Friuli Venezia Giulia

Medio Oriente: pezzi in caduta

28.03.2026 – 19.35 – Premessa – L’attacco americano–israeliano contro l’Iran continua senza interruzioni. In particolare: Il 27 marzo, l’Ucraina e l’Arabia Saudita hanno concluso un accordo di cooperazione in materia di difesa. L’ufficio presidenziale ucraino ha riferito che, in base all’accordo, l’Ucraina fornirà assistenza all’Arabia Saudita nel settore della difesa aerea. L’accordo delinea inoltre le basi per ulteriori contatti e include la cooperazione tecnologica e gli investimenti. La forza congiunta ha continuato a ostacolare la capacità dell’Iran di lanciare attacchi missilistici, anche bloccando i tentativi iraniani di riprendere l’accesso ai lanciatori di missili nelle basi sotterranee. Il 27 marzo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno colpito infrastrutture militari iraniane, inclusi siti coinvolti nella produzione di plutonio e nel ciclo del combustibile nucleare. Le IDF hanno colpito l’impianto di produzione di acqua pesante di Arak, nella provincia di Markazi, dopo ripetuti tentativi iraniani di ripristinare il sito a seguito degli attacchi delle IDF durante la guerra israelo-iraniana del giugno 2025. Le IDF hanno inoltre colpito l’impianto di produzione di yellowcake di Ardakan, nella provincia di Yazd.

Il 28 marzo, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno confermato il lancio di un missile dallo Yemen verso il territorio israeliano, confermando in tal modo il coinvolgimento nel conflitto delle forze Houthi, come noto sostenute da Teheran.
Rapporti completi nel link in descrizione.

Oggi concentreremo la nostra attenzione su quattro tematiche, oggetto di particolare attenzione da parte degli analisti internazionali di settore:

  • il coinvolgimento delle forze yemenite nel conflitto, attraverso la lettura di comunicazioni ufficiali yemenite, il pensiero politico di esponenti di Hezbollah e un’attenta analisi del Royal Institute of International Affairs britannico;
  • uno sguardo ai territori palestinesi, attraverso l’annuncio di Hamas di rifiutare il piano dell’ex inviato delle Nazioni Unite e le criticità della deradicalizzazione a Gaza;
  • da Gaza all’Iran: il silenzio degli arabi e dei musulmani, attraverso l’analisi di un giornalista palestinese e le dichiarazioni ufficiali dei paesi arabi del Golfo;
  • il dilemma: continuare la guerra o avviare i negoziati con l’Iran, con il parere di un attivista filopalestinese sudafricano e di un analista di Shalom.

Dare la voce a tutti, senza esclusione di nessuno.
Conoscere per comprendere.

1 – La decisione yemenita di entrare nel conflitto
L’intervento yemenita nel conflitto era nell’aria. Dopo discussioni in seno alle forze politiche di Sana’a, le forze yemenite hanno deciso di attaccare Israele, entrando ufficialmente al fianco di Teheran. Le conseguenze per il già martoriato Yemen si profilano pessime. Molto probabilmente assisteremo a dure risposte israeliane e statunitensi, atteso che entrambi non possono consentire un’ennesima crisi nello stretto di Bab el-Mandeb, corridoio marittimo strategico tra lo Yemen e Gibuti/Eritrea, che collega il Mar Rosso al Golfo di Aden e all’Oceano Indiano.
Le forze armate sottolineano la necessità di una cessazione immediata dell’aggressione contro i paesi musulmani e della fine del blocco dello Yemen.

[Ven 27 marzo 2026 23:47]“Sulla base della nostra responsabilità religiosa e morale, e di fronte alla brutale aggressione perpetrata dal nemico americano e israeliano, che prende di mira la Repubblica Islamica dell’Iran, l’asse del Jihad e della Resistenza e l’intera nostra nazione islamica, per stabilire ciò che viene chiamato “Grande Israele”, con il pretesto di “cambiare il Medio Oriente”.
E nel quadro del legittimo diritto della nostra nazione di contrastare il piano sionista e i suoi attuatori – America e Israele – e nell’affermazione dell’importanza della cooperazione tra i popoli e le nazioni della regione nell’assumere una giusta posizione contro l’aggressione americano-israeliana e contro il piano sionista, e nel tentativo di infliggere loro una grave sconfitta.
E sulla base della posizione di principio del popolo islamico yemenita contro qualsiasi aggressione americano-israeliana contro qualsiasi paese musulmano.
E alla luce della continua aggressione contro Iran, Palestina, Gaza, Iraq e Libano, nell’attuazione del piano sionista, che minaccia l’intera nazione.
Le Forze Armate yemenite, impegnate per la stabilità e la sicurezza della regione e per la cessazione dell’aggressione, affermano quanto segue:

Primo:
la necessità che il nemico americano e israeliano risponda immediatamente agli sforzi diplomatici internazionali per fermare l’aggressione contro l’Iran e i paesi dell’Asse, poiché si tratta di un’aggressione ingiusta che nuoce alla stabilità e sicurezza globale e regionale e danneggia l’economia globale.

Secondo:
la necessità di una cessazione immediata dell’aggressione contro i paesi musulmani di Palestina, Libano, Iran e Iraq e la revoca dell’assedio allo Yemen.

Terzo:
la necessità di attuare l’Accordo di Gaza e di adempiere agli obblighi in materia di diritti umanitari e diritti del popolo palestinese.

Quarto:
affermiamo di essere pronti a intervenire militarmente in uno qualsiasi dei seguenti casi:
• l’adesione a qualsiasi altra alleanza con l’America e Israele contro l’Iran e l’Asse della Jihad e della Resistenza.

L’utilizzo del Mar Rosso per condurre operazioni ostili da parte di America e Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran e contro qualsiasi paese musulmano, cosa che non permetteremo.
• La continuazione dell’escalation contro la Repubblica Islamica e l’Asse del Jihad e della Resistenza, come dettato dal teatro delle operazioni militari.

Quinto:
Le Forze Armate Yemenite mettono in guardia contro qualsiasi misura ingiusta volta a stringere l’assedio al popolo yemenita.

In conclusione:
Affermiamo che le nostre operazioni militari prendono di mira esclusivamente il nemico israeliano e americano per contrastare il piano sionista e non sono dirette contro alcun popolo musulmano.

Le forze armate conducono la loro prima operazione contro obiettivi militari israeliani sensibili nella Palestina meridionale occupata.
“In attuazione di quanto affermato nell’ultimo comunicato delle Forze Armate yemenite riguardo all’intervento militare diretto a sostegno della Repubblica Islamica dell’Iran e dei fronti di resistenza in Libano, Iraq e Palestina, e in considerazione della continua escalation militare, degli attacchi alle infrastrutture e dei crimini e massacri perpetrati contro i nostri fratelli in Libano, Iran, Iraq e Palestina, le Forze Armate yemenite, con l’aiuto di Allah Onnipotente, hanno condotto la prima operazione militare con un lancio di missili balistici contro siti militari israeliani sensibili nella Palestina meridionale occupata.

Questa operazione ha coinciso con le eroiche operazioni condotte dai nostri fratelli mujahidin in Iran e da Hezbollah in Libano. L’operazione ha raggiunto con successo i suoi obiettivi.
Le nostre operazioni, con l’aiuto di Allah, continueranno fino al raggiungimento degli obiettivi dichiarati e fino a quando non cesserà l’aggressione contro tutti i fronti della resistenza.

Hezbollah: lo Yemen entra nel conflitto – un cambio di strategia verso l’”unità dei fronti”
L’annuncio delle forze armate yemenite del loro sostegno all’asse della resistenza, unitamente alla delineazione di un possibile ingresso in guerra, rappresenta uno sviluppo qualitativo legato al comportamento sia degli Stati Uniti sia di Israele, alla luce dell’escalation delle tensioni regionali e dell’ampliamento del conflitto.

L’annuncio giunge nel contesto di una valutazione yemenita secondo cui gli Stati Uniti e l’entità israeliana non rispetteranno quanto affermato nelle dichiarazioni politiche, spingendo Sana’a a prepararsi alla partecipazione diretta alle operazioni militari, vicina all’uso della forza armata e dei mezzi di combattimento.

Questa tendenza si inserisce in un cambiamento strategico nella struttura del conflitto, poiché l’asse della resistenza si è spostato dal concetto di “unità di arene” al concetto di “unità di fronti”, rendendo lo scontro interconnesso e intrecciato su più fronti.

3 – La dichiarazione yemenita
La dichiarazione rappresenta un primo passo con procedure e condizioni per l’effettivo ingresso in guerra, riflettendo un graduale passaggio da sostegno a azione diretta, alla luce dei preparativi integrati sul campo e a livello politico.

L’intervento dello Yemen complicherebbe la situazione per Stati Uniti e Israele, considerando il controllo di Sana’a sul Mar Rosso, Mar Arabico, Golfo di Aden e Stretto di Bab al-Mandab, conferendo influenza sulla navigazione militare e limitando il margine di manovra navale degli avversari.

Questo controllo estende anche gli effetti sulle rotte di approvvigionamento marittime, limitando i movimenti militari nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, con operazioni estese fino all’Oceano Indiano, rafforzando il collegamento dei fronti marittimi.

Secondo le stime, il cordone di pressione sulla navigazione militare potrebbe essere completato se lo Yemen venisse pienamente coinvolto nel teatro delle operazioni, aumentando l’impatto strategico del suo ingresso.

Il comunicato segna una nuova fase del conflitto, riflettendo un cambiamento qualitativo del ruolo dello Yemen, da interazione a iniziativa, con fronti sovrapposti e interessi regionali intrecciati.

L’iniziativa è trasferita alle forze armate yemenite, con punti di partenza definiti in relazione alla fase e alle sfide, nel quadro del confronto con il “nemico americano-sionista”, volto a rimodellare la regione secondo il progetto di “Grande Israele” e “Nuovo Medio Oriente”.

L’escalation riguarda Iran, Libano, Iraq e il mancato rispetto degli obblighi umanitari a Gaza, con l’obiettivo di smantellare i fronti dell’asse della resistenza.

Le forze armate yemenite sottolineano la necessità che Stati Uniti e Israele rispondano agli sforzi diplomatici, fermino l’aggressione contro Iran, Libano e Iraq e rispettino gli obblighi umanitari a Gaza, riflettendo unità e integrazione nella lotta.

La dichiarazione ribadisce il dovere della nazione islamica di contrastare il progetto nemico, con prontezza a un intervento militare diretto: “il dito è sul grilletto” in caso di escalation contro Iran e asse della resistenza, uso ostile del Mar Rosso, inasprimento dell’assedio allo Yemen o intensificazione delle operazioni militari nella regione.

Questa impostazione definisce nuove regole di ingaggio, collegando l’intervento a condizioni operative e aumentando flessibilità e capacità di adattamento alle possibili escalation.

Parallelamente, la scena regionale sta assistendo a una crescente escalation da parte degli Stati Uniti e dell’entità israeliana nei confronti dell’Iran, accompagnata da minacce di colpire infrastrutture energetiche e operazioni di sbarco a terra, oltre alla continua escalation in Libano, dove i ponti che collegano la regione di Litani al sud del paese sono stati presi di mira, nel contesto di tentativi militari sul campo.
L’aggressione contro l’Iraq continua, così come i crimini in corso a Gaza, rafforzando l’interconnessione e sovrapposizione dei fronti di scontro.

Alla luce di ciò, le forze armate yemenite ribadiscono la loro piena prontezza e il possesso di strumenti di deterrenza efficaci, soprattutto in campo missilistico e navale, data la consapevolezza da parte degli avversari dell’importanza del fronte yemenita e del suo impatto in questa fase delicata.
L’impatto di questa prontezza si estende alla dimensione geopolitica, poiché l’attivazione del fronte yemenita costituisce un importante elemento di pressione, sia per la posizione geografica sia per le capacità militari che Sana’a ha accumulato nel corso del tempo.

In conclusione, la dichiarazione yemenita riflette un nuovo posizionamento dello Yemen come attore centrale nell’equazione del conflitto, con un ruolo più influente nel plasmare le caratteristiche della prossima fase e nel contribuire alla definizione degli equilibri di deterrenza regionali, alla luce di un’escalation aperta che probabilmente diventerà più complessa e coinvolgerà fronti sovrapposti.

Implicazioni degli attacchi degli Houthi contro Israele
Farea Al-Muslimi, analista del Royal Institute of International Affairs (Chatham House), ha affermato che gli Houthi, il gruppo allineato con l’Iran nello Yemen, hanno lanciato un attacco missilistico contro Israele il 28 marzo, mirando a obiettivi militari israeliani. Le operazioni continueranno fino alla fine dell’aggressione su tutti i fronti.

La decisione degli Houthi di unirsi al conflitto mediorientale rappresenta una grave escalation, con rischi di allargamento di una guerra già instabile e significative implicazioni per la stabilità regionale, il commercio globale e le condizioni umanitarie, in particolare nello Yemen.

L’impatto sulle principali rotte marittime commerciali, in particolare nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab el-Mandab, è cruciale per il trasporto marittimo globale e l’approvvigionamento energetico. Qualsiasi interruzione prolungata farebbe aumentare i costi di trasporto, i prezzi del petrolio e aggraverebbe una fragile economia globale, rendendo vulnerabili le infrastrutture economiche e militari nel Golfo.

A differenza di Hezbollah, gli Houthi si erano astenuti nelle fasi iniziali del conflitto, ma il loro eventuale coinvolgimento era previsto. La strategia iraniana di attivare gruppi alleati in tutta la regione sembra dare risultati. Tuttavia, il sostegno pubblico in Yemen potrebbe rimanere limitato, rafforzando la percezione degli Houthi come estensione dell’influenza iraniana.

La fragile pace dello Yemen
Questa escalation rischia di compromettere gli sforzi di pace nello Yemen, già segnato da una crisi umanitaria devastante dal 2015, con insicurezza alimentare, sfollamento e accesso limitato a assistenza sanitaria.

Se gli Houthi estendessero le operazioni contro i paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), le conseguenze sarebbero ancora più gravi. Gli Houthi possono minacciare le infrastrutture saudite e le basi militari occidentali nel Golfo, con possibili attacchi che potrebbero provocare un ritorno a un conflitto su vasta scala, incluso un rinnovato scontro diretto tra Arabia Saudita e Houthi.

Una guerra di questo tipo sarebbe probabilmente più intensa, distruttiva e devastante dei precedenti scontri, con il rischio di riaccendere il conflitto tra Arabia Saudita e Houthi iniziato nel 2015 e interrotto nel 2022.

Territori palestinesi
Mentre infuria il conflitto contro l’Iran, la situazione a Gaza resta critica.
Hamas, pur schierandosi apertamente con Teheran, non sembra intenzionata a entrare direttamente nel conflitto. Gli scontri continuano, seppure con intensità ridotta rispetto ai mesi scorsi.

Merita evidenziare la presa di posizione di Hamas contro il Piano Mladenov proposto dall’ex rappresentante delle Nazioni Unite, e le difficoltà nella deradicalizzazione degli elementi estremisti a Gaza.
Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha respinto con fermezza le proposte dell’ex inviato delle Nazioni Unite, che collegano la fornitura di armi alla resistenza a Gaza ad accordi amministrativi e di sicurezza, tra cui il dispiegamento di forze internazionali e gli sforzi di ricostruzione.

Naim ha affermato che il piano è parziale a favore di Israele, contraddice accordi precedenti e violazioni del cessate il fuoco, e limita i diritti dei palestinesi.
Secondo Naim, le violazioni israeliane successive al cessate il fuoco hanno causato oltre 750 morti e circa 1.800 feriti, mentre l’accesso ai materiali per la ricostruzione rimane limitato e i valichi di frontiera in gran parte chiusi.

Un documento trapelato suggerisce un approccio graduale, collegando il disarmo al progresso umanitario, con un piano di governance transitoria basato su un’unica autorità e un quadro unico per gli armamenti.

Naim ha sostenuto che il piano impone obblighi significativi alle fazioni palestinesi senza garantire impegni reciproci, sollevando preoccupazioni riguardo a un possibile intervento internazionale a Gaza.
Queste dichiarazioni giungono mentre gli attacchi israeliani continuano a causare un elevatissimo numero di vittime, sfollamenti e distruzioni in tutto il territorio.

La deradicalizzazione a lungo termine a Gaza
Martin Sherman, noto analista israeliano con un passato nelle file dell’Intelligence di Gerusalemme, afferma che l’aspirazione alla deradicalizzazione di Gaza si rivelerà probabilmente un obiettivo irraggiungibile.

Uno dei miti più persistenti e perniciosi nel dibattito sulla soluzione pacifica alla violenza indotta dall’islam radicale a Gaza è la proposta “panacea” della deradicalizzazione degli elementi islamisti estremisti. Tuttavia, questo ragionamento solleva due domande cruciali: come si può raggiungere questo obiettivo e da chi?

Attenzione alle false analogie
Pur essendo vero che ideologie estremiste siano state neutralizzate nel passato, come in Germania e Giappone del secondo dopoguerra, non si possono estrapolare tali successi al caso dell’islam radicale moderno.
A differenza del passato, Gaza è adiacente a vaste aree a maggioranza musulmana in Egitto (Sinai) e altre regioni, che possono fungere da base per incitamento all’odio e operazioni sovversive.

Portata transfrontaliera della radicalizzazione
La vicinanza geografica non è l’unica differenza: la tecnologia moderna, con Internet, telefoni cellulari e social media, consente la diffusione di contenuti estremisti, esponendo ampie fasce della popolazione a sermoni sovversivi da parte di imam e mullah fanatici.
Anche se fossero avviate iniziative di deradicalizzazione nelle istituzioni educative e altri enti pubblici, queste verrebbero probabilmente contrastate e neutralizzate dai messaggi radicali trasmessi digitalmente, raggiungendo i cuori e le menti di un pubblico ricettivo.
L’attentato di Bondi Beach (2025) dimostra quanto l’influenza dei radicalizzatori sia immune ai confini nazionali e alla distanza geografica.

La deradicalizzazione richiederà decenni
Un altro fattore critico è il tempo necessario per sradicare l’ideologia estremista.
Mentre il Partito Nazista fu annientato in dodici anni, Hamas domina la scena politica palestinese dal 2006, dopo aver estromesso Fatah dalla Striscia di Gaza. Questo ha permesso a Hamas di instillare il proprio credo nelle generazioni più giovani, rendendo la deradicalizzazione un processo lungo, stimato in 20-25 anni, che comprende disarmo, ristrutturazione del sistema educativo e ricostruzione delle istituzioni civiche.

L’unica via pratica
Chi dovrebbe farsi carico del processo?
Se fosse Israele, occorrerebbe una presenza continua di almeno vent’anni, equivalendo di fatto a un’occupazione prolungata.
Se affidata a forze esterne, il problema è quale potenza straniera abbia la volontà e la tenacia necessarie, considerando la possibile percezione di intrusione e l’opposizione delle forze islamiste interne ed esterne.

La prospettiva della deradicalizzazione appare dunque una vana speranza, mentre l’unica soluzione concreta per Israele sarebbe governare direttamente Gaza, allontanando o controllando le fazioni palestinesi coinvolte.
Non si tratta di estremismo di destra radicale, ma di una analisi politica solida e ponderata.

https://www.jpost.com/opinion/article-891255
Il dilemma: cosa rivela davvero il silenzio assordante degli arabi e dei musulmani.
Vi propongo questa tematica perché rappresenta un costante quesito che mi viene posto nei miei incontri sulla crisi in Medio Oriente.
In merito, desidero proporvi alcune valutazioni diverse che, spero, possano fare emergere riflessioni e considerazioni utili alla comprensione di questa sensibile tematica, spesso oggetto di aspri dibattiti in seno alle diverse comunità arabe e musulmane in genere.

Dichiarazione congiunta di Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Qatar e Giordania sugli attacchi sfacciati dell’Iran.
26 marzo 2026 – Gli Emirati Arabi Uniti, lo Stato del Kuwait, il Regno del Bahrein, il Regno dell’Arabia Saudita, lo Stato del Qatar e il Regno Hascemita di Giordania rinnovano la loro più ferma condanna dei palesi attacchi iraniani, che costituiscono una flagrante violazione della loro sovranità, integrità territoriale, diritto internazionale, diritto internazionale umanitario e Carta delle Nazioni Unite, sia che siano perpetrati direttamente sia tramite i loro gruppi affiliati e le fazioni armate che sostengono nella regione.
Sottolineiamo, in particolare, gli attacchi perpetrati da fazioni armate fedeli all’Iran provenienti dalla Repubblica dell’Iraq contro diversi paesi della regione, nonché contro le loro strutture e infrastrutture. Tali atti costituiscono una violazione del diritto e delle convenzioni internazionali e una palese violazione della Risoluzione n. 2817 (2026) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che chiede esplicitamente all’Iran di cessare immediatamente e incondizionatamente qualsiasi attacco o minaccia contro gli stati confinanti, anche attraverso l’uso di gruppi per procura.
Pur apprezzando i nostri rapporti fraterni con la Repubblica dell’Iraq, esortiamo il governo iracheno ad adottare le misure necessarie per fermare immediatamente gli attacchi lanciati da fazioni, milizie e gruppi armati dal territorio iracheno verso i paesi limitrofi, al fine di preservare le relazioni fraterne ed evitare un’ulteriore escalation.
Riaffermiamo inoltre il nostro pieno e inalienabile diritto all’autodifesa contro questi attacchi criminali, conformemente all’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che garantisce il diritto degli Stati all’autodifesa, individualmente e collettivamente, in caso di aggressione, e il nostro diritto di adottare tutte le misure necessarie per salvaguardare la nostra sovranità, sicurezza e stabilità.
Condanniamo inoltre gli atti e le attività destabilizzanti che prendono di mira la sicurezza e la stabilità dei paesi della regione, pianificati da cellule dormienti fedeli all’Iran e da organizzazioni terroristiche legate a Hezbollah, e lodiamo le nostre coraggiose forze armate per aver contrastato questi attacchi, nonché la vigilanza delle nostre agenzie di sicurezza, che fungono da solido scudo e occhio vigile per preservare la sicurezza delle nostre nazioni e delle nostre vite, e il loro sincero e dedicato impegno nell’arrestare queste cellule di agenti e organizzazioni terroristiche e nello smascherare i loro piani malvagi.

https://www.wam.ae/en/article/bzecj10-joint-statement-uae-kuwait-bahrain-saudi-arabia
Dalla Palestina all’Iran: cosa rivela davvero il silenzio degli arabi e dei musulmani.
Ramzy Baroud, capo redattore di Palestine Chronicle, ci offre una chiave di lettura meritevole di grande attenzione informativa.
Egli afferma che: «Ho sempre trovato interessante, e a volte rivelatore, quando attivisti e intellettuali di lungo corso in Occidente, compresi coloro che si considerano profondamente impegnati per la Palestina, sollevano sempre lo stesso punto ricorrente: i governi arabi devono opporsi a Israele e agli Stati Uniti in segno di solidarietà con i loro fratelli in Palestina».
La discussione spesso si articola attorno a una domanda perplessa: perché gli arabi e i musulmani non fanno nulla per la Palestina?
Ciò che rende la situazione particolarmente sconcertante è che la domanda viene spesso posta da analisti e storici stimati, persone che dovrebbero riconoscere che il problema è ben più strutturale che sentimentale.
A prima vista, la domanda potrebbe non sembrare bizzarra. I palestinesi sono legati ai loro vicini da storia, geografia, demografia, religione, lingua, memoria collettiva e da un’esperienza condivisa di dominio occidentale e violenza coloniale israeliana.
Inoltre, i leader israeliani parlano apertamente in termini espansionistici e agiscono di conseguenza, sia in Palestina, in Libano, in Siria o altrove. Le persone che subiscono questa violenza sono spesso le stesse comunità autoctone della regione: arabi, musulmani e cristiani.
In effetti, le stesse istituzioni arabe e musulmane invocano costantemente la Palestina come causa centrale. I vertici arabi continuano a descrivere la Palestina come una questione fondamentale e l’opinione pubblica in tutta la regione rimane in larga parte concorde su questo punto.
Ad esempio, l’Arab Opinion Index 2024-25 ha rilevato che l’80% degli intervistati in 15 paesi arabi concordava sul fatto che «la causa palestinese è una causa araba collettiva», non esclusivamente palestinese. Lo stesso sondaggio ha rilevato che il 44% considerava Israele la maggiore minaccia alla sicurezza araba e il 21% indicava gli Stati Uniti, ben al di sopra dell’Iran, fermo al 6%.
Quindi sì, la questione della solidarietà araba e musulmana non nasce dal nulla. A livello di sentimento popolare, è del tutto razionale. Riflette un’intuizione morale e politica secondo cui la Palestina dovrebbe essere un punto di unità.
Ma ecco cosa tralascia questa argomentazione. Al di là delle aspettative sentimentali, molti governi arabi non sono attori neutrali in attesa di essere persuasi alla solidarietà. Sono già posizionati, strutturalmente e strategicamente, all’interno dell’ordine regionale guidato dagli Stati Uniti. Alcuni sono regimi clienti nel senso classico del termine. Altri sono talmente dipendenti dalla protezione, dalla convalida o dalla partnership militare americana che definirli «partner» non fa che nascondere la gerarchia intrinseca alla relazione.
Il problema, quindi, non è l’esitazione, bensì l’allineamento.
Il genocidio di Gaza ha offerto un esempio devastante di questa realtà. Mentre i palestinesi venivano affamati e bombardati, le risposte ufficiali arabe sono rimaste frammentate, caute e in gran parte subordinate alle priorità strategiche di Washington.
Alcuni governi hanno poi inasprito la loro retorica, ma le prime reazioni sono state profondamente rivelatrici. Il Bahrein, ad esempio, ha condannato pubblicamente la resistenza palestinese per il 7 ottobre, anziché, quantomeno, assumere una posizione proporzionata alla portata della violenza e del genocidio israeliano. L’Egitto, nel frattempo, ha lasciato circolare la narrazione secondo cui avrebbe avvertito Israele in anticipo di «qualcosa di grosso», una narrazione che ha spostato l’attenzione sulle azioni palestinesi piuttosto che sull’impunità israeliana.
Ancora più rivelatrice è stata la dimensione economica. Mentre le operazioni di Ansarallah nel Mar Rosso interrompevano l’accesso marittimo a Israele in segno di dichiarata solidarietà con Gaza, si è sviluppato un corridoio terrestre per trasportare merci via camion dai porti del Golfo fino alla Giordania e, infine, a Israele.
Qualunque linguaggio diplomatico i governi arabi utilizzassero nelle comunicazioni pubbliche, commerciali e logistiche, veniva silenziosamente adattato in modo da aiutare Israele ad assorbire la pressione e a mantenere la continuità.

Non si trattava di un’anomalia. Era continuità.
Per decenni, i principali regimi arabi sono stati profondamente coinvolti nel mantenimento della potenza militare americana nella regione. Le installazioni statunitensi in Kuwait, Qatar, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e altrove hanno a lungo rappresentato l’infrastruttura attraverso cui Washington proietta la propria forza in tutto il Medio Oriente. Queste basi sono ora la linfa vitale della guerra israelo-americana contro l’Iran.
Ecco perché la costante richiesta che i regimi arabi “sviluppino” una posizione più ferma sulla Palestina è, in definitiva, fuorviante. La loro posizione è già stata definita. In molti casi, ha assunto la forma di normalizzazione, coordinamento della sicurezza, ospitalità militare, agevolazioni logistiche e adattamento politico alle priorità statunitensi. L’azione è già stata intrapresa. Semplicemente, non è stata intrapresa a favore della Palestina.
Eppure, nonostante questa realtà, la domanda continua a ripresentarsi. Perché persiste?
Parte della risposta risiede nella convinzione, tuttora radicata, che la solidarietà araba e musulmana con la Palestina sia storicamente logica e politicamente difendibile.
Un altro aspetto risiede nel fatto che le ambizioni di Israele non si fermano alla Palestina. I leader e le istituzioni israeliane esprimono ripetutamente visioni che coinvolgono l’intera regione, sia attraverso una superiorità militare permanente, sia attraverso la frammentazione degli stati confinanti, sia attraverso la normalizzazione di una guerra senza fine.
Queste realtà rendono la questione emotivamente e strategicamente allettante, anche se, in definitiva, risulta fuori luogo quando è rivolta ai regimi anziché ai popoli.
C’è anche una ragione più profonda: il fallimento storico dell’Occidente. I governi occidentali sono strutturalmente schierati a favore di Israele, e molti intellettuali, attivisti e persone comuni sono giunti alla conclusione – a ragione – che se la giustizia non arriverà da Washington, Londra, Berlino o Parigi, allora sicuramente dovrà venire dal mondo arabo e musulmano. L’istinto è comprensibile, ma confonde l’opinione pubblica con i regimi.
Questa aspettativa errata rende l’attuale guerra contro l’Iran ancora più significativa.
La guerra contro l’Iran potrebbe davvero rappresentare un campanello d’allarme. Mentre l’offensiva congiunta israelo-americana contro Teheran sta vacillando, nelle capitali arabe potrebbero emergere nuove consapevolezze: né WashingtonIsraele possono, in ultima analisi, garantire la sopravvivenza del regime o la stabilità regionale.
A livello della gente comune, la guerra ha generato anche un familiare senso di orgoglio per la resistenza, non dissimile da quello provato da molti durante la tenacia dimostrata a Gaza e in Libano. Ciò potrebbe ancora dare origine a nuovi dialoghi, forse persino a una nuova immaginazione politica collettiva.
Fino ad allora, faremmo meglio a comprendere i regimi arabi in base alle loro reali priorità, non alle nostre aspettative. Non stanno “tradendo” la Palestina in senso emotivo, perché la libertà palestinese, la sconfitta del sionismo e lo smantellamento del dominio imperiale non sono mai stati centrali nella loro agenda di governo.
Al contrario, la loro priorità assoluta è la preservazione dello status quo regionale, a qualunque costo umano. E se il mantenimento di quest’ordine richiede la lenta distruzione della Palestina, molti di loro hanno già dimostrato di essere disposti a pagarne il prezzo.

https://english.palinfo.com/opinion_articles/from-palestine-to-iran-what-arab-and-muslim-silence-really-reveals/
La guerra contro l’Iran fa parte di una più ampia guerra occidentale su fronti di resistenza interconnessi.
Firoz Osman, medico sudafricano, scrittore e attivista filo-palestinese, in un editoriale pubblicato dalla stampa di regime iraniana, ci consente di comprendere un altro punto di vista, decisamente poco noto.
Osman, in particolare, afferma che la guerra oggi non è confinata a un singolo campo di battaglia. Si combatte su molteplici fronti del più ampio mondo musulmano: Palestina, Libano, Siria, Sudan e ora Iran. Non si tratta di scontri isolati, bensì di teatri di conflitto interconnessi all’interno di una più ampia lotta geopolitica per il potere, le risorse e il predominio ideologico.
Per comprendere l’attuale escalation contro la Repubblica islamica dell’Iran, è necessario collocarla all’interno di un arco storico più ampio, definito da interventi, resistenza e contesa per la sovranità nel mondo musulmano.

1979: Il punto di svolta
La fase moderna del confronto con l’Iran è iniziata con la Rivoluzione islamica del 1979. La rivoluzione popolare rovesciò lo Scià, un monarca il cui potere era stato consolidato grazie all’intervento straniero. Nel 1953, un colpo di stato orchestrato dalla CIA depose il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadegh, dopo che questi aveva nazionalizzato l’industria petrolifera del paese, precedentemente dominata da interessi britannici.
Lo Scià, tornato al potere, governò attraverso la repressione imposta dalla SAVAK, un temuto apparato di polizia segreta noto per le torture diffuse e la brutalità. La resistenza a questo regime appoggiato dall’Occidente crebbe costantemente fino a culminare nella rivolta popolare e nella rivoluzione. L’11 febbraio 1979, la Repubblica islamica fu formalmente istituita, modificando radicalmente gli equilibri di potere regionali.

Iran e Palestina: ideologia e allineamento
La rivoluzione islamica del 1979 ha segnato immediatamente un cambiamento nelle priorità della politica estera iraniana.
Nel giro di pochi giorni, l’Iran ha consegnato l’ex ambasciata israeliana a Teheran all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Yasser Arafat è diventato il primo leader straniero a visitare l’Iran post-rivoluzionario, simboleggiando un nuovo allineamento strategico.
Nello stesso anno, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini proclamò la Giornata di Gerusalemme, una mobilitazione globale annuale che si tiene l’ultimo venerdì del Ramadan ed è dedicata alla liberazione di Gerusalemme.
La Giornata di Al-Quds è molto più di un semplice evento simbolico. Rappresenta un’occasione di mobilitazione politica, una riaffermazione dell’impegno ideologico e un’espressione globale di solidarietà. Collega le lotte locali a una visione più ampia di unità all’interno della Ummah musulmana.
Il sostegno incrollabile e irremovibile dell’Iran alla Palestina non è stato presentato come una scelta diplomatica facoltativa, bensì come un obbligo religioso e ideologico radicato nella difesa degli oppressi in tutto il mondo.

Perché la rivoluzione del 1979 minacciò l’Occidente
La rivoluzione islamica in Iran, guidata dall’Imam Khomeini, ha rappresentato più di un semplice cambio di regime. Ha sconvolto l’architettura dell’influenza occidentale nella regione.
Lo Scià era stato un alleato fondamentale, garantendo all’Occidente l’accesso alle risorse petrolifere, dinamiche regionali favorevoli agli interessi occidentali e un allineamento strategico con Israele.
Con la sua rimozione, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele hanno perso un pilastro fondamentale del loro ordine regionale.

Due imperativi strategici – il controllo delle risorse energetiche e la protezione di Israele – hanno a lungo plasmato la politica occidentale in Medio Oriente. L’emergere di una Repubblica islamica iraniana indipendente e ribelle ha messo in discussione entrambi.

Contenimento: sanzioni e isolamento
In risposta, l’Iran è stato sottoposto a continue pressioni economiche e politiche da parte dei paesi occidentali, guidati dagli Stati Uniti e dai loro alleati.
Per decenni, le sanzioni sono state utilizzate come strumento per indebolire la Repubblica islamica, limitarne l’influenza e minare il sostegno interno al suo modello rivoluzionario.
Questo schema si estende oltre l’Iran: qualsiasi Stato che sfidi le strutture globali dominanti rischia il strangolamento economico o lo scontro militare.

Palestina: assedio e resistenza
Mentre l’Iran subiva sanzioni, la Palestina sopportava l’apartheid e l’assedio.
Per quasi due decenni, Gaza è stata sottoposta a un blocco: la sua popolazione è stata confinata, sorvegliata e soffocata economicamen­te. Nonostante queste condizioni, i movimenti di resistenza palestinesi hanno sviluppato vaste reti clandestine, che hanno permesso loro di organizzarsi, addestrarsi e sostenere la lotta per la liberazione dei territori occupati.
Il sostegno dell’Iran, insieme al coordinamento con gruppi di resistenza come Hezbollah, ha contribuito all’evoluzione di questa infrastruttura di resistenza.

Normalizzazione araba e tradimento strategico
Parallelamente alle sofferenze dei palestinesi, diversi stati arabi si sono gradualmente mossi verso la normalizzazione dei rapporti con il regime israeliano, tradendo la giusta causa palestinese.
Paesi come Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan hanno stabilito o rafforzato i legami con Israele, dando priorità alla stabilità del regime, alla cooperazione economica e alle garanzie di sicurezza.
Questo cambiamento rifletteva un calcolo più ampio: la sopravvivenza delle élite al potere a discapito della solidarietà con la Palestina. La dipendenza dalla protezione militare occidentale, in particolare attraverso le basi statunitensi nel Golfo, ha rafforzato questo allineamento.

7 ottobre: shock strategico
Il 7 ottobre 2023, il movimento di resistenza Hamas, con base a Gaza, ha lanciato un’operazione su vasta scala nei territori occupati, denominata “Inondazione di Al-Aqsa”.
L’operazione ha sconvolto le consolidate convinzioni sull’invulnerabilità militare israeliana e ha innescato un’escalation regionale. Ha inoltre riattivato una rete di gruppi alleati, tra cui Hezbollah in Libano, Ansarullah (Houthi) in Yemen e fazioni armate in Iraq.
Questa costellazione, spesso descritta come un “Asse della Resistenza“, ha dimostrato una pressione coordinata su più fronti contro Israele e i suoi alleati regionali ed extraregionali.

Perché l’Iran sostiene la Palestina
Sebbene la Palestina non sia esplicitamente menzionata nella Costituzione iraniana, la leadership iraniana fonda il suo sostegno alla causa palestinese su principi più ampi, che includono la difesa degli oppressi, la lotta contro l’ingiustizia e l’impegno per l’unità musulmana. L’articolo 152 della Costituzione iraniana inquadra la politica estera attorno a questi ideali, fornendo la base per la sua costante posizione filo-palestinese.
La narrativa della resistenza è rafforzata attraverso i martiri, tra cui Ahmed Yassin, Abdel Aziz al-Rantisi, Ismail Haniyeh, Yahya Sinwar, Sayyed Hassan Nasrallah, Qassem Soleimani, Abu Mahdi al-Muhandis, Ali Larijani e l’Ayatollah Seyyed Ali Khamenei.
Queste figure non sono viste semplicemente come leader rivoluzionari, ma come simboli di resistenza.
Le narrazioni di sacrificio – come i racconti di Sinwar che ha combattuto fino all’ultimo respiro o dell’Ayatollah Khamenei che si è rifiutato di darsi alla clandestinità nonostante le minacce alla sua vita – servono a rafforzare il morale e a legittimare la lotta in corso contro la coalizione israelo-americana del male.

Leadership e autorità morale
Le testimonianze attribuite a figure come l’Ayatollah Khamenei sottolineano un modello di leadership fondato sulla condivisione del rischio e sulla coerenza morale.
L’idea è semplice ma efficace: un leader non può chiedere sacrifici se poi li evita.
Questa interpretazione trae profonda ispirazione dalla memoria storica islamica, in particolare dall’eredità dell’Imam Hussain ibn Ali (AS), dove la fermezza di fronte ad avversità schiaccianti è considerata la più alta forma di integrità.

Guerra, potere e futuro
L’attuale guerra contro la Repubblica islamica dell’Iran – ampiamente considerata illegale e ingiustificata – non può essere ridotta a un singolo problema. Ciò riflette tensioni strutturali più profonde: tra indipendenza e controllo esterno, tra resistenza e normalizzazione, tra impegno ideologico e opportunità politica.
Quel che resta chiaro è che le guerre in Palestina, in Iran e nell’intera regione non sono eventi isolati. Sono espressioni interconnesse di una lotta più ampia, destinata a continuare a plasmare il panorama politico e morale del mondo musulmano.

https://www.presstv.ir/Detail/2026/03/27/765944/war-iran-part-broader-western-onslaught-interconnected-resistance-fronts
Negoziati con l’Iran o continuazione della guerra?
Ugo Volli, professore ordinario di Filosofia della comunicazione presso l’Università di Torino ed esperto delle problematiche medio-orientali, ci offre uno spaccato totalmente diverso, osservato attraverso gli occhi della comunità ebraica di Roma.
Egli afferma che, nella monotona ma terrificante successione di attacchi e distruzioni che caratterizza la quotidianità di ogni guerra, e dunque anche quella attuale contro il regime degli ayatollah, la grande sorpresa è arrivata lunedì scorso, il 23 marzo, quando Donald Trump ha annunciato con un post sul suo social “Truth” e successive dichiarazioni ai giornalisti che negli ultimi due giorni la sua amministrazione aveva avuto “conversazioni molto buone e produttive” con esponenti del regime, i quali avevano dimostrato di avere il controllo dell’Iran facendogli un non specificato “prezioso regalo”.
Ha aggiunto di aver ordinato una pausa di cinque giorni sugli attacchi militari contro le infrastrutture energetiche iraniane (come centrali elettriche), che aveva minacciato di distruggere, per dare spazio ai negoziati in corso.
Nei giorni successivi, il presidente americano ha annunciato la partenza di una delegazione di altissimo livello (con il vicepresidente J.D. Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio, oltre ai soliti negoziatori Steve Witkoff e Jared Kushner) per il Pakistan, scelto come luogo delle trattative.
Trump ha poi reso pubblici i 15 punti della posizione americana, equivalenti a una vera e propria resa per l’Iran, fra cui l’abbandono del progetto militare e di quello missilistico, la rinuncia ai movimenti “burattini” come Hamas, Hezbollah e Houti, e il ritorno alla libertà di navigazione nello stretto di Hormuz.

La posizione di Israele
Israele possiede un’esperienza del Medio Oriente che in generale agli americani manca e ha tutte le ragioni per non credere agli accordi e alle promesse degli ayatollah, così come a quelli dei movimenti terroristici. Ma, di fronte al piano di Trump, Netanyahu ha reagito positivamente, dichiarando che se il presidente americano riteneva di poter raggiungere gli obiettivi della guerra col negoziato, Israele certamente li avrebbe accettati. Dietro questa posizione c’è la linea israeliana di non contraddire mai apertamente il presidente americano, considerandolo il migliore amico dello Stato ebraico, e anche la consapevolezza che non solo fra i democratici, ma anche fra certi settori repubblicani, Israele è accusato di aver portato in guerra l’America per i suoi interessi; non si può dunque alimentare la loro propaganda opponendosi apertamente a eventuali negoziati. La convinzione del governo israeliano è comunque che solo la totale sconfitta militare dell’Iran e la sostituzione del suo regime con un governo democratico possano garantire la cessazione della minaccia.

La risposta iraniana
Chi ha pensato bene di smentire le dichiarazioni di Trump è stato l’Iran, in particolare i due gerarchi con cui, a quanto pare, l’amministrazione americana pensava di stringere un accordo: il ministro degli esteri Abbas Araghchi e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, che l’aviazione americana e, di seguito, anche quella israeliana hanno tolto provvisoriamente dalla lista degli obiettivi politici da eliminare.
La dichiarazione “di fonti autorevoli”, rilasciata all’agenzia semiufficiale Tasnim, non lascia dubbi:

“Abbiamo dichiarato che i crimini e il terrorismo perpetrati dal nemico devono cessare, che occorre creare le condizioni concrete per impedire il riaccendersi della guerra, che devono essere risarciti i danni causati dal conflitto e che la guerra deve terminare su tutti i fronti e con tutti i gruppi di resistenza che hanno preso parte agli scontri [cioè Israele deve smettere di combattere anche Hezbollah UV]. Inoltre, deve essere riconosciuto il diritto dell’Iran di controllare lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’Iran è certo che la richiesta di negoziati da parte degli Stati Uniti sia solo un inganno e che gli americani stiano cercando di raggiungere diversi obiettivi: indurre il mondo a credere che stiano cercando la pace e la fine della guerra; mantenere basso il prezzo del petrolio; e, in terzo luogo, guadagnare tempo per prepararsi a una nuova azione aggressiva nel sud dell’Iran che comporti un’invasione terrestre”.

I due interessati hanno aggiunto dichiarazioni personali sul fatto che “la guerra continua”, che “non ci sono negoziati, gli USA discutono solo con se stessi”, che il nemico deve ricevere una lezione affinché non osi mai più nemmeno pensare di sferrare un altro attacco, e i danni subiti dal popolo iraniano devono essere risarciti.

Iran e Gaza
È difficile dire, nel quadro di un’evidente distruzione dell’apparato militare iraniano, quanto queste reazioni siano serie o solo propaganda. Certamente, Trump starà ripensando a quel che ha detto una volta: “L’Iran non ha mai vinto una guerra, ma non ha mai perso un negoziato”. Del resto, in una guerra asimmetrica come questa, perché la parte irregolare sia sconfitta non basta che le sue forze armate siano sbaragliate: occorre che essa accetti esplicitamente la sconfitta.

Per capire quel che succede, bisogna considerare una chiara somiglianza agli eventi che riguardano Hamas. Non solo sono simili i mezzi di guerra (attacchi stragisti alla popolazione civile, fortificazioni sotterranee e missili), e sono analoghi i passi della trattativa promossa da Trump invece di portare a fondo l’offensiva, ma è del tutto uguale l’atteggiamento di fronte al negoziato: negare la sconfitta, rifiutare l’accordo, poi (nel caso di Hamas, per l’Iran si vedrà) rimangiarsi gli impegni presi e comunque continuare a perseguire lo stesso scopo, la distruzione di Israele.

Vi sono anche differenze, naturalmente, che spiegano meglio la posizione di Trump: l’impegno militare americano diretto, con le perdite che comporta, e le grandi conseguenze economiche internazionali, che la battaglia di Gaza non comportava. Infine, Hamas non ha dovuto praticamente mai fare i conti con un’opposizione che, per quanto duramente repressa e oggi poco attiva in Iran, esiste. Se Trump facesse un accordo col regime attuale, conferirebbe con ciò che l’opposizione ha fatto bene a non esporsi.

Le prospettive
È difficile, dunque, dire oggi se le trattative ci sono davvero e come si stanno svolgendo. Trump ha prorogato il suo ultimatum al 6 aprile, affermando che lo fa per richiesta degli iraniani e che il negoziato sta procedendo bene. Se non ci fosse negoziato, esclusa l’ipotesi disastrosa che Trump si ritiri dalla guerra senza accordo, continuerebbero e si intensificherebbero i bombardamenti e forse gli USA manderebbero i Marines a occupare qualche isola dello Stretto di Hormuz, non solo Kharg con il suo terminale petrolifero, di cui molto si è parlato, ma forse anche Larak, che controlla lo Stretto. Sarebbe una conquista da sbarco, nello stile della battaglia di Normandia, molto costosa in termini di vite umane.

Molto difficile sarebbe anche impossessarsi, con un’azione di forze speciali, dell’uranio arricchito, l’esplosivo nucleare che sta sepolto in qualche anfratto della base atomica di Natanz. In ogni caso, Trump ha bisogno di una vittoria abbastanza veloce, perché le elezioni di midterm si avvicinano e affrontarle con una guerra aperta significherebbe la sconfitta. È probabile che questa guerra ci riservi ancora sorprese.

https://www.shalom.it/israele/negoziati-iran-guerra/

Comunicato stampa sulla conversazione telefonica tra il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov e il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran Abbas Araghchi, Mosca
Desidero chiudere questo capitolo con il contenuto decisamente interessante emesso dal Ministero degli Esteri russo a conclusione della conversazione telefonica intercorsa tra Sergey Lavrov e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi. Il comunicato, solo in apparenza lapidario e conciso, ci fornisce una luce, atteso che apertamente si parla di una possibile soluzione politica e diplomatica del conflitto, e i toni usati nei confronti di USA e Israele appaiono estremamente curati, tipici di una diplomazia oggettivamente ricercata e raffinata.

“Il 27 marzo, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha avuto una conversazione telefonica con il ministro degli Esteri della Repubblica islamica dell’Iran Abbas Araghchi. I ministri hanno discusso a lungo della devastante crisi militare e politica in corso in Medio Oriente, innescata dall’aggressione non provocata di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Si sono scambiati opinioni sulle prospettive di una soluzione politica e diplomatica del conflitto, sulla base del diritto internazionale e tenendo debitamente conto dei legittimi interessi di tutti i paesi della regione, compresi l’Iran e i suoi vicini, membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Sergey Lavrov ha inoltre informato il suo collega iraniano dell’ultima consegna di aiuti umanitari russi all’Iran.”

https://mid.ru/en/foreign_policy/news/2089283/

Conclusione
Desidero chiudere questo articolo con una famosa frase di Seneca che mi ha sempre accompagnato nei momenti difficili della vita: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili.”

Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[s.d.]




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