Lazio

Migranti, ecco la “tassa” Rackete. Sea Watch risarcita con oltre 76mila euro – Il Tempo


Foto: Ansa

Alessio Buzzelli

Nemmeno il tempo di approvare le recenti norme sull’immigrazione- tra cui il nuovo «blocco navale» – che arriva l’ennesima sentenza destinata a far discutere, e non poco. Il Tribunale di Palermo ha stabilito, con sentenza dell’11 febbraio scorso, che l’Ong SeaWatch sarà risarcita dallo Stato con 76.181,62 euro per il sequestro subìto dall’imbarcazione «Sea-Watch 3» nel lontano 2019, quando a Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte e al Viminale Matteo Salvini. Cifra a cui si devono aggiungere altri 14mila euro per le spese legali: in tutto si tratta di circa 90mila complessivi di risarcimento. Molti si ricorderanno di quei giorni e delle accesissime polemiche che li accompagnarono; qualcun altro, invece, e non a torto, assocerà la vicenda al «caso» Carola Rackete: era proprio l’attivista tedesca, infatti, a capitanare la barca che in quel giugno di quasi sette anni fa forzò l’ingresso nel porto di Lampedusa nonostante il divieto vigente, urtando nella manovra una motovedetta della Guardia di Finanza. Ad annunciare la sentenza emessa dalla terza sezione civile di Palermo è stata la stessa Ong tedesca, con un post su X nel quale non si lascia sfuggire l’occasione di pungolare il governo sulle nuove norme in materia di immigrazione. «Mentre il Governo annuncia il “blocco navale” e attacca le Ong – si legge – il diritto ancora una volta dà ragione alla disobbedienza civile: il Tribunale di Palermo ha stabilito che #SeaWatch sarà risarcita di 76mila euro per il blocco ingiustamente subito nel 2019 dopo il caso Rackete». D’altra parte La stessa organizzazione no-profit, aveva attaccato il disegno di legge governativo sin dalle prime battute, definendolo «un grave arretramento nelle tutele dei diritti fondamentali». In buona sostanza, la sentenza pronunciata dal giudice Maura Cannella ripercorre le tappe dell’iter che ha riguardato il sequestro e il successivo dissequestro della nave di Rackete, avvenuto successivamente alla forzatura del blocco navale del 29 giugno 2019. Il 12 luglio, infatti, la Guardia di Finanza notifica il sequestro amministrativo della “Sea Watch 3”; il 21 settembre, la capitana propone alla prefettura di Agrigento opposizione al sequestro, non ricevendo, si legge nella sentenza, alcuna risposta. Così il capitano Rackete richiede nell’ottobre successivo per tre volte di poter lasciare il Porto di Licata, dove l’imbarcazione era ferma. Ma il 28 dello stesso mese il rilascio del mezzo viene negato, in quanto «il procedimento amministrativo era ancora in fase di definizione». Il giorno dopo la Sea Watch fa ricorso al Tribunale di Palermo, che il 19 dicembre lo accoglie e ordina di riconsegnare la nave alla Ong, la quale subito lascia il porto. A quel punto è il Viminale – alla cui guida c’era Matteo Salvini- insieme al Ministero delle Infrastrutture e a quello dell’Economia, a presentare a sua volta un reclamo, ma invano. Infine, l’Ong passa quindi a chiedere i danni per il periodo in cui la nave è stata ferma in porto: «39.681 euro per le spese portuali e d’agenzia» (compresa acqua corrente);«31.500 per la benzina»; 5mila euro per le spese legali. Non solo: Sea Watch chiede pure i danni d’immagine a suo dire cagionati dal sequestro, che però il Tribunale nega. A questo si aggiungono altri 14.103 euro per le «spese di giudizio», ed ecco la cifra finale superiore ai 90mila euro totali. Tutta questa storia è iniziata esattamente il 12 giugno del 2019, quando la Sea Watch 3, battente bandiera olandese, carica a bordo 52 migranti da un gommone fermo in acque libiche. La nave, come al solito, punta quindi le coste italiane, e arriva nelle vicinanze di Lampedusa, senza però entrare in territorio italiano, perché, nel frattempo, era entrato in vigore il «decreto sicurezza bis» targato Salvini, in forza del quale il Viminale poteva vietare l’ingresso alle navi per ragioni di «ordine e sicurezza». Dopo un braccio di ferro tra Rackete durato due settimane, il 26 giugno l’Ong comunica la volontà di forzare il blocco ed entrare a Lampedusa, cosa che farà effettivamente nella notte del 29 giugno, scontrandosi con una motovedetta della Gdf impegnata ad impedirne l’ingresso. Rackete viene quindi arrestata (poi rilasciata e archiviata) e la Sea Watch 3 sequestrata.


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