Materiale bellico al porto di Gioia Tauro? Usb, Orsa e pacifisti: «Portati alla luce i traffici»
Gioia Tauro è una macchina perfetta. I container arrivano, vengono scaricati, ripartono. Spesso nel giro di poche ore. Ed è proprio questa efficienza a renderlo, oltre che il regno del transhipment, uno snodo ideale per traffici, per così dire, “complessi”. I container, si sa, si somigliano tutti. Stessa forma, stessi colori sbiaditi dal sale, stessi codici stampati sui lati. Cambia solo quello che c’è dentro, ma da fuori non si vede.
Negli ultimi giorni, però, qualcosa si è inceppato. Alcuni container “regolari” sono finiti sotto osservazione. Contenevano acciaio. Apparentemente materiale industriale. Ed ecco che, fuori dai cancelli, un altro sit-in davanti al gate, piccolo, quasi impercettibile rispetto alla scala del porto, porta dentro il dibattito pubblico qualcosa che normalmente resta confinato tra i documenti di navigazione. I delegati di Usb e Orsa Mari e Porti fermano chi entra, distribuiscono volantini, provano a spiegare una parola che fino a poco tempo fa qui non circolava: “dual use”. È da qui che si apre uno squarcio su una delle filiere più “opache” del commercio globale. Nel porto, intanto, tutto continua con la solita precisione. I camion entrano, escono, i turni si incastrano senza margine. Le merci passano, ed è esattamente quello che devono fare.
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