Mitski – Nothing’s About to Happen to Me
Distante dall’impatto pop dei precedenti lavori che ad onor delle cronache hanno aumentato esponenzialmente il livello di conoscenza mediatico della tiny nippo-americana, il suo ritorno a breve distanza conferma la statura del personaggio, consolidandone le caratteristiche di una delle principali voci al femminile dell’attuale scena alt rock, in un album che pur non facendo rilevare sorprese o nuovi cambi di direzione, è ancora una volta un azzeccato pastiche, a volte bizzarro, a volte volutamente spiazzante di Americana sui generis.

Diciamo questo perchè come le grandi, forse Joni Mitchell come riferimento più nel mood che altro, ma mettiamoci dentro la carriera di PJ Harvey ad esempio, rimanendo forse un perimetro di genere limitrofo, la musica di Mitski è subito riconoscibile, non si riesce più e speriamo chissà quanto a lungo questo succederà, a distogliere la forza espressiva della sua voce, del suo gusto melodico, qualsiasi cosa questo voglia dire, il trasporto che emana la sua forza intima, dalla scelta sonora individuata per le canzoni, come se le strutture di questi brani non fossero altro che dei raffinati corollari del flusso di pensieri dell’autrice.
In “Nothing’s About to Happen to Me” Mitski ritorna sempre alla sua amata solitudine, cercando di avvicinarvisi in modo tangenziale, mai nominandola, ma inserendo dei riferimenti evidenti e simbolici, di questo eterno complesso, forse desiderato, forse riflesso di una condizione indotta (vedasi il titolo, non le succede mai niente…), in ogni modo, riprendendo altri temi cari come la presenza di una “casa” in cui sentirsi al sicuro e poter essere libera nel confrontarsi con le proprie debolezze, i riferimenti felini come riconoscimento di un carattere a mood alterni, indipendente, caloroso ma graffiante: una continua ricerca di conoscenza esplicata attraverso la musica, intervallata comunque da dense riflessioni amorose, con precise dichiarazioni di dipendenza dal pensiero altrui, come se anche in un allontanamento si potessero trovare gratificazioni della propria esistenza (“If I’ll leave”).
Tutto questo non può far altro che stringere un patto indissolubile con la poetica della nostra, che qui si manifesta in un universo sonoro dotato di venatura quasi teatrale nel flusso dei diversi generi trattati, quasi come se il country iniziale di “In a Lake” fosse l’atto I del successivo grunge “Where’s my phone”, per passare alla ballad alla “Harvest” di “Cats” e così via, in una serie di rimbalzi emotivi, che seppur rispetto al passato non trovano canzoni di forte impatto e banalmente più commerciali, rivestono l’album in modo forse più omogeneo dei precedenti: a guardar bene, però la secca e tagliente “If I’ll leave” lascia il segno, come del resto l’altra splendida ballata “I’ll change for you”, dove lo spettro della Mitchell si fa più presente, mentre “That white cat” si muove sempre in territori grezzi con una chitarra alla “Dry” di PJ, per finire con “Lightining”, altra deliziosa perla con un sound classico di rock al femminile post anni 80.
Sintesi e complessità, precisione e profondità espressiva, piccole gioie in una marea di fragilità felicemente dichiarata: Mitski.
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