Economia

Mare di Barents, il gas artico torna nel dossier Ue

Dopo il taglio delle forniture russe e la crescente esposizione al mercato globale del Gnl, la nuova partita energetica europea si gioca anche a nord, nel Mare di Barents. La Commissione europea sta riesaminando la politica artica del 2021 e ha aperto una consultazione pubblica fino al 16 marzo 2026, segnale che Bruxelles vuole chiarire il ruolo delle risorse artiche nella sicurezza energetica del prossimo decennio. Secondo le analisi di Rystad Energy, i progetti norvegesi già autorizzati nel Mare di Barents potrebbero offrire volumi aggiuntivi negli anni Trenta, mantenendo per l’Europa una fonte vicina e con intensità emissiva relativamente più bassa rispetto ad altre opzioni, se accompagnata da criteri ambientali stringenti. Le aree già aperte all’esplorazione contengono circa 3,5 miliardi di barili equivalenti di gas naturale e i campi in produzione o attesi entro il 2030 potrebbero contribuire con circa 2,25 miliardi di barili equivalenti cumulati entro il 2050. Ulteriori volumi dipenderanno però da nuove scoperte, dallo sviluppo coordinato dei giacimenti e soprattutto dalla capacità di esportazione.

Nello scenario base elaborato da Rystad – riferito a Ue-27 più Regno Unito e senza modifiche sostanziali alla politica artica – la Norvegia continuerebbe a coprire circa il 20-30% della domanda europea di gas fino al 2050, mentre la quota del Gnl salirebbe dal 30% a circa il 50%. La quota norvegese resta stabile perché nello scenario la domanda europea cala, le infrastrutture di export dal Barents sono limitate e le politiche climatiche frenano nuovi progetti. Solo con nuove scoperte, nuove pipeline o terminali e un quadro regolatorio favorevole la produzione norvegese potrebbe crescere oltre questi livelli.

Quanto alle infrastrutture, Rystad segnala che oggi il principale sbocco del Barents è l’impianto Hammerfest Lng, collegato al giacimento Snøhvit e con margini limitati per nuovi flussi. Un collegamento via pipeline verso la rete del Mare di Norvegia è tra le ipotesi allo studio, ma richiede scala sufficiente e tempistiche coordinate tra progetti per risultare finanziabile. Il confronto riguarda anche le emissioni. La produzione upstream norvegese ha tra le intensità carboniche più basse a livello globale e il gas consegnato via pipeline risulta mediamente meno emissivo di molte forniture Gnl, pur restando una fonte fossile. Per questo Bruxelles valuta criteri più stringenti su metano, CO2 ed elettrificazione degli impianti per distinguere tra aree già aperte e nuove frontiere.

La revisione della politica artica non riguarda quindi solo l’ambiente, ma la sicurezza energetica. Le decisioni prese oggi, avverte Rystad, determineranno se l’Europa potrà contare su forniture vicine negli anni Trenta o dovrà aumentare ulteriormente la dipendenza dal Gnl globale, con maggiore volatilità dei prezzi.


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