Marwan Barghouti, il leader palestinese in carcere da 23 anni, è la prova che Israele non perdona la resistenza morale
Aveva dieci anni e un cane. Il cane abbaiava e i soldati gli hanno sparato senza una ragione, come sparano agli esseri umani. Ha imparato così cosa vuol dire vivere sotto occupazione Marwan Barghouti, il più popolare leader politico palestinese. L’esercito occupante può sparare a chi vuole e farla franca. Può sbarrarti la strada a uno dei 600 check point e impedirti di andare a scuola. Può abbattere la tua casa e arrestarti senza prove. Un palestinese su quattro nel corso della sua vita è stato arrestato: caso unico al mondo. Incluse le donne e i bambini. Sono oltre 350 i minori tra i 12 e 18 anni attualmente detenuti nelle carceri israeliane. Barghouti viene arrestato la prima volta a 18 anni con l’accusa di aver preso parte a una rivolta. Si rivoltava contro l’occupazione illegale del suo Paese. Cosa avremmo fatto noi? “Se il mio Paese entrasse in guerra mi sentirei responsabile e se servisse mi arruolerei. Quanto sei d’accordo?”, chiede agli studenti con un questionario il Garante per l’Infanzia. Zero! Si “entra in guerra” anche quando si sferra un attacco, dovremmo sentirci responsabili di un simile crimine? Se invece venissimo attaccati, invasi, perseguitati e uccisi come durante il Fascismo, la difesa della Patria è un dovere sacro e inderogabile per ogni cittadino, dice la Costituzione.
Sfugge però la logica: qui vogliamo gli studenti pronti a difendere la patria in armi ma neghiamo il diritto alla resistenza armata ai palestinesi sotto occupazione? Quello che per noi è sacro dovere per loro è terrorismo? All’Aquila è stato condannato a 5 anni per sostegno ai gruppi armati in Palestina Anan Yaeesh. Aveva quindici anni, passeggiava con la sua ragazza, a Tulkarem. Un soldato dell’Idf ha sparato e l’ha uccisa senza una ragione. Anan ha dormito sulla tomba per giorni e poi si è unito ai combattenti di Al-Fatah. Non ha mai compiuto azioni contro civili. Da quindici anni è in Italia. Non essendoci logica, le prove per condannare chi si difende dall’occupazione illegale vengono fornite dalla potenza occupante: prove che l’occupante ha raccolto nel mentre che commetteva il genocidio dell’occupato, dice la commissione d’inchiesta dell’Onu. È un’etichetta, quella di terrorismo, che noi occidentali attacchiamo a piacimento e a piacimento stacchiamo, come in Siria con Al Jolani; prima terrorista poi liberatore dei siriani, tranne i curdi, che continua a massacrare. Dice Woody Allen: “La pornografia è l’erotismo delgi altri”. Così il terrorismo è la resistenza degli altri. Il giochetto funziona particolarmente bene in Italia dove mezzo governo fatica a riconoscere il valore dellla Resistenza, il fondatore di Fratelli d’Italia accusa di terrorismo i partigiani e sfoggia il busto di Mussolini.
Marwan Barghouti è in carcere da 23 anni. Sconta 5 ergastoli per aver partecipato agli attacchi della Seconda Intifada. Respinge l’accusa di terrorismo: «La lotta armata dei popoli sotto occupazione è un diritto e mira a porre fine all’occupazione, non a colpire i civili». Per Israele resta un terrorista, in buona compagnia con l’Onu, Francesca Albanese, i giornalisti, le Ong, i bambini. Ma la cosa che Israele non perdona al leader di al-Fataḥ non è la resistenza armata: è la resistenza morale. Quel suo ostinato, sovversivo, restare umano a dispetto dell’ingiustizia subita. Barghouti non chiede la fine di Israele ma la fine dell’occupazione. La sua colpa, agli occhi di Israele, è quella di battersi per la convivenza dei due popoli in due Stati, come promesso dagli accordi di pace di Oslo e da tutti i leader che ancora si dicono a favore di due stati ma uno lo hanno riconosciuto 78 anni fa e l’altro mai. «L’ultimo giorno dell’occupazione sarà il primo giorno della pace», ripete Barghouti.
Sua moglie Fadwa è arrivata martedì in Italia. Non vede il marito da tre anni, Israele tiene “Il Mandela Palestinese” in carcere perché sa che potrebbe vincere le elezioni. Molto meglio, piuttosto che liberare un leader laico che sogna la democrazia, lasciare i palestinesi nelle mani di fanatici religiosi, proprio come gli israeliani. Molto meglio, ha spiegato Netanyahu alla Knesset, rafforzare Hamas che è contraria ai due Stati proprio come lo è Israele. Molto meglio che a parlare siano le armi e non la diplomazia perché di armi Israele ne ha di più. Per questo Marwan viene picchiato, torturato, deriso in carcere dal ministro Ben Gvir, costretto a sedere per ore e ore su una sedia con lo schienale chiodato: Appena rilasci i muscoli ti lacera la carne. Fadwa racconta delle brevi visite concesse, dell’impossibilità di toccarsi perché c’è il vetro e di parlare perché il telefono non funziona e non lo aggiustano apposta e nessuna di queste angherie, dice Fadwa, fiaccherà il nostro spirito: «Nessuna oppressione piegherà la resistenza dei palestinesi». Cos’hanno che li sostiene? Quello che manca a Netanyahu, a Trump, ai complici di Israele che definiscono “pace” il suo contrario: la prosecuzione dell’occupazione. Hanno ragione.
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