Basilicata

Metadietro, lo spettacolo di Rezza e Mastrella arriva in Calabria

“Metadietro”: lo spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella arriva in Calabria. Doppio appuntamento al Politeama e al Tau, rispettivamente il 30 e 31 gennaio.


CATANZARO, COSENZA – Un ammiraglio vestito di blu elettrico tenta di salvare la propria nave mentre il suo unico marinaio, accecato da logiche di mercato e interessi individuali, guarda altrove. È da questa frattura insanabile che nasce “Metadietro”, l’ultimo lavoro di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, un’opera che si muove come un relitto lucido nel mare agitato del presente, confermando il duo come una delle esperienze più radicali e inclassificabili del teatro contemporaneo italiano.

Metadietro di Rezza e Mastrella arriva in Calabria: lo spettacolo andrà in scena al Politeama e al Teatro Auditorium Unical

“Metadietro” andrà in scena questa sera, 30 gennaio (ore 21), al Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro e domani 31 gennaio (ore 20.30) al Teatro Auditorium Unical di Rende, nell’ambito della rassegna L’Altro Teatro, curata da Gianluigi Fabiano. Due appuntamenti che segnano il ritorno in Calabria di Rezza e Mastrella, Leone d’Oro alla carriera, e che promettono non uno spettacolo da guardare, ma un’esperienza da attraversare.

«Mi piacerebbe venire più spesso in Calabria – esordisce Antonio Rezza nella nostra intervista-. A parte qualche festival, il rapporto con questa Regione è stato quasi sempre esclusivamente con l’Università della Calabria grazie a Gino Crisci e Fabio Vincenzi. Cosenza ci ha sempre accolto a braccia aperte dal 1998. Ora, mancavamo da un po’ di anni. A Catanzaro, invece, è la prima volta che veniamo grazie a Settimio Pisano che sta facendo un gran lavoro di innovazione».

In scena, Rezza è un ammiraglio solitario, visionario e ostinato: autoritario e disperato insieme, incarnazione di un’idea che non arretra. Accanto a lui, Daniele Cavaioli è presenza poetica e straniante, contraltare necessario: rappresenta un equipaggio ridotto all’osso, un corpo che obbedisce ad altre leggi e abita la scena come uno strumento vivo. Ostacolo e controcanto, la loro relazione non evolve, si consuma. Nessuno è colpevole, eppure nessuno si salva: la distanza tra i due personaggi non è narrativa ma ontologica, un diverso modo di stare al mondo che rende impossibile ogni approdo comune. La salvezza dell’altro non è una via di fuga per chi vive esclusivamente delle proprie idee.

Metadietro: il titolo gioca tra l’idea del “dietro” e una satira del Metaverso

“Metadietro” è un’esplosione di linguaggio e corpo, un’esperienza che rifiuta la linearità e costringe lo spettatore a una posizione attiva, scomoda, mai pacificata. Il titolo affonda le radici in una dinamica precisa della scena. Antonio Rezza lo chiarisce senza addolcire il colpo: «dietro a un personaggio c’è sempre qualcuno. Qualcuno che vive defilato, nascosto, subordinato». Allo stesso tempo, il termine diventa una beffa feroce al mito del Metaverso e alle ossessioni tecnologiche contemporanee. Una satira che denuncia come la nostra epoca confonda perizia con dipendenza, tecnica con rinuncia al pensiero. «L’intelligenza artificiale – precisa Rezza – rischia di generare una nuova ignoranza, un’umanità parassitaria che delega tutto». Non c’è speranza consolatoria: «Il futuro non è mai stato un luogo migliore. L’umanità si trascina in avanti senza direzione, e prima o poi questa pantomima potrebbe semplicemente finire».

Il tema dell’ammutinamento

All’interno di questa visione disillusa si innesta il tema dell’ammutinamento, che per Rezza non è solo auspicabile, ma necessario in ogni organismo sano. In “Metadietro” l’ammutinamento non coincide con una rivolta collettiva, bensì con un esilio più intimo e feroce: l’allontanamento progressivo dalla propria volontà. Non si migra come popoli, si emigra da sé stessi. E alla fine, come in una favola capovolta, vissero tutti “relitti e portenti”.

Il lavoro di Rezza e Mastrella mette in scena il disagio di essere umani affaticati, inadatti a seguire le accelerazioni della società, le sue leggi e i suoi mandanti. Un disagio che non viene spiegato ma vissuto, attraversato, incarnato. Il teatro, in questa prospettiva, resta uno degli ultimi spazi di libertà reale.

Rezza rivendica con forza l’indipendenza dal finanziamento istituzionale: «Il teatro è una delle poche discipline ancora autenticamente libere. Si può creare teatro in qualsiasi spazio; rispetto al cinema o alla televisione, esso offre possibilità inventive praticamente inesauribili. È importante che il teatro resti fuori da una sorta di “protezione ministeriale” che lo ingabbia, imponendo un’iper-produttività che non giova a nessuno. Io credo nelle menti libere: andare contro la gerarchia è possibile solo quando si è liberi, non finanziati dall’istituzione». Sacrificio, prove continue, urgenza espressiva: non c’è strategia, solo necessità di espressione. Se la parola esplode e si frammenta, il corpo diventa il vero centro gravitazionale dello spettacolo. La presenza di Daniele Cavaioli non è accessoria ma generativa: da un atteggiamento posturale, da un modo di stare nello spazio, nasce un’intera deriva creativa.

Una drammaturgia visiva e spaziale che lavora per stratificazioni

Accanto a questa furia verbale e concettuale, il lavoro di Flavia Mastrella agisce su un altro piano, altrettanto decisivo. Nella nostra intervista racconta una drammaturgia visiva e spaziale che lavora per stratificazioni, per immagini che non spiegano ma suggeriscono. Il teatro, nel loro lavoro, non si affida alla parola lineare: è fatto di corpi, gesti, silenzi, oggetti che si trasformano. «In scena un pentagono muta funzione e significato, aprendo continuamente nuove possibilità percettive», anticipa Flavia Mastrella. Il linguaggio è sintetico, il ritmo essenziale, la drammaturgia lascia ampi vuoti: è lì che lo spettatore è chiamato a entrare. Ciò che non si vede, ciò che resta latente, diventa materia narrativa. Ed è così che l’opera non si chiude sul palco, ma continua a vivere nella memoria di chi guarda.

Il disagio esistenziale

In “Metadietro” non esistono eroi, né figure salvifiche. Senza modelli di riferimento, la condizione umana appare nuda, priva di appigli. Il disagio esistenziale non viene trasformato in spettacolo, ma trasmesso, condiviso. Questo spettacolo non chiede adesione né conforto. Chiede libertà. «Libertà allo spettatore. Non vogliamo lanciare un messaggio. Al massimo, suscitare curiosità», conclude Flavia Mastrella. Una curiosità forse scomoda, quella scintilla inquieta che spinge a interrogarsi su cosa significhi oggi stare al mondo o «stare “dietro” rispetto a chi detta le regole dell’esistenza».


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