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Militarizzazione e resistenza locale Sardegna-Vicenza a confronto- Vipiù

Militarizzazione a Vicenza e in Sardegna
Da sinistra: Giovanni Marangoni, portavoce dell’Osservatorio Vicenza città UNESCO da smilitarizzare; la moderatrice e ideatrice dell’evento Stefania Calledda; la professoressa Aide Esu, sociologa dell’Università di Cagliari

La militarizzazione è un tema su cui diversi territori in Italia devono confrontarsi: dalle basi vicentine a quelle di Aviano, Camp Derby e Niscemi; secondo i dati disponibili sono 120 le basi Nato in Italia, di diversa natura e gestione, a cui si aggiungono 20 basi segrete degli Stati Uniti, la cui posizione non è nota per ragioni di sicurezza.

Se ne è parlato in un incontro dal titolo “Militarizzazione e resistenza locale – Sardegna e Vicenza a confronto”, che si è tenuto ieri, 21 febbraio, presso l’Associazione Grazia Deledda di Vicenza (viale Anconetta 77). A discuterne la professoressa Aide Esu, sociologa dell’Università di Cagliari con Giovanni Marangoni, portavoce dell’Osservatorio Vicenza città UNESCO da smilitarizzare, e con la moderazione di Stefania Calledda, ideatrice dell’evento.

L’evento è stato inserito all’interno dell’iniziativa internazionale “Global Days of Action to #CloseBases”, promossa dalla World Beyond War, associazione sorta negli Stati Uniti per protestare contro le basi militari USA a livello internazionale e che promuove i movimenti in tutto il mondo.

L’incontro è stato dedicato a narrare l’occupazione militare di alcuni territori e i conseguenti rischi che questa scelta comporta, e che in passato ha dato vita a forme di resistenza locale; una riflessione è stata fatta poi sulla risposta mediatica e sul ruolo della stampa di fronte a questa “occupazione”.

Perché le basi militari a Vicenza

Giovanni Marangoni ha esordito spiegando che gli statunitensi arrivarono in Italia dopo l’allontanamento da parte dell’Austria; nel 1955 venne istituita la prima base a Vicenza. Perché Vicenza, si chiede Marangoni? Perché gli Usa, dopo la vittoria nella Seconda guerra mondiale, hanno il potere di espandersi; il motivo economico, le basi militari portano appalti e quindi “schei”, e poi – secondo la riflessione di Alberto Peruffo – perché “Vicenza da città UNESCO diventa ZSAR”, ovvero zona di sacrificio ad alto reddito.

La militarizzazione negli anni si è evoluta: Marangoni cita la “Visione Vicenza 2020”, nata a inizio anni 2000 e che ipotizzava una città-villaggio vacanze in stile palladiano per i militari Usa, passando per la modifica dei nomi della base Dal Molin e di Site Pluto, fino ad arrivare al Vertice Nato a Washington dell’11 luglio 2024, dal quale, attraverso una fuga di notizie giunse l’informazione che a Vicenza sarebbero arrivati missili V-SHORAD per la difesa antiaerea a corto raggio.

Marangoni – citando l’intervento di Antonio Mazzeo nell’ambito del primo appuntamento di una serie di incontri organizzati dall’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare per sensibilizzare cittadini e istituzioni sui pericoli che corre Vicenza città UNESCO militarizzata e sui nuovi scenari geopolitici – ha sottolineato come i cittadini non sappiano cosa avviene all’interno delle basi militari, cosa viene stoccato e cosa viene costruito. Il sito di Longare, ad esempio, è centro dell’Intelligence, e sono solamente 3 al mondo.

Sardegna: militarizzazione e resistenza sull’isola

Aide Esu – docente di Sociologia, tecniche e metodi partecipativi, e Sociologia della devianza presso l’Università di Cagliari – si occupa di sociologia della violenza, militarizzazione del territorio, memoria collettiva e la natura dei conflitti. Nel suo focus sulla Sardegna ha spiegato il perché sia stata scelta come zona militare: dal punto di vista strategico è isolata, meno popolata rispetto alla Sicilia e più lontana dalla terraferma. Ha raccontato inoltre come spesso si parli dell’isola utilizzando un atteggiamento coloniale e come si stia tornando a ipotizzare il trasferimento di criminali per il carcere stringente.

Che ruolo ha la narrazione che arriva a noi civili? Secondo la sociologa, il tema è legato a una non trasparenza di quello che avviene nelle basi, per motivi di ordine strategico o per preservare chi vive all’interno. Inoltre, “fino agli anni Settanta, il più importante quotidiano sardo ha presentato la militarizzazione dell’isola come un processo di modernizzazione di un territorio povero”.

Le ha fatto eco Marangoni, sottolineando come la presenza americana con la base Del Din sia stata “incentivata” attraverso opere di compensazione, quali il Parco della Pace e la nuova Tangenziale, quest’ultima in realtà utile al trasporto veloce di mezzi tra le basi. In tutto ciò, è l’ambiente a perdere spazio, come avvenuto in Sardegna, dove le aree militari sono state collocate in alcune Aree SIC (Siti di Interesse Comunitario), istituite da Rete Natura 2000, strumento dell’Unione Europea che mira a preservare gli habitat naturali. “Sono zone in cui è fatto divieto di caccia, ma girano le armi…” ha chiosato la sociologa.

Cosa fanno i sardi per ribellarsi? Un esempio: nel 1969 i cittadini di Orgosolo hanno messo in atto una protesta nonviolenta, nota come la rivolta di Pratobello, per protestare contro la realizzazione di un poligono fisso per esercitazioni militari nei pressi del villaggio abbandonato di Pratobello, in una zona dedicata al pascolo delle pecore. Dall’assemblea popolare si passò all’occupazione del prato.

E i vicentini? Inevitabile toccare l’argomento della protesta popolare contro il Dal Molin, “una protesta che ha fatto scuola in tutta Italia per gli anni a venire, è stato un lutto da attraversare” ricorda Marangoni e come racconta un’attivista nel pubblico “Noi donne eravamo molto attive e al tempo facemmo molta riflessione in particolare sui ruoli e il linguaggio utilizzati per raccontare la presenza americana”.

Un ultimo focus sull’attività dell’Osservatorio Vicenza città Unesco da smilitarizzare con una riflessione di Giovanni Marangoni: “Non trovo giusto che all’interno delle basi i bambini americani facciano corsi e attività di prevenzione, mentre le mie nipotine e i nostri figli no. Almeno un vademecum sulla gestione dei rischi è necessario”.

L’incontro si è poi concluso con un piccolo rinfresco sardo e con l’invito a continuare a seguire gli appuntamenti dell’associazione Grazia Deledda.


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