Marika Geronazzo, la fotografa delle mani: «Sono messaggere di speranza» – Bolzano
BOLZANO. Le mani vedono il futuro. Leggere le mani, per chi riesce a inerpicarsi per vie tortuose che solo in pochi conoscono, è svelare di se quello che neanche gli occhi vedono: segni, tracce, direttrici sulla pelle. Le mani non mentono: “Non so dove mettere le mani quando sono nervoso…”; ecco, loro sono terminali di verità. «Un giorno mi sono trovata a mettermi in relazione con una famiglia sordomuta. Con le mani ci siamo compresi più che con impossibili parole», dice Marika Geronazzo. Si sono capiti. Lei è una fotografa. E si è gettata alla ricerca di un codice nascosto tra dita nervose e dorsi con pelli segnate dagli anni. C’è un suo scatto che ne ha messe insieme tante, tutte di donne, tutte con una età che racconta di vite lunghe e anche felici. Sono strette le une alle altre, queste mani ma una è quella dell’amica malata, stesa su un letto in attesa della cura. Non si riconosce questa da quelle. Perché le mani quando stringono, aiutano a sopravvivere chi pensa di non potercela fare e mischiano i sentimenti rafforzando le volontà. Le mani come messaggere di speranza: “sono qui, non temere, dammi la mano”. Quanti, negli ospedali, hanno atteso mani amiche e no per andare avanti. Anche questo sono le mani quando qualcuno si decide a guardarle per bene. La Maky, nome d’arte di Marika Geronazzo, lo ha fatto a lungo, pur dentro una carriera di fotografa che l’ha condotta attraverso mostre e personali, da Laives, dove vive, partendo dal successo di un contest dell'”Alto Adige”, fino a rassegne in Fiera, a esposizioni nell’atrio dell’ospedale, Roma, tante ricerche.
Come è successa questa storia delle mani?
Ero piccola. Talmente piccola che quando stavo a guardare mio papà giocare a carte non riuscivo a mettere la testa sopra il tavolo. Mi tiravo su e vedevo solo le mani muoversi. Dalle mani si capisce tanto.
E la fotografia?
C’entra sempre il papà. Lui saliva in montagna e camminava, camminava, io dietro che ogni tanto chiedevo: ma quando si arriva? Nel mentre, per tenermi buona, un giorno mi ha regalato una macchina fotografica usa e getta, di quelle di plastica.
Non si è fermata più?
Mai. Quando è arrivato il Covid, le settimane di clausura mi hanno fatto vedere i particolari delle cose. Mi sono messa a osservare da vicino piante, oggetti, mani.
La tecnica?
Non riesco a far mettere in posa le persone. Non programmo cosa voglio ritrarre. Esco e guardo. Ma c’è sempre l’idea di raccontare qualcosa che quella mattina mi si presenta come una sorta di direttrice di ricerca.Poi c’è il rapporto con la malattia. Che si è declinata di volta in volta come indagine negli ospedali o tra le fragilità. Perché?
C’è qualcosa di molto vero nel malessere che colpisce tutti noi prima o poi. Sono istanti e frammenti di verità che di solito non vengono fuori.
Intende quando uno sta bene?
Se si sta bene si pensa ad altro, i corpi si muovono, corrono, hanno gli appuntamenti, il lavoro. È un altro tipo di verità.
La sua invece?
La trova nella diversità rispetto al quotidiano, al normale, scritto tra mille virgolette. È inseguendo questi istanti in cui ognuno di noi sta poco bene e si sente escluso, che mi sono messo a ritrarre frammenti di persone malate, dall’Alzheimer, agli affetti da diabeti stretti dai macchinari, o il Parkinson.
Cosa si prova?
Condivisione assoluta. Ci si mette lì e si prova a muoversi delicatamente, a fissarsi un particolare che rivela l’istante, il corpo, le mani, le braccia, l’ambiente intorno.
Le questioni cambiano prospettiva?
Subito. Come quando ho incrociato un ragazzo autistico. Stando fermi, aspettando, cercando un po’ di silenzio, accettando la lentezza si capisce quello che prima non si comprendeva.
Insomma, lei è alla costante ricerca del dettaglio?
Non so chi diceva che è nei particolari che si vede il grande e l’essenziale. È vero. Anche perché un dettaglio non lo puoi controllare, sfugge al controllo sia di chi è il soggetto che mio, che lo cerco.
Ma non c’è solo la malattia, no?
Quella svela stati d’animo e bellezze nascoste ma poi c’è la natura. Fin da piccola ho provato a fissarla in immagini. Anche qui partendo dai particolari, naturalmente.
Cosa cambia, nel suo lavoro?
Che in natura quello che conta è il momento. Il sole che arriva o se ne va, il bosco che prende la luce e poi smette.
È diventata famosa per questa sua ricerca di soggetti anomali no?
Beh, famosa… Mi chiamano. All’Unicef ho lavorato ad un soggettivo sui diritti dei bambini, spesso violati. Al Museo etrusco di Villa Giulia a Roma ho portato soggetti legati a donne nelle rsa. Nel nostro ospedale sono riuscita a far comprendere come quei luoghi possano anche di dialogo con chi ci vive e di cura anche dell’anima non solo dei corpi. L’arte, se posso usare questo termine in umiltà, serve anche a questo. P.CA.




