Michele Albanese, cronista libero fino all’ultimo respiro
Ci sono vite che diventano testimonianza. E poi ci sono vite che diventano responsabilità per chi resta. Michele Albanese è stato, prima di tutto, un giornalista libero. Lo è stato quando raccontare la ’ndrangheta significava esporsi senza rete. Lo è stato quando le sue inchieste hanno dato fastidio a chi riteneva di poter governare territori, economie e destini nell’ombra. Lo è stato quando, il 17 luglio 2014, gli fu comunicato che volevano farlo “saltare in aria”.
Da quel giorno Michele ha vissuto sotto scorta. Non per scelta. Non per privilegio. Ma per coerenza. Ha pagato con la propria libertà personale il prezzo di un principio semplice e altissimo: il diritto dei cittadini a conoscere la verità. In una terra complessa come la Calabria, dove spesso il silenzio è considerato prudenza e la denuncia è scambiata per temerarietà, Michele ha scelto di non arretrare.
Al Quotidiano del Sud ha portato rigore, competenza, coraggio. Non ha mai confuso il giornalismo con il protagonismo. Non ha mai usato la parola come arma personale. L’ha usata come strumento civile. Ha denunciato le infiltrazioni mafiose, ha raccontato i meccanismi dell’economia criminale, ha difeso i colleghi più giovani, ha creduto nel sindacato come presidio di legalità. È stato promotore di iniziative concrete contro le intimidazioni ai giornalisti, contribuendo a costruire strumenti di monitoraggio e tutela a livello nazionale. Non si è limitato a raccontare il problema: ha lavorato per cambiarlo.
Nell’ottobre 2015, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, lo ha nominato Cavaliere al Merito della Repubblica “Per aver affermato il valore della legalità e della libera informazione in un contesto con forte presenza criminale”.
Negli ultimi anni la malattia ha provato a piegarlo. Non ci è riuscita nel carattere, nello spirito, nell’ironia che non ha mai smesso di accompagnarlo, nemmeno nei momenti più duri. Ha combattuto fino all’ultimo, con la stessa determinazione con cui ha affrontato le minacce.
Michele lascia una lezione che non possiamo archiviare nel giorno del lutto: la libertà di stampa non è una formula astratta. È fatta di persone in carne e ossa, di famiglie che condividono paure e sacrifici, di scelte quotidiane che hanno un costo.
A Melania, a Maria Pia, a Michela va il nostro abbraccio più sincero e riconoscente. Il giornale che Michele ha servito con dedizione non dimenticherà ciò che ha rappresentato. Oggi il dolore è grande. Ma più grande deve essere la nostra responsabilità. Continuare a fare informazione libera, rigorosa, senza cedere alla rassegnazione o alla convenienza, è il modo più autentico per onorare la sua memoria. Michele ci ha insegnato che la verità non è un’opinione. È un dovere. E i doveri non si archiviano.
* Francesco Dodaro, Editore
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