Società

Metal detector nelle scuole, come negli USA e nel Regno unito. Favorevoli e contrari, il dibattito

La proposta di introdurre i metal detector davanti alle scuole torna a circolare dopo l’uccisione di un ragazzo a La Spezia. La misura, promossa dal ministro Valditara, ha riacceso posizioni diverse sul modo in cui le istituzioni dovrebbero affrontare il problema della violenza giovanile.

L’esperienza del Marie Curie di Ponticelli

All’istituto superiore Marie Curie, nell’area orientale di Napoli, i controlli magnetici non sono una novità. Due anni fa, dopo un confronto con la prefettura, l’istituto ha sperimentato i primi interventi con metal detector portatili. La dirigente Valeria Pirone ne sottolinea la necessità: “Se anche un solo studente rinuncia a portare un coltellino grazie a questa misura, allora ha un senso adottarla”. A suo avviso, l’episodio di La Spezia ha confermato quanto sia urgente intervenire.

Secondo Pirone, bastano due o tre controlli ogni anno. Dopo i primi momenti di diffidenza, spiega, gli studenti hanno cominciato ad accettarli. “All’inizio erano intimoriti, ora li vivono con più tranquillità. Si sentono protetti”. Un cambiamento che, per la dirigente, è stato possibile solo grazie al coinvolgimento delle forze dell’ordine, in grado di affiancare un’azione scolastica che da sola non bastava.

Il punto di vista di Don Patriciello

Don Maurizio Patriciello, parroco del Parco Verde e figura storica della lotta contro la camorra, ha dedicato la sua omelia alla morte di Youssef Abanoud. Anche lui si è espresso favorevolmente all’uso dei metal detector. “Va bene tutto ciò che può impedire l’ingresso delle armi a scuola”, ha detto, pur ribadendo che nessuno strumento può funzionare isolatamente.

Per Patriciello, il problema sta altrove: nella mancanza di figure adulte credibili. “I ragazzi hanno bisogno di esempi. Un padre che fuma non può limitarsi a dire al figlio che fumare fa male. Deve smettere”. Senza un contesto educativo coerente – sostiene – le iniziative di sicurezza finiscono per diventare misure temporanee, inefficaci nel lungo periodo.

Tipologie di metal detector e casi internazionali

I dispositivi utilizzati per i controlli antiviolenza nelle scuole si dividono in diverse categorie, che vanno oltre le semplici bacchette portatili e i varchi mobili. I metal detector si basano in genere su una tecnologia elettromagnetica: generano un campo che, quando attraversato da un oggetto metallico, viene perturbato e attiva un allarme visivo o sonoro. Le principali tipologie sono:

  • varchi a portale (walk‑through): strutture stazionarie simili a quelle degli aeroporti, in grado di analizzare rapidamente flussi consistenti di persone e indicare, in modelli multi‑zona, la posizione approssimativa del metallo sul corpo;
  • bacchette o scanner portatili (handheld): strumenti mobili usati dagli operatori per controlli mirati, spesso come verifica secondaria dopo il passaggio attraverso un varco;
  • sistemi avanzati che integrano sensori multipli o tecnologie smart per ridurre falsi allarmi e aumentare l’efficienza delle ispezioni.

Questi dispositivi possono individuare una vasta gamma di metalli ferrosi e non ferrosi, tra cui ferro, acciaio, alluminio e rame, e sono progettati sia per rilevare armi che altri oggetti metallici non autorizzati

Negli Stati Uniti e nel Regno Unito l’utilizzo dei metal detector è più consolidato, soprattutto in aree urbane considerate ad alto rischio. In molte scuole statunitensi sono presenti da anni varchi fissi e controlli regolari, spesso accompagnati da personale di sicurezza o agenti dedicati al campus, e in alcuni distretti l’uso è esteso anche a studenti, staff e visitatori ogni giorno.

Le perplessità dell’Unione degli Studenti

Dalle associazioni studentesche arrivano reazioni contrarie. Federica Corcione, dell’Unione degli Studenti, contesta l’approccio adottato dal Governo. A suo giudizio, l’introduzione di dispositivi di controllo all’interno delle scuole non fa che alimentare un clima repressivo: “Non si risolve il problema trasformando gli istituti in luoghi militarizzati”.

Corcione richiama l’attenzione su un piano più ampio: educazione, ascolto, supporto psicologico, contrasto alle disuguaglianze. Interventi che, secondo l’organizzazione, continuano a essere ignorati dalle politiche attuali.


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