Marche

«Mia moglie uccisa? Non ricordo niente. Volevo solo morire»


MONTE ROBERTO Una sequela di «non ricordo» e una sola certezza: «Preferivo morire che andare in carcere, ecco perché ho tentato il suicidio». È quanto ha detto Nazif Muslija al giudice maceratese Daniela Bellesi durante l’udienza di convalida del fermo scattato dopo l’omicidio della moglie, la 49enne Sadjide Muslija, uccisa a sprangate nel letto di casa, a Pianello Vallesina, lo scorso mercoledì mattina. Rinchiuso nel carcere di Montacuto, il falegname macedone di 50 anni è stato sentito da remoto, assistito dall’avvocato Gloria Droghetti.

La decisione

Al termine dell’udienza, il gip ha convalidato il fermo, confermando la massima misura cautelare. Giovedì scorso, dopo 30 ore passate da fuggitivo, ha tentato di impiccarsi in un bosco nel territorio di Matelica. È stato un uomo che passeggiava con il cane a salvarlo, tagliando corda e cappio con un mazzo di chiavi. Mentre era in ambulanza, avrebbe farfugliato di essere stato lui ad uccidere la moglie, ma ieri ha negato tutto. «Ha riferito di non ricordare di aver fatto questa ammissione. Non era in uno stato di lucidità» le parole del suo avvocato. Avrebbe un vuoto a partire dalla mattina di mercoledì, quando sarebbe uscito di casa con la Smart attorno alle 5 per andare a uccidersi. Nessun litigio con la moglie.

Il terrore

«Ero agitato per la paura di tornare in carcere» ha detto al gip.

Un terrore che si sarebbe insinuato in lui due giorni prima del dramma. Lunedì, infatti, avuto un colloquio con gli operatori dell’Uepe, ad Ancona, l’Ufficio per l’esecuzione della pena delegato ad occuparsi del percorso di recupero per uomini violenti. Un iter che avrebbe dovuto seguire dopo il patteggiamento a un anno e dieci mesi varato dal gup lo scorso aprile. L’accusa: maltrattamenti e lesioni sulla moglie che, però, prima dell’udienza aveva deciso di togliere la querela e revocare la richiesta di separazione.

Il corso, che avrebbe dovuto fare con gli specialisti del Polo 9, non è mai partito. Forse, sarebbe iniziato in primavera e la buona riuscita avrebbe voluto significare la conferma della sospensione della pena. Ad ogni modo, quel colloquio deve aver turbato il macedone, tanto da fargli pensare a un ritorno in carcere. C’era già stato 3 mesi, da aprile a luglio, sempre per il processo innescato dalla denuncia della vittima.

Con il rientro a casa dell’uomo non sarebbe stato tutto rose e fiori, ma pare che i due avessero trovare un loro equilibrio. Almeno due settimane prima del delitto, lei non aveva dato segni di allarme: «Stiamo bene» aveva detto la 49enne all’avvocato Antonio Gagliardi, che per il filone dei soprusi ha seguito il marito. Tra le mura domestiche, qualcosa che sia più di un semplice timore, deve essere scattato. L’autopsia sulla donna non è stata ancora fissata. Per la procura è stata uccisa con un tubo di metallo ritrovato sul muretto del giardino di casa. L’avvocato Droghetti ha chiesto e ottenuto dal gip di far redarre una relazione agli psicologi e medici del carcere sullo stato di salute mentale del 50enne.

Daniel Fermanelli

Federica Serfilippi

© RIPRODUZIONE RISERVATA




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »