Cultura

Marilyn Manson – Live @ Auditorium Parco della Musica (Roma, 14/07/2026)

Credit: IndieForBunnies

Ci sono artisti che salgono su un palco per esibirsi e altri che, invece, costruiscono un vero e proprio immaginario. Brian Hugh Warner appartiene da sempre alla seconda categoria. A 57 anni il Reverendo, dopo una carriera costellata di successi, eccessi e inevitabili controversie, continua a essere uno dei performer più riconoscibili della scena rock mondiale. Il suo ritorno a Roma con una delle tappe italiane del tour “One Assassination Under God” nella suggestiva cornice della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica – sold out poco dopo l’uscita dei biglietti – era uno degli appuntamenti più attesi dell’edizione 2026 del Roma Summer Fest e le aspettative non sono state deluse.

Ad aprire la serata gli australiani VOWWS, che con il loro sound sospeso tra dark rock, industrial e post-punk hanno scaldato il pubblico preparando il terreno all’arrivo del padrone di casa.

Alle 21:15 in punto le luci si abbassano e Manson prende possesso del palco, accolto da un’inevitabile ovazione. La macchina scenica è quella che il pubblico si aspetta sospesa tra giochi di luce, simbolismo religioso, cambi d’abito e una regia essenziale ma d’impatto, capace di trasformare ogni brano in un piccolo atto teatrale.

La scaletta ripercorre gran parte della sua carriera, alternando brani più recenti a classici che hanno definito il suo percorso artistico. L’apertura con “Nod If You Understand” mette subito in chiaro che il presente della band non è un semplice pretesto, ma basta poco perché arrivino “Disposable Teens”, “Angel With the Scabbed Wings” e “Great Big White World” a far esplodere la bollente venue romana.

Le aspettative erano alte e Manson non le tradisce. Il live romano conferma come il suo immaginario scenico continui a funzionare anche oggi, sostenuto da una produzione curata e da una band compatta. Un’ora e mezza circa di rock teatrale che dimostra come, al netto delle polemiche che hanno accompagnato la sua figura negli ultimi anni, il Reverendo sappia ancora dominare il palco con una presenza scenica caratterizzante.

Nella parte finale arrivano poi una grandiosa “The Dope Show” – preceduta dall’intro di “I don’t like the drugs (but the drugs like me)” – la sempre efficace rilettura di “Sweet Dreams (Are Made of This)”, “mOBSCENE” – con tanto di scritta a scolpire le note – fino all’immancabile chiusura affidata alla potentissima “The Beautiful People”, accolta da un coro collettivo che trasforma la Cavea in un’unica voce.

Negli encore trovano spazio “Tourniquet”, che vede Manson tornare on stage su un paio di trampoli, diventando una figura inquietante e spettrale, regalando una delle immagini più iconiche del concerto e ricordando come la componente visiva sia ancora oggi parte integrante della sua musica.

Dopo una granitica versione di “Personal Jesus”, classico dei Depeche Mode, lo show si chiude con “If I Was Your Vampire”, scelta meno prevedibile ma perfetta per chiudere la serata riportando il concerto su atmosfere più oscure e malinconiche e che vede Manson lasciare il palco senza voltarsi, mentre le luci si spengono sulla Cavea. Un finale quasi cinematografico per uno live che conferma come Marilyn Manson, a oltre trent’anni dagli esordi, continui a fare ciò che gli riesce meglio: trasformare un concerto in una rappresentazione.


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