Cultura

Maruja – Pain To Power

Come sempre, dal 1980 ancora a oggi, gli amici del Covo Club di Bologna hanno l’occhio lungo a scovare ottime band nel panorama internazionale: in questo caso stiamo parlando dei Maruja, band di stanza a Manchester, attiva sin dal 2014, che nell’ottobre dello scorso anno sono hanno suonato nella storica venue di viale Zagabria, mandandola sold-out nonostante fosse un giorno infrasettimanale.

Credit: Samuel Edward

Altri due passaggi a festival estivi per i ragazzi inglesi (TVSpenta Dal Vivo in provincia di Siena a luglio e Ypsickrock vicino a Palermo ad agosto) e ora è arrivato questo loro attesissimo debutto sulla distanza, realizzato da Music For Nations, prima del loro concerto alla Santeria Toscana 31 di Milano previsto per sabato 29 novembre.

In realtà i Maruja sono attivi sin dal 2014, ma avevano pubblicato sinora solo una manciata di EP e questo primo album segna un punto davvero importante per la loro carriera: il gruppo mancuniano non mette barriere ai generi nella sua musica, passando dal post-rock, al punk, al jazz, al rap, senza alcun tipo di remore e non risultando mai fuori luogo.

Sono solo otto le canzoni – prodotte da Samuel W Jones (come tutti i loro precedenti EP) – che compongono “Pain To Power”, ma in realtà la durata del disco è di cinquanta minuti con ben tre tracce che superano abbondantemente i nove minuti.

La formazione britannica spiega che molti dei temi trattati nell’album riguardano il momento che stiamo vivendo dove guerre, corruzione, tumulti si possono vedere attraverso lo schermo del proprio telefono praticamente in diretta.

L’inizio è davvero pesante con la frenetica doppietta composta da “Bloodsport” e dalla lunghissima, ma splendida “Look Down On Us” che, dopo alcuni minuti di rumorosa aggressività, decide di rallentare e di trovare uno spazio riflessivo dove il sax di Joe Carroll è libero di agire, mentre i vocals di Harry Wilkinson passano dal rap a grida feroci, senza dimenticare uno strato di dovuta melodia prima di un finale totalmente folle.

Subito dopo con “Saoirse”, parola che significa libertà in lingua irlandese, i Maruja trovano la necessità di rallentare con tocchi di chitarra fluidi e rilassati, che creano un’atmosfera magica, mentre è ancora il sax a recitare una parte da protagonista, muovendosi senza problema alcuno da momenti di gran velocità ad altri rilassati ed eleganti dalle influenze jazz: il pezzo, invece, parla di pace per la Palestina ed è “uno sfogo di dolore e un rifiuto a non rimanere indifferenti davanti a ciò che stiamo vedendo“, spiega il gruppo mancuniano. “It’s our differences that make us beautiful” ripete Wilkinson con insistenza nel finale del brano.

Un’altra traccia da oltre dieci minuti, “Born To Die”, include invece uno spoken word e lascia ancora una volta libertà strumentale al sax, regalando un sensazione di rilassatezza per alcuni minuti, ma allo stesso tempo i vocals di Harry esprimono dolore per questa nostra condizione: il brano cresce e nel finale il basso di Matt Buonaccorsi e la batteria di Jacob Hayes improvvisano e aggiungono ferocia al suono, accompagnati dall’immancabile sax, prima di chiudere di nuovo con toni tranquilli, ma comunque cupi.

Nella successiva “Break The Tension” Wilkinson usa il rap come suo mezzo comunicativo, lasciando esplodere anche la strumentazione che arriva a raggiungere uno stato di follia con tanta cattiveria e una velocità davvero notevole.

“Zaytoun” – che significa olivo in arabo – è quasi totalmente strumentale ed è un altro momento di relax e riflessione, che la formazione inglese usa per sperimentare con toni jazz di pura classe, regalando inoltre una bella atmosfera.

Un viaggio davvero interessante per questi quattro ragazzi di stanza a Manchester che, mentre si dimostrano consapevoli della situazione del mondo oggi, trovano numerosi stili per lanciare i loro messaggi e il risultato è notevole, mai banale e da studiare con profondità.


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