Politica

Meloni trionfa a Pulp Podcast, Fedez e Marra restano in ombra: le tre ragioni di una mossa vincente

L’intervista andata in onda oggi, giovedì 19 marzo alle ore 13:00, sul canale YouTube di Pulp Podcast, il format condotto da Francesco Marra e Fedez, rappresenta un momento potenzialmente storico per la comunicazione politica italiana. Per la prima volta una presidente del Consiglio in carica ha scelto di presentarsi in un contesto digitale informale rivolto prevalentemente a un pubblico giovane, bypassando i classici salotti televisivi dove i leader politici italiani si sentono storicamente più al sicuro.

La mossa era strategicamente corretta ancor prima che l’intervista iniziasse e lo era per tre ragioni precise.

La prima è la presenza sul campo, perché Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno tutti declinato l’invito di Pulp Podcast. Presentarsi mentre i tuoi avversari si nascondono è già di per sé una vittoria comunicativa, indipendentemente da quello che dici una volta che sei lì. La seconda è il pubblico, dato che Pulp Podcast raggiunge una fascia demografica (giovani tra 18 e 35 anni) storicamente poco presidiata dalla destra italiana e tradizionalmente più vicina all’area progressista. Andarci significa tentare un’incursione in territorio non amico, che è esattamente la mossa più difficile e più premiante nella comunicazione politica moderna.

A questo aggiungerei il contesto, appunto un formato informale (scusate la ripetizione) senza il classico filtro del giornalismo televisivo tradizionale che permette a un politico di mostrarsi in modo più umano. E Meloni ha sfruttato questa opportunità con una certa abilità. È apparsa critica verso Trump su alcuni temi, cosa che magari ha sorpreso molti, ha gestito con autoironia un paio di problemi tecnici lasciati furbescamente nel montaggio finale e ha persino mostrato imbarazzo quando Marra e Fedez le hanno dato del lei, un momento di parità conversazionale che difficilmente sarebbe emersa in una tradizionale intervista televisiva.

Il risultato si legge nei commenti sotto il video su YouTube dove ricorre con una certa frequenza una formula rivelatrice: “Non ho mai votato la Meloni, ma…”. Sono quegli utenti che ammettono di essersi ricreduti su qualcosa, di aver scoperto una sfumatura che non si aspettavano. Non è detto che si traducano in voti ma rappresentano esattamente il pubblico che la premier voleva raggiungere con questa apparizione.

Detto questo, l’intervista ha anche evidenziato i limiti strutturali del formato e, con tutto il rispetto, delle due figure che la conducevano. Il problema principale non era l’emozione visibile di Marra e Fedez nel trovarsi di fronte alla presidente del Consiglio. Quella è umanità e in un certo senso avvicina i conduttori al pubblico che li guarda. Il problema era la quasi totale assenza di domande di follow-up. Il meccanismo si ripeteva identico come nelle conferenze stampa da tappeto rosso. Domanda, risposta della premier, domanda successiva, fine. Senza contraddittorio, senza la pressione necessaria a far emergere qualcosa di nuovo rispetto a quanto Meloni non avesse già dichiarato in altri contesti.

Solo durante il confronto sulla giustizia ci sono state un paio di sfiammate di Marra, per il resto poco dibattito (un’intervista senza follow-up diventa una serie di assist più che un vero confronto, ma tant’è).

Il momento più emblematico in questo senso è stata la prima domanda di Fedez sul referendum per la separazione delle carriere in magistratura, dove il cantante ha chiesto alla premier se “quello sulla giustizia stia diventando un referendum contro il governo”. Chi si occupa di comunicazione riconosce immediatamente la struttura di una framing question, una domanda cornice che non è neutrale, ma inserisce già una chiave interpretativa nella mente di chi ascolta.

In questo caso specifico offriva alla premier la possibilità di presentarsi come bersaglio di un attacco politico anziché dover difendere nel merito una riforma controversa. Un regalo involontario, chissà, ma pur sempre un regalo.

Fedez ha sofferto per tutta la durata dell’intervista di una posizione scomoda. L’intervista esiste grazie alla sua rete di contatti e alla sua visibilità, eppure il dialogo si è sviluppato quasi interamente tra Marra e Meloni, con lui in un ruolo marginale. Al netto dell’introduzione iniziale, abbastanza focalizzata sui traguardi del podcast, Fedez è rimasto sullo sfondo per la maggior parte del tempo, faticando a trovare il modo di aggiungere valore a uno scambio che lo vedeva chiaramente a disagio. Sembrava un ospite a casa sua, detta brutalmente.

Marra ha mostrato più mordente, soprattutto nella parte dedicata alla giustizia, ma anche lui ha mancato le occasioni più importanti per trasformare una chiacchierata in un’intervista vera. Ha soprattutto annuito per tutti i primi 20 minuti sulle risposte di geopolitica della Meloni, dimostrando forse un imbarazzo iniziale mitigato da un tic, appunto quello di sostenere col corpo ogni risposta della Premier.

Tutto questo non toglie nulla al valore complessivo dell’operazione che rimane significativo indipendentemente da come la si voglia leggere politicamente. Stiamo forse assistendo al momento in cui il digitale supera definitivamente la televisione in Italia come canale prioritario per determinare l’agenda politica dei cittadini. Negli Stati Uniti questo passaggio è avvenuto nel 2024 con Trump e la sua massiccia presenza ai podcast (Joe Rogan, Theo Von, i Nelk Boys etc). In Italia potrebbe essere questa intervista a segnare lo stesso punto di svolta.

Chi vincerà il referendum sulla separazione delle carriere è una questione che si deciderà alle urne. Chi ha già vinto la partita comunicativa di questa settimana è invece abbastanza chiaro.


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