Basilicata

Maurizio Casagrande presenta “il viaggio del papà”: ecco le tappe calabresi

“Il viaggio del papà”: tutti i dettagli, le curiosità e i retroscena nell’intervista a Maurizio Casagrande (protagonista, coautore e regista). La brillante commedia, che segna la chiusura della stagione teatrale di Ama Calabria, andrà in scena giovedì 3 aprile al Teatro Comunale di Catanzaro e venerdì 4 aprile al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme (ore 21).


LAMEZIA E CATANZARO (CATANZARO) – Un palcoscenico, due protagonisti agli antipodi e un naufragio che diventa l’occasione per un viaggio interiore. Giovedì 3 aprile al Teatro Comunale di Catanzaro e venerdì 4 aprile al Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, alle ore 21, andrà in scena “Il viaggio del papà”, la brillante commedia scritta a quattro mani da Maurizio Casagrande e Francesco Velonà, che segna la chiusura della stagione teatrale di Ama Calabria. Uno spettacolo che promette di emozionare, divertire e far riflettere il pubblico di tutte le età.

Cosa succede quando un padre pragmatico, cinico e disilluso si ritrova bloccato su un’isola di plastica con il proprio figlio sognatore, distratto e inconcludente? “Il viaggio del papà” prende vita da questa situazione surreale, trasformando un incidente tragicomico in una straordinaria metafora della vita. Per sopravvivere, i due protagonisti non dovranno solo affrontare le difficoltà materiali del naufragio, ma soprattutto il mare di incomprensioni che li separa. L’opera affronta con ironia e intelligenza il tema del conflitto generazionale, quel muro invisibile che spesso si erge tra padri e figli, fatto di aspettative, silenzi e parole non dette. Ma, al di là delle differenze, esiste un desiderio comune: ritrovarsi, capirsi, riscoprire un legame autentico.

Sul palco, Maurizio Casagrande – uno degli attori più amati del panorama teatrale, televisivo e cinematografico italiano – non solo interpreta uno dei protagonisti, ma firma anche la regia. Con la sua ironia tagliente e la capacità di trasformare anche i momenti più intensi in occasioni di leggerezza, Casagrande guida il pubblico in un vortice di emozioni, alternando momenti di comicità travolgente a spunti di profonda riflessione. Al suo fianco, un cast che include Ania Cecilia (cantautrice e autrice delle musiche originali), Michele Capone, Giovanni Iovino e Arianna Pucci. Abbiamo intervistato Maurizio Casagrande per scoprire i retroscena dello spettacolo, le curiosità e i messaggi che intende trasmettere al pubblico.

Maurizio Casagrande, come nasce l’idea de “Il viaggio del papà”?

«La commedia racconta una storia universale, esplorando il rapporto tra passato e presente, tra chi ha costruito un modello di vita e chi lo eredita, spesso con una sensibilità diversa. Al centro della vicenda c’è il confronto tra un padre e un figlio: si vogliono bene, ma faticano a capirsi. Il padre è un uomo pragmatico, abituato a risolvere ogni problema senza considerare troppo gli altri; il figlio, invece, è più ingenuo, sognatore e attento a ciò che lo circonda. La forte personalità paterna lo schiaccia, rendendolo insicuro. Decidono di partire per un viaggio con l’intento di conoscersi meglio, ma finiscono su un’isola sperduta nell’oceano. Qui si trovano di fronte a qualcosa di vagamente soprannaturale, che li porta a rivedere completamente la loro visione del mondo e, soprattutto, l’uno dell’altro».

La storia si svolge su un’isola di plastica. Qual è il significato di questa ambientazione?

«Questo spettacolo ha un’anima profondamente ecologica, oltre a essere un racconto sul confronto generazionale. Le isole di plastica esistono davvero, enormi distese galleggianti che si formano negli oceani a causa dei rifiuti che disperdiamo nell’ambiente. La plastica, trasportata dalle correnti, si accumula in questi vortici fino a creare vere e proprie isole artificiali, un fenomeno inquietante. Ciò che trovo assurdo è la nostra indifferenza. Sapere che queste isole esistono e che l’umanità non se ne occupa ogni giorno è sconcertante, come se il problema non ci riguardasse. Di recente, sono state trovate microplastiche persino nei tessuti genitali dei bambini. Eppure, nonostante l’evidenza, sembriamo quasi rassegnati, come se tutto questo non ci toccasse davvero. Non è solo una questione politica o governativa: riguarda tutti noi».

Quale ruolo ha la musica nella narrazione?

«Il messaggio dello spettacolo viene trasmesso attraverso la musica, che considero una forma d’arte potentissima. Nella prosa, a volte è necessario sintetizzare concetti complessi, e sebbene la poesia possa servire a questo scopo, spesso non si adatta a una narrazione realistica. La canzone, invece, combina emozione e sintesi poetica in modo naturale, riuscendo a raccontare molto in pochissimo tempo, senza annoiare. La musica ha il potere di toccare il cuore prima ancora della mente: il pubblico sente un’emozione, e il significato del messaggio arriva quasi spontaneamente. È questo il suo ruolo nella storia».

Maurizio Casagrande, in che modo lo spettacolo riesce a bilanciare comicità e riflessione?

«Nel tempo ho cercato costantemente di trovare questo equilibrio. Ho capito che si può far ridere davvero, ma solo partendo dal presupposto che il pubblico non è stupido. Non bisogna ricorrere a battutacce o cose troppo semplici. Si può far ridere anche partendo da qualcosa di più costruito, creando situazioni che, pur trattando temi seri, diventano comiche nel modo in cui vengono raccontate. Se riesci a farlo, hai trovato l’uovo di Colombo: raccontare qualcosa di serio con un approccio comico».

Possiamo dire che questa è stata la sfida più grande nella scrittura dello spettacolo, insieme a Francesco Velonà?

«Sì, è stata la sfida più grande. La paura più grande era che il messaggio importante potesse compromettere la comicità. Invece, il risultato è stato uno spettacolo estremamente divertente, che lascia il pubblico non solo soddisfatto e grato per la serata, ma anche con un pensiero che lo accompagna a casa».

Quale messaggio spera che il pubblico porti a casa dopo aver visto “Il viaggio del papà”?

«Spero che il pubblico apra gli occhi e guardi con maggiore consapevolezza ciò che lo circonda. I problemi che affrontiamo non sono degli altri, sono anche nostri. Dobbiamo prenderci cura del nostro pianeta, del posto in cui viviamo, invece di far finta che non ci riguardi».

Ha una carriera che spazia tra teatro, cinema e televisione. Quale di questi mondi sente più suo?

«Al momento, mi sento abbastanza distante dalla televisione di intrattenimento. Soprattutto per quanto riguarda noi napoletani, c’è una tendenza alla “caciara” che, pur essendo divertente, a volte manca di organizzazione. La “caciara” può essere bella, ma deve essere ben strutturata, altrimenti perde di valore».

Maurizio Casagrande, il pubblico apprezza molto la sua comicità…

«Il mio obiettivo principale è far ridere. Certo, posso parlare anche di temi importanti, ho l’esigenza di esprimere ciò che sento dentro, ma la risata rimane sempre il punto di partenza. Se il pubblico non ride, sento che qualcosa manca».

Quanto di Maurizio Casagrande c’è nei suoi personaggi?

«C’è tutto e niente. Ne “Il viaggio del papà”, ad esempio, interpreto un uomo abbastanza odioso, ma anche estremamente simpatico. Un personaggio che sfrutta il mondo, le persone, anche il figlio. Tuttavia, c’è un momento in cui, dopo un incidente, si preoccupa più della solitudine che della possibile morte del figlio».

Un aneddoto o una curiosità da backstage?

«Più che un backstage, direi che il nostro è un “Grande Fratello”. La compagnia per me è una famiglia. Ogni volta che sono in tournée con uno spettacolo, quella diventa la mia casa. Le dinamiche che si creano tra noi sono quelle di una famiglia, con tutte le incomprensioni, le risate e i momenti più intensi che inevitabilmente ci sono. Gli episodi più divertenti accadono spesso proprio in scena, ed è il pubblico a goderne in tempo reale».

Ha qualche rito o abitudine prima di salire sul palco?

«Il classico “merda merda merda”. Se non lo facessi mi sentirei devastato».

Il suo spettacolo chiuderà la stagione di AMA Calabria, vuole lanciare un messaggio al pubblico?

«Vorrei dire a tutti i miei amici e ai cittadini del Sud, che vivono in una delle zone più bistrattate d’Italia, di smettere di lamentarsi per ciò che non abbiamo e cominciare invece a valorizzare ciò che abbiamo. Viviamo in un luogo incredibile, tra le bellezze naturali più straordinarie d’Italia e del mondo. Dobbiamo essere orgogliosi di questa terra, senza cadere nel campanilismo, ma con una consapevolezza autentica del nostro valore».

Che direzione sta prendendo la comicità?

«Purtroppo, sta diventando banale. C’è chi fa ridere solo perché usa un sacco di parolacce. Nella vita privata anche io ne dico molte, infatti mi prendono in giro per non essere proprio “presentabile”. Mi diverto a dire cose politicamente scorrette. Ma in scena, non permetterei mai che lo spettacolo scivolasse nella volgarità, neanche per ottenere una risata, che per me è fondamentale. Oggi c’è un mondo che spinge a mostrare qualsiasi cosa, non solo fisicamente, ma anche emotivamente, pur di ottenere visibilità, successo e popolarità. Più mostri cose ovvie, più sembri come tutti gli altri, e per un attimo puoi avere anche una certa fama. Ma quella fama dura pochissimo, come una meteora. L’arte, invece, è aggiungere un significato a ciò che si fa».

Un consiglio ai giovani che desiderano intraprendere la carriera nel mondo dello spettacolo?

«Fate esattamente l’opposto di quello che vi dice il mondo dello spettacolo di oggi, che tende a uniformare e creare tendenze. Siate originali! Un artista veramente originale, anche se non perfetto, rimarrà più nella memoria e nel cuore del pubblico rispetto a chi è tecnicamente migliore ma convenzionale».

Maurizio Casagrande, i suoi progetti per il futuro?

«Sono sempre pieno di idee, è il dramma della mia vita (ride, ndr). Però preferisco parlare di progetti quando sono davvero concreti. Se inizi a parlarne prima che siano maturi, rischiano di appassire. Per me, ogni idea ha bisogno di crescere in silenzio. Quando sono convinto che sia qualcosa che vale la pena raccontare, allora comincio a condividerla. L’arte ha bisogno di tempo per crescere e, una volta pronta, può essere messa davanti al mondo».


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