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Memoria romana: delazioni e delatori

“Nella sua modestia si considerava un grafomane. Invece era solo un delatore.” (Stanisław Jerzy Lec, 1909–1966, scrittore, poeta e aforista polacco)

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“Ogni delitto contro lo stato viene punito con estrema severità; tuttavia, se l’accusato dimostra durante il processo la sua innocenza, l’accusatore viene immediatamente condannato ad una morte infamante, mentre le sue terre e i suoi beni costituiranno una ricompensa quattro volte maggiore per la perdita di tempo, per il pericolo corso, per il rigore della prigione, per le spese di difesa sostenute dall’accusato. Se i beni del delatore sono insufficienti, supplirà la Corona. L’imperatore in persona gli conferirà in pubblico un segno della sua stima e la sua innocenza verrà proclamata dai banditori nei rioni della città.” (Jonathan Swift, 1667-1745, dal romanzo “I viaggi di Gulliver”)
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Parole

“Delazione”: nel Diritto, eminentemente nel Diritto Penale, il termine “delazione” indica una denuncia, eventualmente anche anonima, con la quale si porta a conoscenza dell’Autorità giudiziaria la commissione di un reato o di un altro illecito di cui vi sia stata consumazione o anche solo tentativo.

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“Delatore”: s. m. (f. delatrice) [dal lat. delator -oris, der. di delatus, part. pass. di deferre «riportare»]. – Chi per lucro, per vendetta personale, per servilismo verso chi comanda o per altri motivi, denuncia segretamente qualcuno presso un’autorità giudiziaria o politica, soprattutto qualora eserciti abitualmente tale attività: è stato lui il d.!; fare il d.; certi d. ricoprono l’infamia sotto colore di zelo e di patria carità (Tommaseo). Anche, con significato più generico, chi rivela a un superiore colpe altrui o il nome del colpevole. (Vocabolario Treccani della Lingua Italiana, Edizione 2003)   

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In Italia, durante il fascismo, tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta, la pratica della delazione piantò le sue radici nella società, penetrando nell’area del dissenso clandestino, degli ambiti apolitici e finanche nei settori schiettamente fascisti. Venivano considerati delatori coloro che, sperando di poter ottenere condizioni favorevoli per loro stessi, facevano attività di spionaggio a favore del regime. Gli “spioni” si ritenevano (o comunque si autodefinivano nelle loro lettere, spesso anonime) buoni cittadini dell’Italia Littoria e collaboratori esemplari delle Autorità. Obiettivo preferenziale dei confidenti erano i “disfattisti”, i pacifisti, gli ebrei, gli antifascisti e gli ascoltatori di Radio Londra.

Durante i “600 giorni di Salò”, ovvero il tempo di vita della Repubblica Sociale Italiana, la delazione divenne uno strumento allo stesso tempo informativo e repressivo incentivato sia dai fascisti saloini che dai tedeschi occupanti e ricompensato con premi in denaro o in generi di conforto. Vediamo dunque di spendere qualche riga di parole per approfondire il punto.

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La storia dell’apparato spionistico e di delazione del regime fascista – iniziata con la cosiddetta “Ceka”, la Struttura segreta del primissimo fascismo guidata da Amerigo Dumini e responsabile dell’assassinio dell’Onorevole Socialista Giacomo Matteotti, messo in atto il 10 Giugno del 1924 – ha la sua svolta nel 1927. Dopo l’attentato  avvenuto a Bologna, il 31 Ottobre del 1926, ad opera del giovane quindicenne Anteo Zamboni, che morirà linciato dalle Camice Nere – il quarto tentativo – fallito – di attentare alla sua vita, Mussolini approva l’idea dell’allora Capo della Polizia Arturo Bocchini (1880-1940) di creare una Struttura poliziesca segreta, relativamente indipendente dagli altrri Apparati repressivi dello Stato monarchico-fascista.

E’ così che nasce l’“Ispettorato Speciale di Polizia” denominato “O.V.R.A.” (“Opera Vigilanza Repressione Antifascista”). Una Organizzazione repressiva capillare – diretta da Bocchini per il periodo 1926-1938 e poi da Guido Leto (1895-1956) dal 1938 al 1945 – che si servirà sia di Agenti in pianta stabile che di informatori e delatori di ogni ceto sociale e categoria e che diventerà un vero flagello, non solo per gli antifascisti dichiarati (sia in Italia che all’estero), ma anche per l’intera popolazione italiana. (*)

Bastava, infatti, un sospetto, una frase sfuggita incautamente, un commento malizioso e finanche una barzelletta sul duce o sul regime – oltre naturalmente alla vera e propria attività antifascista – per finire nelle mani dell’O.V.R.A., essere arrestati e deferiti al Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato e spediti in galera, al confino di Polizia o – nei casi più gavi – condannatoi a morte.

Alla fine della guerra i nominativi dei “confidenti” della Struttura poliziesca fascista saranno pubblicati su di un Numero Speciale della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, il “Supplemento Ordinario” N. 145, del 2 Luglio 1946, intitolato: “Elenco nominativo dei confidenti dell’O.V.R.A., pubblicato ai sensi e per gli effetti dell’Art. 1 del Regio Decreto Legislativo 25 Maggio 1945, N. 424”.

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La pena di morte e il fascismo

Il fascismo in Italia ha reintrodotto la pena di morte nel 1926, dopo che era stata abolita nel 1889, per punire reati politici e contro lo Stato, estendendola poi a vari crimini comuni con il Codice Rocco del 1930; dopo la caduta del regime, è stata mantenuta temporaneamente solo per reati fascisti e di collaborazionismo, per poi essere definitivamente abolita per tutti i reati comuni con la Costituzione del 1948, sebbene l’ultima esecuzione di una condanna a morte per reati comuni risalga al 1947.

Nel periodo della sua attività, prima durante il ventennio e poi negli anni della Repubblica Sociale Italiana, il Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato comminò un totale di 42 condanne a morte, di cui 31 furono effettivamente eseguite, tra il 1927 e il 1943, con un’alta percentuale (26 su 31) rivolta a minoranze slave.

Spie e delatori

Sebbene indebolito dalla sorti della guerra e completamente agli ordini dei tedeschi, che l’8 Settembre del 1943, con l’Operazione “ACSE”, avevano occupato L’Italia – il rinato fascismo della Repubblica Sociale Italiana non perderà l’abitudine di servirsi di spie e delatori per la sua opera di repressione violenta dell’antifascismo e del Movimento Partigiano, ma anche per la cattura e la consegna ai tedeschi degli ebrei da deportatare nei Lager di Austria, Germania e Polonia.

In questo loro agire, i repubblichini erano validamente coadiuvati dagli Organismi polizieschi germanici (SSGestapo ed SD, il Servizio di Sicurezza delle SS) che, anch’essi, utilizzeranno spie delatori e da questi riceveranno informazioni preziose sui nascondigli di ebrei, renitenti alla leva ed al Servizio del Lavoro, militari alleati fuggiti dalla prigionia e partigiani; nonché sulle Strutture clandestine del Movimento di Resistenza.

Fonti della delazione saranno persone, le più diverse, che lo faranno per denaro (un uomo ebreo valeva 5.000 lire; una donna 3.000 ed un bambino 1.500), per interesse personale (molti furono i casi in cui alcuini furono denunciati affichè il denunciante si impadronisae della sua casa o della sua attivitàò commerciale) per vendetta personale o gelosia nei confronti dei denunciati. Pochi saranno quelli che agiranno per convinzione politica. Nelle file dei delatori “militeranno” anche ex esponenti antifascisti e partigiani che – una volta catturati – per le torture subite, per la paura di essere uccisi o anche solo per vigliaccheria – venderanno ai nazifascisti diversi loro ex compagni di lotta.

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Anche nella Roma occupata l’attività di spie delatori fu elevata. E’ noto alla Storia, ad esempio, il nominativo del delatore responsabile della cattura del Colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo e del suo amico e compagno di lotta, il Diplomatico Filippo De Grenet, Si trattò di un noto esponente della Resistenza, di fede monarchica, catturato dai tedeschi e altri come lui se ne trovano indicati lungo lo svolfersi dei 271 giorni di occupazione nazifascista di Roma. Il suo nome era Enzo Servaggi, esponente monarchico e Direttore del Giornale “Italia Nuova”. Selvaggi, catturato fu interrogato dalle SS per quattro ore e ottenne la libertà rivelando che il giorno successivo Montezemolo si sarebbe recato a pranzo da De Grenet e permettendo così la cattura di entrambi che dopo un transito di 60 giorni nel Carcere tedesco di Via Tasso, dove saranno torturati senza che abbiano tradito i loro compagni di lotta – saranno fucilati alle Cave Ardeatine, il 24 Marzo del 1944.

Saranno catturati sempre per delazione Don Pietro Pappagallo, il prete Partigiano anche lui ucciso alle “Cave Ardeatine”, tradito dalla spia fascista Gino Crescentini; il Professor Mariano Buratti  animatore della Resistenza nel viterbese, catturato a Ponte Milvio, a Roma, mentre usciva da una riunione clandestina, tradito da Mario Pistolini, amnche lui partecipante a quella riunione. Anche il Vice Brigadiere dei Carabinieri Reali Angelo Ioppi fu catturato dalle SS per il tradimento di un italiano spia dei nazisti e passò 90 giorni a Via Tasso ,essendo stato torturato orribilmente, senza che avvesse proifferito una parola che potesse tradire i suoi compagni. Ancora, anche i due Ufficiali dei Reali Carabinieri che, il 25 Luglio del ’43, avevano arrestato Mussolini: il Capitano Giovanni Frignani e il Tenenete Colonnello Raffaele Aversa vennero catturati per una delezione e finirono alle c ave Ardeatine. I tedeschi e i fascisti non perdoneranno loro di essere Carabinieri (e dunque di avere giurato fedeltà al re e non al fascismo) e di avere arrestato il duce, su ordine di Vittorio Emanuele III. JoppiFrignani e Aversa saranno tutti decorati di Medaglia D’Oro al Valor Militare, i due Ufficlai alla Memoria.

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Lo Storico Mimmo Franzinelli, in un suo documentato Lavoro sull’argomento, basato su fonti d’Archivio e testimonianze dirette (“Delatori. Spie e confidenti anonimi: l’arma segreta del regime fascista”, Feltrinelli, 2012), ricostruisce dettagliatamente molte storie di delatoridelatrici spie dei nazifascisti, tra le quali quella di Celeste Di Porto (la “Stella di Piazza Giudia”), che fece deportare numerosi suoi correligionari, compresi alcuni componenti della sua stessa famiglia, e quella di Guglielmo Blasi, ex gappista comunista che – catturato dai tedeschimentre rubava in una casa e consegnato agli uomini di Pietro Koch – fece catturare il Professor Pilo Albertelli, esponente importante del Partito d’Azione, ucciso poi alle “Cave Ardeatine” e numerosi altri suoi ex compagni comunisti, tra i quali Carlo Salinari (Spartaco), il gappista che aveva comandato l’azione partigiana di Via Rasella, insieme a Franco Calamandrei, Raul Falcioni, Duilio Grigioni, Luigi Pintor e Silvio Serra.

Anche la giovane studiosa Fiammetta Cirilli – in un intervento scritto facente parte di un Volume collettivo sull’occupazione nazifascista di Roma, pubblicato, nel 2009 dall’Istituto Romano per la Storia d’Italia dal Fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) – esamina la questione della delazione nei nove mesi di occupazione della città e lo fa partendo, stavolta, dallo studio dei documenti relativi ai Processi per collaborazionismo che si svolsero alla fine della guerra.

Il quadro che ne esce è quello di un folto sottobosco di collaborazionisti delatori, alcuni noti, altri insospettabili, che si posero, nella maggior parte dei casi anonimamente, al servizio del fascismo repubblichino e degli occupanti tedeschi per ragioni che, nella quasi totalità dei casi esaminati, poco o nuilla avevano a che fare con il riscatto dell’Italia, “tradita” dal “colpo di Stato” monarchico del 25 Luglio ‘43 e dall’armistizio “badogliano” dell’8 Settembre di quello stesso anno.

Molti di questi confidenti e delatori anonimi, una volta denunciati e processati alla fine del conflitto, pagarono per le loro azioni con pochissimi anni di carcere e, nella stragrande maggioranza, godettero dei benefici del Provvedimento di Amnistia, applicato loro in virtù di quanto disposto dal Decreto Presidenziale N. 4, promulgato il 22 Giugno 1946 dal Governo italiano e sicuramente più noto come “Amnistia Togliatti”. Amnistia proposta e firmata dal capo del Partito Comunista Italiano, nominato Guardasigill nel Governo allora in carica, guidato da Alcide De Gasperi incarico che l’importante esponente comunista ricoprì, inintterottamente, per due Governi De Gasperi dal 10 Dicembre 1945, al 13 Luglio 1946.

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(*) Va ricordato che il nipote di Guido Leto, il regista Marco Leto, girerà nel 1973, il Film intitolato “La Villeggiatura”, incentrato sulla permanenza al confino di un esponente antifascista. Il titolo del Film rimanda l,a famosa affermazioni di Mussolini che aveva sostenuto di mandare i confinati politici “in villeggiatura”.

Il termine era, in verità, molto in uso nella propaganda fascista. Significativa, ad esempio, la sua utilizzazione in un Documento di polizia del 1927 riguardante la Colonia Penale di Ustica, dove stavano avvenendo le prime prove di “regia” confinaria del regime fascista. Si tratta di una Relazione della Direzione Colonia Confinati Politici di Ustica, del 22 Agosto 1927, inviata al Questore di Palermo sulla situazione della Colonia e nella quale il nuovo Direttore, Buemi, informava che i confinati politici «facevano ognuno il proprio comodo», al punto che «parecchi dei più facinorosi si vantavano apertamente di trovarsi in un luogo di villeggiatura e non di confino». Per il «buon andamento della colonia» Buemi faceva varie richieste come una maggiore dotazione di uomini e mezzi, e maggiori misure restrittive e di controllo-

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