ne è la prova Monica Gori, responsabile all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova dell’U-VIP (Unit for Visually Impaired People), di un team di 45 ricercatori che sviluppano tecnologie innovative basate sulla conoscenza scientifica del cervello per creare strumenti al servizio delle persone. Come dice lei stessa, in quel mondo «ci è entrata dalla finestra» e ha aperto un filone di ricerca completamente nuovo.
Cominciamo dall’inizio.
«Sono cresciuta ad Arezzo. Alla fine delle medie, gli insegnanti suggerirono ai miei genitori di non mandarmi a un liceo perché non ero abbastanza brava. Fin da piccola avevo una grande passione per il disegno, così mi sono iscritta alla Scuola Statale d’Arte, pensando che alla fine avrei avuto un lavoro pronto».
E poi?
«Ho iniziato a studiare arte e oreficeria e ho imparato tutto: saldare, smaltare, disegnare, scolpire. Mi sono innamorata dell’arte e ho scoperto di non essere così male, quindi ho acquisito fiducia in me stessa. Ho iniziato a fare mostre di pittura e a 18 anni ho avuto la mia prima personale».
Ma poi ha cambiato strada.
«Avrei voluto fare l’Accademia di Belle Arti, ma mi sono resa conto che un’artista, per sopravvivere, deve lavorare su commissione e fare quello che piace agli altri. Io volevo sentirmi libera. Così ho deciso di tenere l’arte come passione e di studiare Psicologia. Ho sempre avuto una propensione per l’ascolto e tutti si confidavano con me, mi affascinava l’idea di poter aiutare. Quello che non sapevo è che mi sarebbe piaciuto così tanto studiare il cervello e fare la ricercatrice. Ho iniziato Psicologia proprio per comprendere le interazioni umane e mi sono appassionata alle neuroscienze. Andavo molto bene, avevo una media altissima, e mi hanno proposto di fare una tesi al CNR di Pisa. Un’occasione imperdibile, ma c’era l’affitto da pagare. Facevo dei lavoretti: insegnavo acquerello consegnavo pizze e intanto inseguivo la mia passione».
Qual è stato l’incontro più importante?
«Tra i corsi di psicologia sperimentale, ce n’era uno sulla percezione visiva tenuto da un professore australiano, David Burr. Il suo pensiero non convenzionale e la sua immensa conoscenza delle neuroscienze visive mi hanno ispirata. Ancora oggi, quando leggo i suoi eleganti articoli, mi sento onorata di averlo avuto come mentore. Così ho capito che quella era la mia strada e ho lavorato sulla percezione visiva al CNR di Pisa per quattro anni. È stato il primo riscatto nei confronti di chi non aveva creduto in me».
Cosa ricorda di quegli anni?
«Mi sono trovata in mezzo a persone al top e io ci sono arrivata piano piano, ma con uno scatto finale. Ho frequentato una scuola superiore che mi è piaciuta molto, dove mi sono divertita, ma in cui non si insegnava nemmeno l’inglese. Ho iniziato a studiarlo a 18 anni. Poi l’università mi ha fatto capire il mio valore e a Pisa sono esplosa. Quando ho avuto il contratto per fare ricerca sulla percezione visiva, sono entrata in punta di piedi. Ma con il tempo mi sono resa conto che anche le cose che mi sembravano difficili mi riuscivano con una certa facilità. Ho iniziato a esprimere la mia parte creativa, e quella ha fatto la differenza».
Ritiene che la tua creatività ti abbia dato una marcia in più?
«Sì, perché avere un’idea fuori dal comune apre nuovi approcci. All’inizio gli altri ti guardano con scetticismo, pensano: “Cosa sta dicendo” ma poi funziona, ed è bellissimo».
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