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Messthetics, James Brandon Lewis – Deface The Currency: L’estetica del dissenso :: Le Recensioni di OndaRock

Fra gli anni Ottanta e Novanta dello scorso millennio, i Fugazi furono fra i simboli più significativi di un modo di fare musica privo di compromessi, orientato all’estetica Diy, protagonisti di un genere che contribuirono a creare dal nulla, fissandone le coordinate stilistiche, il post-hardcore. Dopo che è stata per decenni snobbata da accademici e puristi con la puzza sotto il naso, chi avrebbe mai scommesso un dollaro sul fatto che la sezione ritmica dei Fugazi – Brandon Canty e Joe Lally – sarebbe divenuta centralissima nell’economia della scena avant-jazz degli anni Venti? Un cortocircuito imprevedibile, provocato dalla felice collisione avvenuta prima con il chitarrista Anthony Pirog (virtuoso improvvisatore con il quale Canty e Lally hanno dato vita ai Messthetics) e poi col sassofonista post-bop newyorkese James Brandon Lewis. I quattro musicisti rendono il dissenso la pietra angolare del proprio approccio, per il quale un appellativo come “crossover” sembra essere persino limitante, muovendosi fra anarchia sonora, audaci dissonanze e onestà intellettuale.

“Deface The Currency” è il secondo atto di sabotaggio compiuto ai danni dei generi precostituiti: post-hardcore, jazz, noise, funk, prog, fusion, post-rock, vengono sciolti nell’acido e ricomposti secondo una propria personale visione. Ad emergere – e questo era anche ciò che caratterizzava il suono dei Fugazi rispetto a quello di tante band coeve – è una naturale propensione per il groove: per farsene un’idea oggettiva, basta ascoltare la sequenza delle prime due tracce, “Deface The Currency” e “Gestations”, nelle quali ogni nota sembra rispondere all’esigenza di rifiutare etichette rassicuranti per trasmettere libertà creativa attraverso assalti sonori di rara efficacia.

“Clutch” rappresenta il cuore dell’album: una rincorsa continua fra sax e chitarra che ricorda i duelli fra Robert Fripp e Mel Collins ai tempi di “Starless“. Ci sono anche frangenti più atmosferici, incastonati fra le pieghe di “30 Years Of Knowing” e “Universal Security”, ma l’istinto è quello di sfregiare la melodia per consegnare qualcosa di davvero sfidante e sorprendente, in grado di dimostrare quanto il cuore di Washington Dc batta ancora forte, pur muovendosi su spartiti sempre più complessi.

26/02/2026




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