“Mi dimetto da uomo”: Sergio Assisi arriva in Calabria e si racconta tra ironia e riflessione
“Mi dimetto da uomo”: Sergio Assisi arriva in Calabria con un doppio appuntamento, il 26 febbraio a Locri e il 27 febbraio a Lamezia Terme. L’artista si racconta ai nostri microfoni tra ironia e riflessione.
C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui la stanchezza del mondo sembra più forte della fiducia. Un istante in cui l’indifferenza, il rumore dei social, la spettacolarizzazione del dolore e la fretta di giudicare fanno vacillare anche le convinzioni più solide. È da quel punto che nasce “Mi dimetto da uomo”, lo spettacolo con cui Sergio Assisi arriva in Calabria con un doppio appuntamento: giovedì 26 febbraio, alle 21, all’Auditorium Palazzo della Cultura di Locri, nell’ambito della XXXII Stagione Teatrale della Locride, e venerdì 27 febbraio, sempre alle 21, al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme per la stagione di Ama Calabria. Accanto a lui, in entrambe le date, il talento poliedrico di Giuseppe Cantore (co-autore del testo). Assisi sale sul palco non solo come interprete, ma anche come autore e regista, portando un lavoro che è insieme confessione e provocazione, satira e poesia, risata e ferita aperta.
Il titolo suona come una resa: dimettersi dall’essere uomo. Ma già nelle prime battute si comprende che non c’è fuga, bensì resistenza. La domanda radicale che attraversa tutto lo spettacolo è la seguente: in un’epoca che sembra aver smarrito empatia e profondità, ha ancora senso restare umani? In scena, Assisi veste i panni di un giullare contemporaneo: ironico, spietato, fragile. Un uomo in gabbia – simbolica e reale – che tenta di aggrapparsi alla bellezza, all’amore, come fossero rami protesi verso le stelle. Ma quei rami vengono costantemente minacciati dall’egoismo, dalla paura, dall’omologazione. E allora la provocazione si fa inevitabile: “Dovrei forse dimettermi?”.
Lo spettacolo non è un monologo tradizionale. È un organismo vivo che cambia ogni sera, alimentato dall’energia del pubblico, chiamato a decidere il destino del protagonista. È un dialogo serrato con la coscienza – incarnata da uno spiritello ironico e impietoso – e con una società sempre più anestetizzata. Abbiamo intervistato Sergio Assisi alla vigilia delle tappe calabresi per parlare di libertà artistica, paura, sogni, social media, empatia e del ruolo civile dell’artista in un tempo dominato dall’intelligenza artificiale e dalla ricerca spasmodica del consenso.
“Mi dimetto da uomo” è una resa o un atto rivoluzionario? È più un grido di dolore o una risata disperata?
«Bella domanda. È la sintesi di tutto. Ovviamente, è una provocazione. Basta guardarsi intorno e vedere cosa accade nel mondo. Viene quasi voglia di dimettersi da quella parte di umanità che non è più umana. Lo spettacolo è uno specchio, un invito a riflettere. Io metto in scena un uomo che si chiede se abbia senso restare tale in un tempo che sembra aver smarrito empatia e bellezza. È un grido, sì. Ma è anche una risata. Perché l’ironia è l’ultima forma di resistenza che ci resta».
Se potesse davvero dimettersi, quale sarebbe l’ultimo gesto umano?
«Non farei nulla di eclatante. La memoria è breve, la gente dimentica in fretta. Continuerei a fare ciò che faccio, perché è questo che conta davvero. Siamo tutti sulla stessa barca, ma molti non lo comprendono e la lasciano andare alla deriva. Ognuno ha un ruolo preciso: se tutti eseguissimo bene il nostro compito, forse non parleremmo nemmeno di dimissioni. La risposta definitiva è semplice: continuerei a fare ciò che amo, nel miglior modo possibile».
Sergio Assisi, in un mondo senza punti di riferimento, lei tenta di salvare bellezza e poesia…
«È il compito fondamentale di un artista. Anche se oggi è difficilissimo. Un tempo gli artisti venivano sepolti fuori dalle mura della città. Oggi non è molto diverso: siamo messi ai margini. E molti colleghi, anche bravissimi, cedono alla paura. Offrono al pubblico ciò che il pubblico si aspetta. Un pittore dipinge un quadro: può piacere o no. Se l’obiettivo diventa il consenso, l’arte si svilisce».
Il protagonista del suo spettacolo è un giullare moderno. Chi sono oggi i veri giullari?
«Io mi definisco un giullare. Ma non come quello medievale che doveva far ridere il re per non essere giustiziato. Un vero giullare è libero. Penso a Gigi Proietti o a Lina Wertmüller, che rifiutò un Oscar pur di non tradire la propria visione. Oggi, siamo condizionati dal giudizio altrui».
Coinvolge il pubblico nella decisione finale: deve dimettersi o no?
«È lì che accade la magia. Questo spettacolo cambia ogni sera. Stesse battute, stessa struttura, ma pubblico diverso, energia diversa. È qualcosa di incredibile. Alla fine, chiedo: “Devo dimettermi da uomo?”. Qualcuno urla “Sì!”, e tutti ridono. Ma se io mi dimetto, devono farlo anche loro. Perché si sono riconosciuti in me».
Sergio Assisi, ha mai sentito davvero il bisogno di dimettersi?
«Continuamente. Ogni settimana. Il mio lavoro è diventato difficile. La televisione spettacolarizza il dolore. Io invece voglio offrire uno sguardo alternativo. Ogni volta che penso di smettere, accade qualcosa di “magico”. Una sincronicità. Un segno».
Qual è stato il segno più forte?
«Una madre mi consegnò un biglietto che custodisco gelosamente. Sua figlia era malata, non c’è più. Mi scrisse: “Lei l’ha fatta ridere fino alla fine. Rideva solo con lei, guardando Capri”. Se non è un segno questo…».
Se dovesse salvare tre qualità dell’essere umano?
«Ironia, leggerezza, umanità. Quando dico umanità intendo empatia. Capire che siamo cellule dello stesso organismo. In un corpo esistono cellule sane e cellule malate. Io salverei la consapevolezza di essere una cellula che lavora per il bene».
I sogni che difende ancora con ostinazione?
«La libertà. Totale. Nello spettacolo appaio in una gabbia, mezzo nudo. Nasciamo nudi, ma veniamo subito vestiti, incasellati. Io voglio restare nudo. Non permettere a nessuno di decidere quali abiti indossare per convenienza».
C’è uno spiritello che la incalza sul palco. È la coscienza, un critico interiore oppure la voce spietata del nostro tempo?
«È tutto: è il daimon greco. Noi sappiamo già cosa vogliamo, dove stiamo andando. Ma la paura ci spinge altrove. Abbiamo paura persino della felicità, perché è qualcosa di grande».
Nello spettacolo, parla di amore e poesia come rami che si protendono verso le stelle…
«Un concetto che attraversa i secoli: dai Greci e dai Latini fino ai filosofi moderni. Cosa significa “desiderare”? La parola deriva da “sidera” (stelle). Dove non c’è luce, dove non ci sono stelle, nasce il disastro (dis-astro, letteralmente “senza stelle”)».
Sergio Assisi, quali sono stati i rami più forti nella sua vita?
«Le persone che ho incontrato. Quelle che hanno cambiato la mia vita. Penso a Lina Wertmüller, per esempio: un genio, una donna libera, un esempio concreto di coraggio creativo. Ma penso anche alla mia famiglia, con tutti i suoi limiti. Alla mia città, a dove vengo. A tutto quello che ho passato. Devo ringraziare la mia vita per la vita che faccio. È un paradosso, ma è così. Non cambierei nulla, nonostante le ferite. Sono il prodotto del mio percorso. Tutti facciamo parte di tutto. Anche tu, in questo momento, parlando con me. Sembra che non succeda niente, ma è come l’effetto farfalla: qualcosa accade. Tu scrivi, qualcuno legge, qualcuno si ferma due minuti in più su una frase… e magari quella frase cambia qualcosa».
«Sì. I social sono una malformazione dell’essere umano. Hanno vantaggi enormi, ma tra trent’anni rischiamo di non avere più bisogno di pensare. E quando non hai bisogno di pensare, smetti di evolverti».
Dopo successi come Elisa di Rivombrosa 2, Il commissario Nardone, L’Allieva 3, cosa c’è nel futuro?
«I progetti sono mille. Sto lavorando a un nuovo spettacolo teatrale e a una terza commedia cinematografica dopo “Il mio regno per una farfalla”, che sta riscuotendo grande successo anche su Raiplay. Il 4 marzo uscirà la serie “Gloria” con Sabrina Ferilli e Massimo Ghini».
Cosa porterà con sé nei prossimi progetti di questo giullare contemporaneo?
«La voglia di ridere e far sorridere».
Sergio Assisi, cosa ama del teatro?
«Il teatro è uno scambio energetico istantaneo con il pubblico. È come quando hai voglia di un dolce: vai, compri un gelato e lo mangi subito. È una soddisfazione immediata. Il cinema, invece, è un tempo lungo. Giri oggi e magari rivedi il lavoro dopo due anni. E anche quando esce, non hai mai quell’impatto diretto, quella vibrazione che ti arriva addosso nello stesso momento in cui tu la stai generando. Certo, la gente ti scrive, ti ferma per strada, ma non è la stessa cosa».
Se dovesse scrivere oggi una lettera di dimissione all’umanità, quale sarebbe la prima riga?
«Mi dimetto da uomo perché non sono stato abbastanza forte, abbastanza coraggioso da far vedere agli altri che si poteva non dimettersi da uomini. Perché a un certo punto dobbiamo smettere di dare sempre la colpa agli altri per quello che accade. Se siamo tutti parte dello stesso organismo, se siamo tutti sulla stessa barca, allora siamo corresponsabili. Io ho smesso di dire “mi succedono le cose”. Certo, ci sono eventi fuori dal nostro controllo — ti cade un meteorite in testa e non è colpa tua — ma per tutto il resto dobbiamo assumerci la nostra parte. Dimettersi, allora, significherebbe riconoscere di non aver fatto abbastanza per restare umani. E questa, forse, è la provocazione più grande dello spettacolo: la responsabilità individuale come atto rivoluzionario».
Se alla fine dello spettacolo decidesse di non dimettersi… cosa l’avrebbe convinta a restare?
«Domanda difficile… Ti rispondo così: non so risponderti. Ed è una cosa buona. Il motivo è semplice: non mi sono ancora dimesso da uomo. Quindi, non ci ho pensato davvero».
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