Miliardari, Oxfam a Davos: “oltre 3.000″. Langella: “sempre peggio”

Dal rapporto Oxfam presentato a Davos emerge un sistema economico sempre più oligarchico: pochi miliardari concentrano ricchezza e potere mentre salari e diritti arretrano. Un’analisi critica che chiama in causa capitalismo, politica e responsabilità collettiva.
“Nel baratro della disuguaglianza”. Il titolo del rapporto diffuso da Oxfam Italia in occasione del Forum economico mondiale di Davos non è una forzatura retorica, commenta il PCI, ma la fotografia cruda di un sistema economico e politico che ha smesso da tempo di fingere equilibrio. I dati parlano chiaro e inchiodano l’ideologia capitalista alle sue conseguenze più estreme: la trasformazione delle democrazie in oligarchie, dove il potere reale è concentrato nelle mani di pochi super-ricchi.
Per la prima volta nella storia, il mondo conta oltre 3.000 miliardari. Alla fine di novembre 2025 la loro ricchezza complessiva ha raggiunto i 18,3 trilioni di dollari, con un aumento reale dell’81% rispetto al marzo 2020. In un solo anno, tra novembre 2024 e novembre 2025, i patrimoni dei miliardari sono cresciuti di 2,5 trilioni di dollari. Numeri che da soli basterebbero a smontare qualsiasi narrazione rassicurante sul “benessere che sgocciola verso il basso”.
Ancora più inquietante è il confronto sociale: i dodici miliardari più ricchi del pianeta possiedono più ricchezza della metà più povera dell’umanità, oltre quattro miliardi di persone. L’1% più ricco detiene il 43,8% della ricchezza globale, mentre metà della popolazione mondiale si divide lo 0,52%. Non è solo una questione economica, ma un gigantesco squilibrio di potere politico e culturale.
Oxfam lo dice senza giri di parole: la disuguaglianza economica alimenta una disuguaglianza politica strutturale. I super-ricchi non si limitano ad accumulare ricchezza, ma la utilizzano per comprare consenso, occupare le istituzioni, controllare tecnologia, intelligenza artificiale, informazione e reti strategiche. Non è un caso se un miliardario ha una probabilità oltre 4.000 volte superiore a una persona comune di ricoprire cariche politiche. La politica, sempre più spesso, non governa il capitale: ne è governata.
L’Italia non fa eccezione. Tra ottobre 2021 e ottobre 2025, i prezzi dei beni alimentari sono cresciuti del 24,9%, mentre le retribuzioni contrattuali si sono fermate a un +10,7%. Il risultato è un impoverimento diffuso, strutturale, che colpisce lavoratori, pensionati e giovani. Eppure il “potere politico” appare molto più solerte quando si tratta di destinare centinaia di miliardi alle guerre, un altro gigantesco moltiplicatore di profitti per pochi e di distruzione per molti.
Di fronte a tutto questo, la rassegnazione diventa una forma di complicità. È davvero normale accettare che il futuro sia deciso da oligopoli sovranazionali? È inevitabile pensare che il capitalismo sia eterno, mentre tutto il resto può finire, persino il mondo? Oppure è tempo di ricominciare a esercitare un pensiero critico, autonomo, capace di spezzare il pensiero unico imposto da chi detiene il potere reale?
Le risposte non sono semplici, ma una cosa è certa: accettare l’indifferenza significa rinunciare al futuro. Riappropriarsene, invece, è il primo atto politico necessario.
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