Lazio

Meloni contro la palude. Un grumo di vecchi poteri spera di impantanare l’Italia – Il Tempo


Foto: Lapresse

Daniele Capezzone

Dovreste vederli gli animaloni di palude, la fauna anfibia che popola il chilometro quadrato che circonda – per capirci – Piazza Montecitorio. Mi riferisco a capi di gabinetto (inclusi alcuni dell’attuale governo…), funzionari immarcescibili, vecchie e nuove leve del deep state italiano. Dovreste guardarli ai tavolini di un caffè o nei corridoi dei palazzi: da settimane ridacchiano, si scambiano sguardi complici, si danno di gomito, pregustano un’agognata (da loro) vittoria del No. E già sognano: un governo indebolito, una raffichetta di inchieste giudiziarie, i veleni di qualche dossier, insomma un calvario per l’esecutivo da martedì prossimo fino alla primavera del 2027. Direte voi: e certo, sono tutti o quasi di sinistra e sperano in un governo “amico”. E invece no: quello, lo sanno pure loro, è un obiettivo troppo difficile da centrare. L’anno prossimo è più alla portata – si dicono – un risultato elettorale confuso, senza un chiaro vincitore. Ecco, quello è il loro esito ideale: un pareggio, un inizio di legislatura bloccato, gli elettori rimessi a posto (cioè anestetizzati), e un governo tecno-qualche cosa, dí garanzia (non si sa per chi), di responsabilità (verso nessuno).

 

 

Di tutta evidenza, Giorgia Meloni rappresenta (oggi e domani) l’unico ostacolo, o almeno il più consistente, rispetto alla realizzazione di questo ritorno alla palude. Perciò la detestano: magistrati associati, ciambellani delle alte burocrazie, anguilloni di un potere eterno e sfuggente. E per molti versi è miracoloso non solo che Giorgia e i suoi alleati abbiano vinto nel ‘22, ma che siano ancora lì, e con livelli tutto sommato elevati di consenso. Il consenso, appunto. Era già successo a Silvio Berlusconi di avere una sola tutela, un solo bene, un solo asset: e cioè il sostegno di una maggioranza di elettori. Il resto era ed è tutto selvaggiamente contro: giornali, tv (perfino molti programmi dei suoi canali), sindacati, ovviamente toghe. Questa stessa “coalition” di umori e di poteri si è oggi raggrumata contro Giorgia.

 

 

Per capirlo basta accendere la tv, come qui scriviamo da mesi: tranne eccezioni più rare di un quadrifoglio, ovunque regna il “tre contro uno”, e l’uso di qualsiasi tema (da Donald Trump a quello che capita) per allestire chiassate contro il governo. Governo che – diciamocelo – ha avuto alcuni torti. Ha sottovalutato questa emergenza televisiva; forse si è illuso che fosse possibile non combattere sul referendum una battaglia all’ultimo sangue; e si è ritrovato in squadra qualche kamikaze palesemente non consapevole della rilevanza della posta in gioco, come testimoniano le gaffes e gli infortuni che hanno accompagnato queste ultime settimane. Comunque vada, sono nodi che andranno affrontati. Ma intanto occorre votare, e il mio caldo consiglio è di votare Sì e di tentare di convincere gli amici incerti fino all’ultimo istante utile. Per vincere basta poco, e con una buona partecipazione il risultato può essere centrato. E però occorre saperlo: in entrambi i casi (vittoria del Sì oppure del No), la palude è e sarà sempre più insidiosa. Prepariamoci bene.

 


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