Mika: «Mia madre mi ha formato, ma ho capito di non essere solo una sua creazione. La solitudine è il mio ufficio, non la temo»
A quarant’anni Mika apre il cofano e guarda dentro, senza più il bisogno di spiegarsi: solo quello di capirsi. Il suo ultimo album, Hyper Love, nasce da questo gesto concreto, che lui racconta con parole semplici e definitive: «Quello che c’è, c’è». Dentro ci sono domande, debolezze, desideri, un mondo che ama e uno che lo spaventa. Ma soprattutto c’è una presa di posizione sul modo di stare oggi nel mondo.
Il cantautore e showman dai mille volti non parla solo di musica: parla di identità, di solitudine, di bellezza come strumento di resistenza quotidiana. «La solitudine è il mio ufficio», dice, rivendicandola non come vuoto ma come spazio necessario per creare, pensare, scegliere. In un presente attraversato da conflitti, rumore e iperconnessione, la bellezza diventa per lui una disciplina, un modo per organizzare la testa e la vita, per non lasciarsi travolgere. È un equilibrio costruito per sottrazione: togliere, ridurre, diventare invisibile quando serve. Anche l’amore, in questo spazio, perde ogni retorica e diventa un gesto consapevole, quasi politico. Hyper Love non arriva per segnare un nuovo inizio, ma per dichiarare una fedeltà: a sé stesso, prima di tutto.
In Hyper Love sembra attraversare continuamente vulnerabilità, euforia, amore, passando dall’equilibrio all’onestà più radicale. Era questo il centro da cui voleva partire?
«Sì, è una sorta di resoconto di chi sono. Di dove sono. Del mio stato d’animo, ma anche della mia reazione al mondo intorno a me: delle cose che mi piacciono, di quelle che mi mancano, delle persone, di un mondo che amo e anche di un mondo che a volte mi fa paura. Metabolizzando tutto questo ho capito che non si può comprendere il mondo intorno a me senza capire chi sono io. Ho quarant’anni, e all’inizio di quest’album apro la porta, apro il cofano: quello che c’è, c’è. Lo scrivo, lo dico. Se ho domande, se ho debolezze, le metto lì».
Che cosa desidera oggi che non desiderava a vent’anni?
«Desidero poter rimanere me stesso. Quando hai vent’anni pensi che sia tutto gratis: credi che la tua anima resterà intatta, che tutti i tuoi colori rimarranno così come sono. Hai l’idea che un giorno avrai abbastanza soldi per comprare la macchina che vuoi, entrare in un negozio e comprare la giacca che vuoi senza chiedere permesso, e che tutto questo farà brillare ancora di più la tua personalità. In realtà è l’inverso. Quando te ne rendi conto, hai due possibilità: o guardi da un’altra parte e accumuli distrazioni, oppure ti fermi e ti chiedi: chi sono? Chi voglio essere davvero?».
Viviamo in un’epoca complessa, piena di stimoli, di conflitti, di paura. In un mondo così, lei dove trova pace?
«In un mondo disturbato, attraversato dai conflitti e da tutto quello che sta succedendo, ho capito che la bellezza è un modo per organizzare la testa, è un modo per organizzare anche la vita. Quando ti apri a questo concetto, la bellezza la ritrovi ovunque: in un’opera d’arte, in una cucina, in un bar, in un’interazione umana, in una stazione dei treni o al supermercato. Anche nello sguardo di una persona che vedi e con cui inizi a inventare una storia d’amore completamente finta.
Sono le piccole cose, più che mai, a darmi forza. Sono in una fase in cui sto togliendo il più possibile dalla mia vita, sto vendendo anche molte delle mie cose per liberarmi».
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